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COM'E' BELLO FAR L'AMORE

Roma. Vivono agiatamente i coniugi benestanti Andrea (fabio De Luigi) e Giulia (Claudia Gerini) con figlio studente Simone, ma sono in crisi sessuale.

Nel senso che non fanno mai l'amore e, quando succede, il rapporto dura un minuto e dieci secondi.

A mettere lo scompiglio nella famigliola arriva da Los Angeles il pornodivo Max (Filippo Timi), detto, ahinoi, Mr. Twentyfive. E chi vuole intenda intenda.

La storia prende subito una brutta piega, iniziando dalla grigliata con le salsicce.

Passando poi per il prete che entra in camera mentre papà e figlio palpeggiano una bambolona di lattice, una battaglia a un videogame che si chiama "c.spaziali", fino alla lunga scena dal farmacista Lillo che spiega in dettaglio, davanti a un'interessata anziana signora, l'uso del preservativo.

Infine il lieto fine d'obbligo e tutto torna a posto

COM'E' BELLO FAR L'AMORE è una imbarazzante commedia diretta dal regista Fausto Brizzi, padre del piacevole EX e dei meno riusciti, ma fortunati al botteghino, MASCHI CONTRO FEMMINE E FEMMINE CONTRO MASCHI, che qui si limita a riproporre, in maniera trita e pochissimo originale, luoghi comuni e abusati sul cinema erotico.

Nemmeno il bonario De Luigi e la sempre sensuale Claudia Gerini ce l'hanno fatta a rendermi digeribile questo scempio.

Si può evitare. La visione dico.

TIRAMISU'

Roma. Arranca Antonio Moscati (Fabio De Luigi), un rappresentante di materiale sanitario che fatica a piazzare i propri prodotti, consumandosi in lunghe attese nelle sale d'aspetto dei medici di base e nei corridoi degli ospedali.

È sposato alla dolce insegnante precaria Aurora (Vittoria Puccini) che è bravissima in cucina: il suo tiramisù è imbattibile.

Tormentato dall'invadente cognato Franco (Angelo Duro), manager di successo nel campo della moda e cinico osservatore della natura umana, che insinua che il rapporto fra la sorella e suo marito non durerà per sempre perché lei si renderà prima o poi conto di aver sposato un buono a nulla (per giunta afflitto da spermatozoi pigri), l'informatore decide di adottare la visione disincantata di cognato.

Gettando alle ortiche ogni etica e codice morale, "dimentica" da un dottore lo squisito tiramisù della moglie.

E così, al'improvviso, gli si spalancano le stesse porte che prima restavano ostinatamente chiuse.

TIRAMISU' è un asmatica e stiracchiatissima commedia dell'esordiente regista Fabio De Luigi, che dirige se stesso sul copione che si è pure scritto.

Peccato che il pur simpatico protagonista, mettendo in scena il suo personaggio consueto di imbarazzato gaffeur, abbia sempre l'identica espressione, smarrita e stupita, di ogni film.

Sono inoltre fuori contesto le ambizioni di inserire nella vicenda temi sociali (la corruzione nella sanità) che gli autori non sono in grado di sviluppare adeguatamente.

Per il resto si tratta di una storia abbastanza ordinaria, con ascesa e redenzione del protagonista che troverà i valori della vita. Quindi si ride poco e soprattutto, ormai è un classico, lo spettatore deve sopportarsi, volente o nolente, la solita morale e il finale iper-buonista.

Bello il ruolo con cui si omaggia Pippo Franco, che si concede anche la battuta più bella:

"Devi chiedere al bambino che eri se è contento dell'uomo che sei!"

NATALE A NEW YORK

Due episodi incrociati nella tentacolare New York durante le vacanze di Natale. Il romano Lillo (Christian De Sica), ex pianista di piano bar, ha sposato la ricchissima Milena (Fiorenza Marchegiani) che lo  ha legato con un contratto matrimoniale che alla prima infedeltà lo rigetterebbe sul lastrico.

Ritrova però un giorno l'antica fiamma Barbara (Sabrina Ferilli), molto 'ruspante', a sua volta legata con un contratto analogo a un facoltoso medico, Claudio (Massimo Ghini),  che cerca, inutilmente, di renderla più raffinata. Il di lei consorte è, guarda caso, l'amante della figlia di Lillo, Elisabetta (Elisabetta Canalis).

Da Milano il giovane chirurgo Filippo (Fabio De Luigi) è stato spedito dal superiore, il prepotente e tirannico dottor Benci (Claudio Bisio), a recapitare un prezioso regalo al figlio Francesco (Francesco Mandelli) che studia in un prestigioso college col cugino Paolo (Paolo Ruffini).

NATALE A NEW YORK è una commedia farsesca dello specialista Neri Parenti che serviva il tradizionale cinepanettone (questo è del 2006 nda) in una doppia storia ad incastri molto telefonata.

La formula è fissa: una località turistica ambita, un eterogeneo gruppo di attori popolari e qualche bella ragazza che, riuniti dal caso, danno vita a episodi comici a volte intrecciati fra loro, a volte no.

Cercando di individuare tipologie di attori che accontentino Nord, Centro e Sud come ricetta di cinepanettone esige.

Christian De Sica, qui per la prima volta orfano di Massimo Boldi, è sufficientemente assecondato da Massimo Ghini, mentre Sabrina Ferilli vince la gara di curve contro la più giovane Elisabetta Canalis, rigida come uno stoccafisso.

Purtroppo, nella gara di beltà, non si spogliano.

NATALE A RIO

Due episodi, a Rio de Janeiro. Esulta il timido giornalista, innamorato in incognito, di Sky Fabio Speranza (Fabio De Luigi) illudendosi che finalmente la bionda collega Linda Vita (Michelle Hunziker) si sia accorta di lui.

Invece la mail spedita dalla ragazza era diretta al fidanzato segreto, il caporedattore Gianni Corsi (Paolo Conticini).

Decidono di partire insieme per il Brasile, all'insaputa di tutti, due stagionati amici per caso, entrambi divorziati, molto diversi tra loro, il palazzinaro Paolo Berni (Christian De Sica) e il distinto professore di etica Mario Patani (Massimo Ghini).

Che disastro, anche i rispettivi figli, Piero e Marco, hanno scelto l'identica destinazione, all'insaputa dei genitori, che li credono in vacanza a Madrid.

E non è finita perché nella città del Pan di zucchero, vedi caso, si trovano anche le ex mogli dei due che si sono incontrate nella clinica in cui si sono fatte rifare il seno facendo invece sapere ai familiari di essere altrove.

NATALE A RIO è una divertente, pur se risaputa, commedia degli equivoci, il cinepanettone natalizio numero venticinque (il primo fu messo in forno per la prima volta dai fratelli Vanzina nel lontano 1983).

Il gioco degli scambi sembra funzionare in tutti e due i siparietti, ma quello interpretato dalla affiatatissima coppia De Sica-Ghini sembra il più divertente.

La volgarità non è bandita ma è collocata al punto giusto in modo da consentire ai due componenti della coppia suddetta di gigioneggiare (Christian) e di lavorare di understatement (Massimo).
Le due storielle sono tese a soddisfare ogni tipo di pubblico (adolescenti, trenta-quarantenni e maturi).

Intendiamoci: pur sempre di cinema di evasione si tratta. Senza troppe pretese ma anche senza bassezze e nudità a tutti i costi.

MASCHI CONTRO FEMMINE

Quattro episodi. L'allenatore di pallavolo Walter (Fabio De Luigi) e Monica (Lucia Ocone) sono alle prese con il primo figlio e non fanno l'amore da quasi un anno.
Anche se gli amici lo spingono alla soddisfazione degli istinti, Walter è un marito fedele, ma non abbastanza per resistere alle avances della bionda schiaccitrice Eva (Giorgia Wurth).

L'infermiera solitaria Chiara (Paola Cortellesi), dedita all'antipatica causa ambientalista, s'arrende al dirimpettaio Diego (Alessandro Preziosi), playboy senza scrupoli.
Ma destino vuole che, in seguito a un fortuito incontro ravvicinato, il mandrillone (ex) sprofondi in uno stato d'impotenza psicosomatica.

L'universitario Andrea (Nicolas Vaporidis), che condivide l' appartamento con la coetanea lesbica Marta (Chiara Francini) freme per la disinvolta bisex Francesca (Sarah Felberbaum). Si troverà a dover condividere anche la ragazza.

L'impiegata Nicoletta (Carla Signoris), in piena crisi di mezza età e cornificata dal marito (la "voce" Francesco Pannofino), presidente della squadra di pallovolo allenata da Walter, non si accorge del timido collega Renato (Giuseppe Cederna).

Gracilissima commedia sentimentale, numero quattro della filmografia del regista Fausto Brizzi, spiritosa soltanto sulla carta: troppo prevedibili e poco divertenti le storielle.

Borghesotti con tempo da dedicare a vacanze, belle gnocchette (lesbiche comprese, così siamo abbastanza radical-chic) e quant'altro. Ed allora abbiamo il latin lover e la companeros, i figli di papà pseudo mantenuti, gli amici dal portafogli a fisarmonica.

Si sorride sui tradimenti e gli amori e alla fine trionfa il volemose bene, così non si pensa al lunedì e alla bolletta da pagare.

Le storielle sono super telefonate e l'umorismo resta un miraggio, nonostante la simpatia dei tanti protagonisti e inutili star di passaggio, gli infiltrati Bisio, la Littizzetto, Solfrizzi e la Brilli.In scena abbastanza poco per essere fischiati.

Consigliata una sola visione, la tassa minima.

GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

Bologna, 1954. Al Bar Margherita di via Saragozza si danno quotidiano convegno i vitelloni dei dintorni. Quanto li invidia il diciottenne Taddeo (Pierpaolo Zizzi), che vive con la madre vedova (Katia Ricciarelli) e il nonno Carlo (Gianni Cavina), che prende lezioni, diciamo così, di piano dalla bella Ninni (Luisa Ranieri), e sogna di poter diventare un frequentatore della compagnia.

Si procura una macchina e un po' di fortuna e ottiene il soprannome di “Coso” e il ruolo di autista di Al (Diego Abatantuono), il boss del biliardo, nelle sue visite notturne al night club Esedra e poi ad un piatto di lasagne alla stazione.

È così che conosce Bep (Neri Marcorè), che non si toglie mai i guanti da guida perché il padre gli ha promesso una Porsche e che finirà nella rete della bella squillo Marcella (Laura Chiatti). E Gian (Fabio De Luigi), ingenuo aspirante cantante che ha ricevuto una lettera d'invito nientemeno che dal Festival di Sanremo (ma è uno scherzo del vendicativo Zanchi).

O l'assatanato ladro d'auto siculo Manuelo (Luigi Lo Cascio) che traffica in auto rubate (e per questo conoscerà l'onta della galera) e spoglia le donne con gli occhi, e Zanchi, Sarti, Pus e Mentos.

Gustoso, apppassionato, e perfido, ritratto di provincia, scritto e diretto con evidente trasporto da Pupi Avati, che si rivede nel personaggio del ragazzino ansioso di entrare nel gotha dei bamboccioni di mezzo secolo fa.

Nella Bologna ricostruita con eleganza (sotto i portici di Cuneo), impossibile scegliere il più bravo in un cast di molte stelle disposte a non pestarsi i piedi.

Purtroppo però lo svolgimento ti lascia per molto tempo con la sensazione che il film debba ancora ingranare, che stia per decollare da un momento all'altro. Ed invece il decollo non avviene mai.

Epicentro del racconto corale è ancora una volta una festina, un compleanno in casa, sequenza che vale molto del film e che irradia di cinico umorismo il resto, spingendoci, quasi, a perdonare la lentezza dell'amarcord.

COME DIO COMANDA

Friuli. Una provincia del Nord Italia, terra desolata ai piedi delle montagne e tra i boschi: fabbriche, capannoni industriali, casette a schiera, centri commerciali, immense segherie, cumuli di alberi tagliati e accatastati. Diluvi. Cielo grigio.
Vive con il timido figlio quattordicenne Cristiano (Alvaro Caleca), già ammaccato dall'adolescenza e minacciato da un assistente sociale (Fabio De Luigi) che potrebbe strapparlo al padre, il prepotente Rino Zena (Filippo Timi), un nazista convinto (ma spaventato: non vuole si sappia, teme di finire all'indice) e xenofobo, accanito collezionista di armi.

Che però stravede per il ragazzo, a cui ogni giorno insegna, nella sua rozza maniera, l'arte di arrangiarsi, senza mai porgere l'altra guancia, ricevendone un affetto smisurato e trattenuto. Venerandolo e imitandolo.
Perchè il Rino Zena è tante cose insieme. È un padre amoroso, un lavoratore disoccupato, un adulto che educa il figlio alla violenza perché solo la forza conta in un mondo in cui i "negri" ci rubano il lavoro e i "ricchi" ne approfittano perché gli costano meno.

Il violento e arrabbiato disoccupato, pochi contatti col mondo esterno, coltiva l'impari amicizia con il povero sbandato fuori di testa Quattro Formaggi (Elio Germano), reso demente da un incidente sul lavoro, stracotto della pornostar Morena, ammirata nelle solitarie notti davanti alla tv e identificata, dalla sua mente malata, nella graziosa liceale Fabiana (Angelica Leo): povera ragazza, la somiglianza, in una lunga notte terribile, piena di pioggia e di sangue, le costerà cara.

E cambierà tutto per tutti e tre.

Cupo e angoscioso dramma, ambientato nella (piovosissima) provincia friulana, che Gabriele Salvatores ha tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti.
Una storia crudele di solitudine e emarginazione, che all'improvviso si tinge di giallo, dove spicca il vigoroso rapporto d'amore, raramente così ben rappresentato, tra padre e figlio, senza mamme e grembi materni in senso stretto, deformato dalla presenza di un terzo incomodo, gli esemplari Filippo Timi e Alvaro Caleca.

È bella, perché ancora bagnata di ambiguità, la prima parte, Cristiano che esce a uccidere il cane, padre e figlio che giocano come un cucciolo col capobranco, o fanno allegramente il tirassegno intorno al povero Quattro Formaggi. E anche la casa del demente, che tra film porno, braccia finte applicate al televisore e una specie di assurdo presepe profano, si è costruito una "second life" su misura, ci parla di un mondo diverso, complesso, mutevole, vivo e simbolico insieme.

Unica pecca: cade nell'impressione di maniera nel ritratto dei personaggi maneschi e parafascisti e nella struttura socio-culturale.

ASINI

Milano. Il candido Italo (Claudio Bisio), che ha quarant'anni, vive ancora con mamma e zia ed è stancamente fidanzato (dal Liceo) con la dogsitter Rita (Maria Amelia Monti), coltiva con ardore la sua unica vera passione, il rugby.

L'età, come per tutti, pesa e quando l'allenatore lo fa accomodare in panchina, l'ex giovane si trasferisce in un convento-orfanotrofio tra le Marche e la Romagna, una località isolata.
Qui il frate francescano Anselmo (Renato Carpentieri) dirige con l'aspirante veterinaria Anna (Giovanna Mezzogiorno), che pare una suora, una squadra di somari, a due (gli scolari) e a quattro (i ciuchini) zampe.

Il nuovo insegnante di ginnastica, dopo un primo momento di spaesamento, farà breccia nel cuore degli allievi della comunità e darà battaglia a un alto prelato (Arnoldo Foà) più simile ad un palazzinaro che a un vescovo, che nell'esplosione di megalomania edilizia vuol edificare ai danni dei prati e delle vecchie pietre un pomposo complesso turistico-devoto chiamato "La città di Dio",riuscendo nell'intento di aiuterà gli 'asini' che la compongono a trovare regole di vita e a difendersi dai soprusi.

Fragile e graziosa favola surreale, dalla comicità mordace e sicuramente originale, visto che non si erano mai viste al cinema (almeno tutte insieme), oltre le cose suddette: vecchi somari malandati rifiutati da tutti e bambini asini pluribocciati accolti in un convento rurale, frati francescani ispirati ( Serve la semplicità, per onorare il Signore), una dog-sitter incinta, la fantastica danza dei rugbysti Maori, il gioco dei sensi (per comprendere gli altri, a turno ci si finge per un po' sordi, ciechi, muti, zoppi), una ex rammendatrice riciclata a fare strappi sui jeans, un quarantenne senza arte né parte, una squadra di rugby milanese.

Interessante anche il quesito, risolto dalla storia con una metafora paradigmatica della vita: che senso hanno in una società proiettata verso il terzo millennio gli asini? Apparentemente nessuno, sono tra gli animali più strani, bizzarri ed ostinati, negli ultimi tempi perfino fuori moda. Nonostante questo gli asini possono insegnare (o ricordare) uno dei valori più importanti in assoluto: la semplicità, appunto, concetto antico e ingiustamente trascurato dalla frenetica società di oggi, tutta improntata da una logica selvaggia di mode passeggere e consumismo indiscriminato.

Scritta e sceneggiata anche dal simpatico protagonista, che all'umorismo un pò folle abbina qualche inutile caratterizzazione nelle figure di contorno, senza rinunciare a qualche poetica banalità nel rapporto tra bambini ed adulti oltre che quel poeticismo ambientalista alla Celentano, da maneggiare con cautela.

Claudio Bisio è sicuramente il migliore in campo, Giovanna Mezzogiorno ampiamente la più carina. Cameos estemporanei di Valerio Mastandrea e, direttamente dagli Elio e le Storie Tese, Elio e Rocco Tanica, che ha curato tra l’altro la (bella) colonna sonora.

EX

Il giudice Luca (Silvio Orlando) è alle prese con la causa di divorzio di Caterina (Nancy Brilli) e Filippo (Vincenzo Salemme), che si rimpallano la responsabilità dei figli, bambini degeneri agli occhi dei genitori visto che snobbano la playstation, amano l'opera e il teatro e vorrebbero andare al planetario.

Smessa la toga, tra le mura domestiche non depone le armi ma le affila, arcistufo dei litigi con la moglie Loredana (Carla Signoris), al punto da trasferirsi nell'appartamento del figlio universitario.

L'altra figlia (Cristiana Capotondi) è a Parigi con Marc, ma la Nuova Zelanda, con un'occasione di lavoro, chiama e promette una nuova vita e, forse, un nuovo amore.

Intanto Sergio (Claudio Bisio), psicologo, scomparsa tragicamente la moglie Michela (Elena Sofia Ricci), si ritrova ad affrontare la difficile situazione con due figlie adolescenti e una fidanzata interdetta, mentre il chirurgo Paolo (Fabio De Luigi) subisce le minacce dell'ex (Alessandro Gassman) di Monique ed Elisa (Claudia Gerini) resta folgorata dalla scoperta che il prete che sta per sposarla a Corrado (Gianmarco Tognazzi) è in realtà il suo ex Lorenzo (Flavio Insinna), che viene "confessato" da un conoscente imbianchino (Enrico Montesano).

EX è una commedia sentimentale del regista Fausto Brizzi, che gioca con l'amore e con il caso in una commedia corale (cast all-star) dagli incastri scorrevoli. E' la storia di tante storie di bisticci, rotture, equivoci, coincidenze e innamoramenti, in un luna park di sentimenti, partendo dal tema degli ex amanti e ragionando sul come si faccia presto a divenirlo, basta un' incomprensione, e sul come, in fin dei conti, non lo si divenga mai definitivamente, perché l'amore non si cancella, nemmeno con la lama affilata della falce della grande mietitrice.

Il film non disdegna punte di comico tout court, sulle spalle di Fabio De Luigi e del ritrovato Gianmarco Tognazzi, e non fa della commozione un tabù, affidandone a Bisio la delicata gestione. Una regia senza vezzi e senza incertezze lascia il centro della scena alla scrittura e ad un girotondo di attori capacissimi, tutti molto bravi, che si sostengono a vicenda sul filo della qualità e del tempismo comico. Ritmo sostenuto, battute che evitano la volgarità, perfino una parvenza di umorismo e malinconia caratterizzano le tante storie che vi si incrociano tra Roma, Parigi e la Nuova Zelanda.

Con l'eccezione della linea Gerini-Tognazzi-Insinna, il parametro sociale permane altolocato ma funziona mettendo in scena il campionario umano tra i venti e cinquant'anni e la trasformazione degli episodi in affluenti di un unico fiume.

Da segnalare solo, volendo essere cattivi, almeno quattro evidenti trucchi che possono funzionare come acchiappa pubblico tra i teenagers:

1) l'utilizzo della nudità e del richiamo sessuale sullo schermo (la pelle scoperta si spreca, tette e sederi femminili in prevalenza, ma c'è pure un California Dream Men con la "sorpresona" tra le gambe);

2) l'uso delle canzoni di James Blunt e di Biagio Antonacci invadono lo schermo a sottolineare le emozioni dei vari personaggi, un pò come in tv con i montaggi degli amici di Maria o del Grande Fratello: lacrime e sorrisi con una bella canzone spalmata sopra. O sotto.

3) la scelta di far recitare Claudio Bisio esattamente come se fosse sul palco di Zelig e De Luigi esattamente come se stesse conducendo "Le iene": passaggio dalla televisione al cinema senza soluzione di continuità;

4) l'invasivo sfoggio di nuove tecnologie fa veramente "ggiovane": è un continuo rincorrersi tra telefonini (ultimo grido), videofonini e chat. Con una spruzzata di cybersesso via webcam che così tutti i teenagers sanno di che cosa si parla.

Tutto sommato rimane comunque un film da vedere.