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BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI

Roma. Il vecchio e dispotico immigrato pugliese Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi) vive in una catapecchia con annesso recinto di monnezza. Proprio a un tiro di schioppo dal Santo Padre con la moglie e dieci (uno più uno meno) figli.

Forse anche il patriarca ha perso il conto degli eredi: tutti sono comunque ladri o scippatori.

Ha un unico bene che custodisce come un tesoro sacro e inespugnabile: il milione di lire, in contanti, che gli è stato pagato dall'assicurazione per l'occhio perduto in un incidente sul lavoro.

Il timore che il malloppo venga rubato lo devasta, tanto da non farlo dormire più la notte.

E alla fine decide: piuttosto che farsi derubare voglio godermi questa bella e in carne battona. Proprio nel letto coniugale.

Ma la famiglia si ribella.

BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI è una (volutamente) sgradevole commedia grottesca di Ettore Scola ma dal vago sentore pasoliniano, ambientata nel mondo delle "baraccopoli" ai margini delle grandi città (in questo caso, Roma) e percorsa da personaggi repellenti.

Tra i quali spicca comunque il grandioso Nino Manfredi, che dà il meglio (nel peggio) di sè con uno dei personaggi più squallidi che si siano mai visti, avvinazzato e sconcio.

Ma chi l’ha detto che i poveri sono belli, puliti e buoni? Ma chi ci crede ancora che il sottoproletariato urbano aspiri alla lotta di classe?

Il regista, in piena crisi ideologica e bypassando ogni sentimentalismo da denuncia, ci fa capire che i reietti sono dei “mostri” avidi e famelici pronti a sbranarsi per il denaro.

Esattamente come gli appartenenti alla classe borghese; solo che lo fanno in modo tribale e bestiale senza la simulazione delle buone maniere.

Non c’è speranza per nessuno, non c’è nessuna palingenesi alla porte che possa salvare e redimere.

Film dove realismo e ironia si fondono alla perfezione.

MACCHERONI

Napoli. E' sbarcato in città per lavoro il ricco e scaltro top manager a stelle e strisce Robert Traven (Jack Lemmon).
In effetti è un ritorno visto che 40 anni prima era già stato nella città partenopea al seguito della Quinta Armata statunitense per liberare il sud dello Stivale dal tacco germanico.

Tutto dimenticato.

A far affiorare i ricordi di gioventù ci pensa Antonio Jasiello (Marcello Mastroianni), impiegato dell'Archivio Storico del Banco di Napoli con velleità artistiche corredate da pillole filosofiche e granitiche convinzioni morali.

Il pratico manager aveva conosciuto il verace napoletano proprio durante la guerra di Liberazione quando aveva avuto una storia d'amore con sua sorella, ma se l'era completamente dimenticato.

Antonio, invece, per quarant'anni aveva continuato a considerarlo un amico, scrivendo alla propria sorella, arricchendole di brutto, lettere a suo nome diventate, nel tempo, la creazione di un "mito".

Dopo un difficile approccio, riesce a coinvolgere il pratico americano in un rilassato viaggio attraverso la memoria dei vecchi tempi, con la complicità delle bellezze di Napoli, in un'atmosfera di riflessioni continue e del "dolce" intrattenersi (Babà e taralli compresi ...).

Ma se loro sono disposti ad ignorare la realtà, la realtà non è disposta ad ignorare loro...

MACCHERONI è una commedia dolceamara diretta da Ettore Scola in maniera delicata, che realizza un film che, pur avendo evidenti difetti (i molti luoghi comuni sulla città del Vesuvio, caricaturale e stereotipata, per esempio), regala emozioni che si tagliano a fette.

Sullo sfondo di abbondanti pennellate di colore locale,  una magica Napoli a tratti crepuscolare, eterno teatro di sconfinate vicissitudini, si racconta (e un po' idealizza) l'incontro/scontro tra due culture e due mentalità diverse (quella americana e quella napoletana) che finiscono per collimare in nome del sentimento di una vera d'amicizia, che non ha tempo.

Il film è giocato sul filo della sottile ironia, della bonomia e del sentimento nostalgico e malinconico del passato problematico  ma più spensierato.
Inutile dire che tutti noi idealizziamo la gioventù.

Superfluo soffermarsi sulla coppia di fantastici protagonisti, due colossi del cinema mondiale: Jack Lemmon e Marcello Mastroianni, per la prima volta insieme sul set, ognuno con il suo infinito e diverso mestiere.

LA FAMIGLIA

Roma. L'ex professore Carlo (Vittorio Gassman) compie ottant'anni circondato da uno stuolo di nipotini e dai figli nella casa al quartiere Prati.

In quell'appartamento da media borghesia ha, dal 1906 al 1986, giocato, studiato e (Andrea Occhipinti) conosciuto la futura moglie Beatrice (Stefania Sandrelli). Forse mai amata come Adriana (prima Jo Champa poi Fanny Ardant), pianista e, ahilui, cognata.

Basta una vecchia foto per ripercorrere in un soffio la sua lunga vita.

Ecco il fratello scapestrato Giulio (prima Massimo poi Carlo Dapporto) che sposerà la fedele domestica Adelina (Ottavia Piccolo), lo zio in camicia nera Nicola (Renzo Palmer) e le tre zie zitelle, Margherita (Athina Cenci), Luisa (Alessandra Panelli) e Ornella (Monica Scattini). Che bel parentado.

LA FAMIGLIA è una commedia intelligente e pudica, di rara sensibilità e di struggente malinconia: i soavi valzer di Armando Trovajoli ci accompagnano nelle stanze che s'affacciano su quell'immutabile corridoio del grande appartamento mentre il regista Ettore Scola sbircia dalla finestra la Storia d'Italia di un secolo.

Il piano domestico e delle relazioni affettive si intreccia con gli echi dell'evoluzione storica e sociale che entrano in casa, sfiorando soltanto gli eventi spesso più drammatici o sconvolgenti che scuotono o elettrizzano la famiglia in ottant'anni di vita.

La Storia passa attutita fuori delle finestre, l'avvicendarsi delle generazioni e la forza delle abitudini, battesimi e nozze, pranzi e chiacchiere, amori e compromessi, morti e prudenti dolori, personaggi di mezza qualità, grandi sentimenti appena sfiorati e decoro sempre rispettato, l'imbarazzo di non saper esprimere le proprie ribellioni e lo struggimento vago del tempo che fugge.

Un Vittorio Gassman gigantesco guida un cast eccezionalmente affiatato in una bella prova di professionismo e maestria narrativa, di sintesi all'insegna dell'armonia, fondato su uno sguardo disincantato e saggio di chi, raggiunta la maturità, ha saputo migliorare e chiarificare il vino della giovinezza.