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DA GRANDE

Marco (Joska Versari) è seccatissimo anche se proprio oggi compie otto anni. Sia mamma Anna (Ottavia Piccolo) sia papà Claudio (Alessandro Haber) si sono dimenticati il regalo.

Sarebbe meraviglioso poter diventare grande subito, non far più da baby-sitter alla sorellina e poter dire ti amo alla graziosa maestra Francesca (Giulia Boschi).

Lo sforzo di volontà è miracoloso, desiderio esaudito: un misterioso colpo di luce lo trasforma in un baldo quarantenne (Renato Pozzetto), anche se  con cervello, abitudini, sensibilità di un ragazzino di otto, e lo trasferisce a casa della sua bella.

SERAFINO

Abruzzo. Il giulivo pastore idealista semianalfabeta Serafino (Adriano Celentano) porta a pascolare le pecore dell'avarissimo zio Agenore (Saro Urzì).

Intanto flirta distrattamente con la dolce cugina Lidia (Ottavia Piccolo) e si spupazza la disponibile quasi eremita Asmara (Francesca Romana Coluzzi).

Proprio uno strano tipo questo pastore dal "cuore d'oro", tanto che i parenti (serpenti) vorrebbero far passare per matto.

Disimpegnata, chiassosa e sguaiata commedia agreste del grande Pietro Germi, che si allea con il perenne portatore sano di filosofia naturista Adriano Celentano per una sparata (abbastanza banale e buonista) contro i guasti e lo stress del mondo moderno contrapposto alla sanità della vita di campagna, condita dal battersi dell'individuo contro le costrizioni e le ipocrisie sociali.

Un ingenua glorificazione di una realtà pastorale rozza e spontanea (ormai scomparsa nda), un anarchismo da parrocchia, tra luoghi comuni e figurine stereotipate.

Piuttosto, la grettezza dei parenti di Serafino non fa altro che dimostrare che, città o campagna, la meschinità, l'invidia e le maldicenze sono dovunque. Infatti SERAFINO è anche  (forse soprattutto) un legittimo attacco (come in altri film di Germi) all'ipocrisia dell'istituto matrimoniale e della famiglia.

Forse manca quel pizzico di cattiveria in più che ci si sarebbe aspettati da un regista come Germi, e che avrebbe dato più forza a questa storia di parenti serpenti che si accaniscono sul povero Serafino.

Nel cast femminile, più che la Piccolo direi che brilla senza dubbio la Coluzzi, seppure imbruttita per il ruolo.

LA FAMIGLIA

Roma. L'ex professore Carlo (Vittorio Gassman) compie ottant'anni circondato da uno stuolo di nipotini e dai figli nella casa al quartiere Prati.

In quell'appartamento da media borghesia ha, dal 1906 al 1986, giocato, studiato e (Andrea Occhipinti) conosciuto la futura moglie Beatrice (Stefania Sandrelli). Forse mai amata come Adriana (prima Jo Champa poi Fanny Ardant), pianista e, ahilui, cognata.

Basta una vecchia foto per ripercorrere in un soffio la sua lunga vita.

Ecco il fratello scapestrato Giulio (prima Massimo poi Carlo Dapporto) che sposerà la fedele domestica Adelina (Ottavia Piccolo), lo zio in camicia nera Nicola (Renzo Palmer) e le tre zie zitelle, Margherita (Athina Cenci), Luisa (Alessandra Panelli) e Ornella (Monica Scattini). Che bel parentado.

LA FAMIGLIA è una commedia intelligente e pudica, di rara sensibilità e di struggente malinconia: i soavi valzer di Armando Trovajoli ci accompagnano nelle stanze che s'affacciano su quell'immutabile corridoio del grande appartamento mentre il regista Ettore Scola sbircia dalla finestra la Storia d'Italia di un secolo.

Il piano domestico e delle relazioni affettive si intreccia con gli echi dell'evoluzione storica e sociale che entrano in casa, sfiorando soltanto gli eventi spesso più drammatici o sconvolgenti che scuotono o elettrizzano la famiglia in ottant'anni di vita.

La Storia passa attutita fuori delle finestre, l'avvicendarsi delle generazioni e la forza delle abitudini, battesimi e nozze, pranzi e chiacchiere, amori e compromessi, morti e prudenti dolori, personaggi di mezza qualità, grandi sentimenti appena sfiorati e decoro sempre rispettato, l'imbarazzo di non saper esprimere le proprie ribellioni e lo struggimento vago del tempo che fugge.

Un Vittorio Gassman gigantesco guida un cast eccezionalmente affiatato in una bella prova di professionismo e maestria narrativa, di sintesi all'insegna dell'armonia, fondato su uno sguardo disincantato e saggio di chi, raggiunta la maturità, ha saputo migliorare e chiarificare il vino della giovinezza.