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PEREZ.

Napoli. Non è un cuor di leone l'avvocaticchio Demetrio Perez (Luca Zingaretti). Quasi sempre avvocato d'ufficio, gli affidano solo cause perse e lui, quasi invisibile e di poche parole, cerca solo di sopravvivere nei tribunali della città partenopea, in un mondo losco e cupo.

Eppure, il camorrista in procinto di "pentirsi" Luca Buglione (Massimiliano Gallo) sceglie proprio lui per costituirsi.

Perché? Sicuramente, conta il fatto che il poveretto, rassegnato, soffre in silenzio per il flirt tra la figlia ventenne Tea (Simona Tabasco), unico bagliore di un matrimonio fallito, e il pericoloso guappo emergente Francesco Corvino (Marco D'Amore).

PEREZ. è un ottimo dramma noir, asciutto, freddo e cupo, girato in gran parte nell'inquietante Centro Direzionale (siamo a Napoli, ma non sembra), con ambientazioni in perenne penombra, inquietanti e intriganti allo stesso tempo.

Luca Zingaretti dà volto a un antieroe, pieno di paure, ma anche di risorse inaspettate e della sua evoluzione personale che la sceneggiatura, pur nella sua concisione, rende sufficientemente credibile.

Bravo anche Marco D'Amore, che tuttavia rischia per scelte professionali di rimanere "ingabbiato" nello stesso personaggio.

Una storia di indubbia tensione, compresa la caccia al toro.

LA NOSTRA VITA

Roma. Claudio (Elio Germano) è un capomastro edile quasi trentenne che lavora nei cantieri della periferia romana e vive con l'adorata moglie Elena (Isabella Ragonese) e i due figli, in attesa del terzo.

Un solo stipendio. Ieri sarebbe stato definito un proletario, oggi è un aspirante borghese piccolo piccolo che vive in un trilocale di borgata romana, dove i centri commerciali hanno preso il posto delle piazze.

Tuta giallorossa, sogna la Sardegna.

E' sconvolto ed impreparato quando l'amata donna muore di parto, proprio mentre sta dando la vita al piccolo Vasco.

Per fortuna, oltre al fratello timidone Piero (Raoul Bova), c'è la sorella sposata Loredana (Stefania Montorsi) a prendersi cura dei tre pargoli.

Incapace di fronteggiare il dolore (ma chi lo sarebbe?), si mette in testa di dover risarcire i figli, dandogli tutte quelle cose che, se non altro, si possono comperare.
Cambia così rotta e si infila così in un affare più grosso di lui, dalle ripercussioni economiche e morali. Decide di mettersi in proprio, ricattando l'appaltatore palazzinaro mediamente ricco (Giorgio Colangeli), che ha nascosto la morte sul cantiere di un poveraccio.

Guai in vista, ma cosa non si fa per i figli.

LA NOSTRA VITA del poco prolifico Daniele Luchetti è un ambizioso ed emozionante dramma socialfamiliare che racconta un'amara storia proletaria dei nostri giorni, tra lavoratori precari, piccoli evasori fiscali, consumismo spinto e i soldi che non bastano mai.

Peccato per le durezze stemperate dal finale, poco realistico anche in un paese familista, e per qualche incongruenza (la polizia non si accorge del vistoso pusher in carrozzella Luca Zingaretti).

Da applausi Elio Germano, che ha la faccia e ormai l'esperienza per un personaggio sofferente e rude, e per una battuta da Oscar: noi lavoriamo in nero, siamo gente per bene.




IL FIGLIO PIU' PICCOLO

Bologna. Luciano Baietti (Christian De Sica) è un piccolo imprenditore di pochi scrupoli e tanta ambizione che nel giorno stesso in cui sposa la candida Fiamma (Laura Morante), la donna da cui ha avuto due figli, scompare assieme a un eccentrico contabile, il mancato frate Sergio Bollino (Luca Zingaretti), portando con sé la proprietà di tutti i beni immobili.

Diciotto anni dopo è dirigente della Baietti Enterprise, una delle più importanti società immobiliari del paese, nonché capo di un impero economico costruito su raccomandazioni, ricatti, società fantasma e connivenze politiche.

Alla vigilia delle seconde nozze con una ricca romana politicamente in vista, Baietti richiama la prima moglie, che nel frattempo non ha mai smesso di amarlo, e il figlio più piccolo, Baldo (Nicola Nocella), studente dams che sogna di girare un film splatter, per invitarlo ad essere testimone alle sue nuove nozze.

Parte felice per Roma il giovane povero Baldo Baietti, accompagnato dal sorriso della candida Mamma Fiamma e dalla rabbia del fratello Paolo, che invece non ha mai perdonato il padre fuggiasco.
La gioia del ragazzo diventa entusiasmo appena l'affettuoso padre, su consiglio dell'amministratore, gli comunica che ha deciso di lasciargli tutto, bastano un paio di firme.

Ma il bel sogno dura poco: l'azienda è indebitata col fisco per oltre 55 milioni. E ora che si fa?

IL FIGLIO PIU' PICCOLO è una fiacca e deludente tragicommedia del pur prolifico ed eclettico Pupi Avati, la storia di un imprenditore fallito, sotto tutti i punti di vista, così cinico da scaricare sul figlio innocente (e troppo ingenuo, leggi scemo) guai finanziari e frustrazioni assortite.
Bisogna riconoscere al regista che fra i colleghi della sua generazione, è stato l'unico a non essersi mai realmente interessato a perseguire un progetto di cinema “politico” (sicuramente più "remunerativo" da parte della critica, lo so è una parola grossa, italiota) anche nel momento in cui tutti sposavano (per interesse) la passione artistica con il fermento politico.

Una trama un pò macchinosa che fatica a stare in piedi e per di più non dà palpiti, nonostante la discreta prova del barbuto Christian De Sica, una carogna capace di autoindignazione, tra ometti patetici (forse troppo). Dallo “squalo” della finanza ipocondriaco in sandali da frate Zingaretti alla cantante hippie e polemica Morante, dalla nuova moglie, volgare borghesuccia romana che combatte la partitocrazia della politica con una squadra di tronisti palestrati.

Nello scontro, per la prima volta cercato e trovato, con la decadenza dei nostri costumi, il principio che Avati mette in gioco è radicale ma interessante: l'Italia si riduce ad un contrasto fra furbetti del quartierino e Candidi sognatori (leggi scemi, di nuovo), fra chi ha fatto sì che corruzione, volgarità e impunità diventassero i soli valori e chi ha lasciato passivamente che ciò accadesse, per quieto vivere o perché incapace di comprendere i mutamenti in atto.

Il problema è che se doveva essere un film critico e di denuncia, Avati non trova la forza ed il coraggio di andare fino in fondo, di premere sull’acceleratore ed allora si perde in una forma di moralismo popolare buonista che, in definitiva, non condanna lo stato delle cose, ma quasi lo osserva con sguardo rassegnato, umanizzando fin troppo gli strambi (ma letali, per gli altri) personaggi.

MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO

Latina, 1962. In quegli anni nell'Italia proletaria di provincia la vita non era facile. Le famiglie dovevano far crescere i figli con quello che avevano, dando loro una buona educazione.
Mentre si muove tra le architetture razionaliste dell'ex Littoria e di Sabaudia (città tirate su dal nulla dal fascismo nda) si sente un pesce fuor d’acqua, soprattutto in famiglia, il terzogenito Accio, cresciuto in seminario, appassionato di latino, che si iscrive, come atto di ribellione al conformismo imperante, al Movimento Sociale, istigato dal venditore ambulante di lenzuola Mario (Luca Zingaretti).

«Vedi la torre comunale? Fu costruita in 235 giorni».

Partecipa ad azioni violente, a cortei con le catene e il saluto romano. Fuori dagli schemi del fascino a buon mercato dei tempi della contestazione.

I cattolicissimi (immigrati veneti molto devoti) papà (Massimo Popolizio) e mamma (Angela Finocchiaro) stravedono per gli altri due figli, il più bello dei fratelli, l'operaio sinistrorso e attivista sindacale Malarico (Riccardo Scamarcio), benvoluto, adorato dalle donne, molto popolare, che lavora col padre in fabbrica, e l’aspirante concertista Violetta.

Passano gli anni, il fascista in erba cresce (Elio Germano) e s’innamora della graziosa Francesca (Diane Fleri), la fidanzatina francese del fratello, anche se, quando Mario è arrestato, s’imbarca sulla nave scuola di sua moglie Bella (Anna Bonaiuto).

Forse ho sbagliato tutto. Ma io non mollo.

Acuta, vivace, veloce, ben scritta, ben costruita e ben recitata, tratta dal romanzo "Il fasciocomunista" di Angelo Pennacchi, commedia (anche se scavalca il confine del dramma, con morti e feriti) dolceamara diretta da Daniele Lucchetti, troppo sbrigativa nel finale, che con marcata inflessione laziale ripercorre quindici anni di travagliata storia italiana, mescolando conflitto generazionale, lotta di classe, ardori sentimentali, guerra civile, tenendo in primo piano il complesso rapporto tra nero e rosso, tra due uomini/fratelli/amici per la pelle che condividevano gioie e miserie.
Luchetti da un impronta personale al suo cinema, tocca la politica, la affronta, ma ciò che gli importa veramente sono le persone, perché sono loro che fanno il mondo. Ieri, oggi, domani. Quei volti, quindi, che lui approccia nei dettagli, a volte con la camera a mano, per dare ai protagonisti quel qualcosa di incerto, sono l'anima dei suoi film.

Non c’è gara tra l’espressivo (e superlativo) Elio Germano, nella rappresentazione di un personaggio carico di rabbia commovente e impotente ingenuità, e il monocorde Riccardo Scamarcio, che ha il solo pregio di bucare lo schermo con i suoi occhi verdi. Troppo poco.
Intorno a loro si muovono la Finocchiaro, magnifica madre, e Zingaretti, fedelissimo al Duce, perfetti comprimari di un dramma estremamente personale.

La crescita di un uomo, forse non era mai stata così profonda nel cinema italiano attuale e, se tralasciamo benevolmente gli ultimi venti minuti, troppo frettolosi, scopriamo come la fatica e il dolore di vivere di personaggi umani-troppo-umani malmenati dalla microstoria quotidiana può essere raccontata con la forza delle immagini e delle parole.

Assolutamente consigliato.