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SE SEI COSI TI DICO SI

Savelletri, Brindisi. Si è ritirato nel paese natio, a fare il cameriere nel ristorante "Al polpo del re" dell'ex moglie Marta (Iaia Forte), il depresso Piero Cicala.

Ora pochi lo riconoscono. Anche perchè ha perduto molti capelli, ma trent'anni prima, negli anni '80, aveva scalato la hit parade, vendendo un milione di copie della sua canzone "Io, te e il mare".

Sulle prime respinge un emissario Rai, giunto a proporgli per l'indomani (in sostituzione dei Ricchi e Poveri!) un'esibizione da Carlo Conti. Nella trasmissione a caccia meteore e vecchie glorie "I migliori anni".

Nientemeno che una trasmissione televisiva di prima serata che gli propone di riprendere in mano il microfono per una sera  per eseguire il suo brano.

Poi, spinto dai paesani e rinfrancato dalla parrucca dell'amico barbiere Gianni Cola, parte per Roma.

Tra trattative e ripensamenti. Vado o non vado?

Qui, nel lussuoso albergo in cui è ospitato per la notte, viene travolto dalle carezzevoli forme di Talita Cortès (Belen Rodriguez), top model e icona del momento, e dal suo seguito di assistenti e paparazzi.

È un caso a farli finire nella stessa camera. Infatti per sfuggire all'invadenza gossippara la diva si rifugia nella camera dello stranito ex cantante.

Il quale ovviamente sgrana gli occhi davanti alla bellezza della fanciulla, pronta a sfoderare il bel lato B.

Poi il sempre più confuso Cicala entra davvero nelle simpatie della diva, che vorrebbe portarlo con sé in America, l'indomani stesso.

SE SEI COSI TI DICO SI è una commedia imperniata sulla malinconia di un personaggio che, dopo un fugace successo, è precipitato nell'oblio personale e professionale.

Il regista Eugenio Cappuccio realizza un film vedibile che trova in Emilio Solfrizzi (LA TERRA) un interprete decisamente adeguato. Azzeccata appare anche la scelta della sexy Belen Rodriguez, mai così a suo agio nella parte.

Peccato che SE SEI COSI TI DICO SI,  riuscito nella prima parte, perda un po' quota nella seconda, in cui la sceneggiatura sembra un po' frettolosa.

LA TERRA

Stazione di Mesagne (Brindisi). Dopo trent'anni è tornato da Milano nel paese natale il mite professore di filosofia Luigi Di Santo (Fabrizio bentivoglio), convocato con urgenza dai due fratelli minori.

Sia l'avventato e affarista Michele (Emilio Solfrizzi), proprietario di un mobilificio, lanciato in politica e indebitatissimo con l'usuraio Tonino (Sergio Rubini), sia il timido Mario (Paolo Briguglia), che in parrocchia fa volontariato, ora che papà è morto, intendono vendere la masseria di famiglia.

Ma c'è un ostacolo: Aldo (Massimo Venturiello), il fratellastro contadino, per nessuna ragione è intenzionato a dare il consenso alla vendita della proprietà, su cui peraltro risiede.
Ed ecco che durante una processione religiosa, un fucile da caccia uccide il laido strozzino.

Chi è stato?

LA TERRA è un sanguigno melodramma familiare in salsa pugliese, intinto nel giallo, scritto e diretto ottimamente da Sergio Rubini, che ritaglia per sé, accentuandone l'aspetto caricaturale, il personaggio più odioso in un ruolo secondario ma molto significativo.

Una storia universale o, perlomeno, molto italiana di antichi rancori pronti ad esplodere, con maggiore fragore di certe passioni mai sopite.

Bravi i quattro protagonisti.

Interessante la chiusura del film, un apparente happy end, in cui però, nulla è più come prima o come sembra, ciascun personaggio ha perso e ritrovato sé stesso nel momento in cui si confronta con gli altri e dove la verità, per chi la vuole sapere, ha il valore di parole sussurrate all'orecchio.

A far da sfondo alla vicenda, ma a tutti gli effetti presente al pari di un altro personaggio, è il tripudio di pugliesità (uliveti sterminati, masserie, mare cristallino, mandorle e primitivo), coi suoi maestosi scenari, che alternano alla solarità delle spiagge, la bellezza delle piazze (stranamente sempre vuote) dei piccoli centri urbani con le chiese barocche e le suggestioni di processioni notturne.

SELVAGGI

Vigilia di Natale. Che fortuna nella disgrazia: il piccolo aereo carico di turisti italiani in volo sui Caraibi fa un atterraggio di fortuna su un'isoletta sperduta.

E' deserta, assicura l'insegnante napoletano Luigi (Leo Gullotta), mentre il chirurgo meneghino di simpatie destrorse Bebo (Ezio Greggio) litiga già con l'impiegato romano bertinottiano Mario (Antonello Fassari) e la sua repressa consorte Cinzia (Cinzia Leone).

La fotografa fiorentina Carlina (Monica Scattini) cerca di procurarsi un pò di frutta e allo stesso tempo difendere due seducenti modelle dagli assalti dell'operatore turistico Jimmy (Franco Oppini) e del disoccupato barese Felice (Emilio Solfrizzi).

Chi vivrà vedrà.

SELVAGGI è una commedia paracomica della macchina produci soldi conosciuta con il nome di Fratelli Vanzina, che in un deserto intellettuale ammucchiano i soliti esemplari dell'italica fauna, suddivisi in nordisti e sudisti, ma anche berlusconiani e ulivisti, impastando il tutto con il solito qualunquismo assolutorio tipico delle analisi a grana grossa del nostro Bel Paese (soprattutto degli abitanti dello stesso).

I berlusconiani litigano con i pidiessini, si fa sesso, si va a caccia senza risultati, si fumano spinelli.

Gli attori, quasi tutti presi dalla televisione, portano dietro anche quella superficialità degli stereotipi, appunto, televisivi.

Unica nota veramente positiva: parolacce assenti. E forse non è poco.

EL ALAMEIN - LA LINEA DEL FUOCO

Egitto, ottobre 1942. Marcisce da quattro mesi sotto il sole del deserto e le cannonate inglesi, la malridotta compagnia del rassegnato Tenente Fiore (un credibile Emilio Solfrizzi).

L’esercito italiano è bloccato presso El Alamein a un centinaio di chilometri da Alessandria. L’avanzata dell’Asse è stata fermata dalla depressione di El-Qattara, una striscia desertica che si è rivelata insuperabile.

E questa è Storia. Pubblica.

Non è quello che sognava lo studentello idealista volontario Serra (Paolo Briguglia). E questa è storia privata.

Quella che dà le linee guida al film, seguendo le vicende di alcuni soldati della divisione Pavia ed è narrata in una sorta di diario, tenuto dal suddetto soldato Serra, volontario
universitario, come già detto, che è partito entusiasta di servire la Patria e vedere l’Africa e convinto che la vittoria fosse una pura e semplice formalità. 

La propaganda fa brutti scherzi.

Purtroppo per noi El Alamein fu una sconfitta (onorevole e con sprazzi di eroismo) e determinò, con Stalingrado, probabilmente (chi può dirlo?) l’inversione di tendenza della seconda guerra mondiale.
Del gruppo fanno parte anche il sergente Rizzo (Pierfrancesco Favino) e Spagna (Luciano Scarpa).

Di giorno tutti rintanati in trincea, pregando che la bomba in arrivo non c’entri proprio la tua buca, a divincolarsi tra noia e dissenteria; di notte fuori, a zonzo per il deserto, a caccia di mine.
Viveri e acqua scarseggiano, non arrivano nè i rinforzi, nè i rifornimenti promessi, ma l’ordine è di tenere la posizione ad ogni costo, anzi no, bisogna ripiegare.

Nel momento dello sbando il gruppo cammina e cammina, non si sa per dove.

Il nemico bombarda dal cielo, grazie alla sua superiorità aerea, e ora attacca anche via terra
Sfiniti e abbandonati al proprio destino i pochi superstiti sentono avvicinarsi il nemico sempre più. Motivato ed organizzato (soprattutto). E con esso la fine.

L’ultimo pensiero alla cara Italia, chissà se ti rivedremo dopo.

E poi la battaglia furibonda. Fino all’ ultimo uomo degno di questo nome.

Tutti sappiamo (o dovremmo saperlo, comprese femmine e cantanti) che El Alamein significa sconfitta eroica con gravi perdite inflitte al nemico, con soldati che affrontarono i carri armati con le bottiglie incendiarie.

Significa anche divisione Folgore, diventata leggendaria e citata nel film solo casualmente.
Appassionato, scarno e toccante (perche no?) film di guerra, diretto con una certa sobrietà dal regista Enzo Monteleone, basato sulle vicende tratte dai diari quotidiani dei nostri soldati, non adeguatamente supportati in un avventura bellica che si è rivelata, alla fine, disastrosa.

Ma siccome l’Italia non è un popolo di eserciti ma un popolo di eroi, rimane il mito e l’eroismo, senza dimenticare che molti di quei soldati era povera gente portata via da casa per andare nel deserto, la famosa avventura coloniale (che non fu solo negativa).

Il sergente veneto dice “che mi manca sono i prati dietro casa mia” e lo dice bene, senza banalità e retorica, come lo poteva dire un contadino veneto.

Dopo la battaglia notturna la scena si apre ai giorni nostri, nel cimitero di El Alamein, con migliaia di nomi e di “ignoto” sulle tombe. Per un momento la camera inquadra un uomo di spalle. Probabilmente è il soldato Serra, sopravvissuto.

EL ALAMEIN - LA LINEA DEL FUOCO è un buon film italiano, un eroismo senza grancassa ne effetti speciali all’americana, con protagonisti misurati e spontanei, per certi versi struggenti, tra vita in trincea, discorsi e dolore.

Tanto dolore.