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IL POLIZIOTTESCO CULT: MILANO CALIBRO 9

Senza dubbio un cult del poliziottesco anni '70, un genere composto da oltre cento titoli capaci di cristallizzare un decennio tanto controverso quanto affascinante, regalando agli spettatori personaggi di assoluto culto.

Nel caso specifico parliamo di MILANO CALIBRO 9.

Del cult firmato Ferdinando Di Leo restano impresse la selvaggia crudeltà di Ugo Pizza, magistralmente interpretato da Gastone Moschin, e lo sfrenato erotismo di Nelly Bordon, una seducente e biondissima Barbara Bouchet.

Se il primo, sigaretta in bocca e cranio rasato, paralizzava il cuore dello spettatore con uno sguardo folle, penetrante e assetato di vendetta, tutt’altri brividi (caldi) scuotevano invece le movenze della go-go dancing della ragazza.


Nell’ormai celebre scena del Night Club, le curve di Barbara Bouchet, infatti frustavano tanto le fantasie degli uomini in sala quanto le perline di un bikini così succinto da lasciare ben poco spazio all’immaginazione.

LA MALA ORDINA

New York. Nel grande ufficio della Grande Mela il boss Corso, grande capo dell'Organizzazione, ordina ai suoi sicari David Catania (Henry Silva) e Frank Weston (Woody Strode) : andate a Milano ed ammazzate Luca Canali (Mario Adorf).

Secondo le voci della strada il Canali, un pappone milanese un pò sbruffone ma di piccolo cabotaggio, si è impossessato di una partita d’eroina dal valore di tre miliardi di lire.

L’omicidio dovrà essere il più plateale possibile, in modo che si sappia che i due professionisti sono arrivati appositamente dall'America per il lavoro.

I due partono ma qualcosa non quadra: Canali non sembra essere un pezzo grosso, né tantomeno pericoloso.

E' piuttosto un modesto sfruttatore, molto affezionato a sua figlia Rita, che la ex-moglie Lucia (Sylva Koscina) gli tiene lontano a causa del modo di procurarsi da vivere.

Don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), che realmente ha incassato i quattrini derivanti dalla partita di droga e ha usato l'uomo come capro espiatorio, mette subito a disposizione degli ospiti due killer nostrani, che però vengono uccisi.

Il padrino italico, per mettere fine alla pericolosa vicenda, ammazza moglie e figlia della mancata vittima.

Vendetta, cieca e tremenda dell'omuncolo dalla lingua lunga.

LA MALA ORDINA è un ottimo esempio di noir, crudo e violento, ed è anche una delle opere migliori del regista Fernando Di Leo. Girato con grande ritmo non appare mai patinato e artefatto, ma sempre efficacemente realista, con sequenze d'azione che, sebbene a volte siano un po' "forzate", appaiono sempre efficacissime.

Ottima la prova del cast, specie del bravo Mario Adorf, tenero con la famiglia ma spietato con gli avversari, che supera se stesso di MILANO CALIBRO 9.

Il film no, per snodi di trama assai meno logici rispetto a MILANO CALIBRO 9, che si perdonano perché Adorf è fantastico, la fotografia è un gioiello, così come la colonna sonora.

Bella l'idea della coppia di granitici gangsters (ripresa da Scerbanenco), le scene in discoteca, il finale e tutto il milieu milanese di Parco Lambro. Brutti gli hippies, soprattutto un'incredibile Francesca Romana Coluzzi.

Rapido cameo di un giovane Renato Zero.

MILANO CALIBRO 9

Milano. E' appena uscito dal carcere di San Vittore dopo aver scontato tre anni per rapina (la buona condotta funzionava anche allora, visto che la condanna era di quattro nda) il malavitoso Ugo Piazza (Gastone Moschin) che viene subito agganciato dal vecchio compare, il malavitoso Rocco (Mario Adorf), galoppino dell'Americano (Lionel Stander).

La banda di criminali sospetta che il Piazza abbia intascato 300000 dollari proprio di proprietà del capo, che è incazzato come una iena, ma meno educata.

Parla Ugo, dove hai messo i soldi? E vai con il pestaggio.

L'assicurazione sulla vita è proprio il desiderio di rimettere le mani sul malloppo sparito: perdonato, per il momento, e riassunto.

E d'altra parte neanche la polizia sembra trattarlo con i guanti, anche grazie a un commissario capo che sta sempre a parlare, tutto "legge e ordine": delinquenti si nasce, sorvolando su tutte le variabili etiche, esistenziali, estetiche, insospettabili sfumature di un universo che dall'esterno appare uniforme, dominato da un plumbeo ed elementare codice d'onore, e invece è variegato e profondo.

Così Ugo cerca l'unica faccia (e corpo...) amica, la spogliarellista Nelly Bordon (Barbara Bouchet).

Colpi di scena a raffica.

MILANO CALIBRO 9 diretto da Fernando Di Leo è un film d'azione violenta senza fronzoli, dalle inquadrature sporche, ma venato da risvolti di critica e denuncia sociale (influenzati in maniera evidente dal clima politico sociale del tempo, uno spaccato dell'Italia dei primi anni '70).

Dopo un inizio letteralmente "esplosivo" (i primi 10 minuti sono assolutamente memorabili), il film prosegue col suo ritmo avvolgente, teso e frenetico fino ad arrivare ad un finale che è tra i più violenti e senza speranza che ci possano essere.

Se il personaggio dello sbirro democratico Pistilli è quasi caricaturale (sul suo personaggio cade l'onere di ridicole sparate sociologiche nda), gli altri sono invece ineguagliabili per tensione emotiva e credibilità: grande Moschin mentre si muove nei bassifondi di Milano nella sua lucida imperturbabilità, fantastico Adorf nella sua irruenza.

Impossibile non menzionare il tocco di eros che una splendida e seducente Barbara Bouchet, che si fa guardare, sa regalare sin dalla sua prima entrata in scena, quel siparietto pop a piedi nudi nel night club.

Completano il quadro i tanti caratteristi del cinema italiano e l'incalzante colonna sonora di Luis Bacalov.

Conta almeno una battuta fatidica: “Se si va avanti così, vedrai che dovranno creare l'antimafia anche a Milano”. Incredibile!