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ARDENNE '44: UN INFERNO

Ardenne, Belgio, 1944. Gli americani avanzano nel fango dell' Europa.

Stropicciamoci gli occhi. Non sembra vero all'esausta e composita pattuglia guidata dal ruvido e roccioso maggiore Falconer (Burt Lancaster) di potersi sistemare in un ricco (di storia e di arte) e lussuoso castello.

Il possedimento appartiene da secoli alla famiglia di un ricco aristocratico che ha sposato sua nipote, ma non è in grado di generare un erede.

Inutile dire che il maggiore ben presto, dopo il castello, "occupa" anche la contessa, accettando l'incarico di sistemare la faccenda dell'erede.

Intanto anche la truppa trova i suoi "svaghi" nel bordello del paese, mentre l'umanista capitano Beckermann è roso dal convincimento di dover abbandonare il castello per evitare di farlo diventare un obiettivo militare, cosa che porterebbe alla sicura distruzione di quell'immenso patrimonio artistico.

I tedeschi intanto avanzano...

ARDENNE '44: UN INFERNO è un atipico film di guerra, molto bello ed avvincente dietro cui si nasconde una notevole metafora tesa a mettere in rilievo come la civiltà europea sia vecchia e ricca (di storia) mentre quella americana giovane e pratica.

Un popolo, quello americano, senza passato, individualista, eterogeneo (non a caso nel plotone troviamo un italoamericano, un nativo, un nero ecc...) ma accumunato da una forte dose di cinismo e dalla ferrea e combattiva volontà di vivere il presente, a differenza degli europei molto legati alla tradizione e al passato, quasi persi nei loro "riti".

A tratti visionario e quasi psichedelico, si fa notare oltre che per la bella regia e sceneggiatura, anche per una scintillante confezione (bellissima la fotografia e i paesaggi) e per una prova corale del cast di grande valore su cui spiccano Burt Lancaster e Peter Falk.

Bello e particolare.

AIRPORT

Chicago. Nella notte di tormenta il Boeing 707 per Roma sta per decollare.
La pista è stata sgombrata dalla neve e il direttore dell'aeroporto Mel Bakersfeld (Burt Lancaster) finalmente può tirare un respiro di sollievo.

Via, si parte con il comandante Vernon Demerest (Dean Martin) e il vice Joe Patroni (George Kennedy) ai comandi.

Riusciranno i nostri eroi ad atterrare sani e salvi a Fiumicino?

AIRPORT è il capostipite del filone catastrofico dell'era moderna, insomma su un aereo, prototipo di innumerevoli film successivi, nessuno mai stato all'altezza del presente.

Il film si avvale infatti di una grande squadra di professionisti, nessuno escluso, e di una trama semplice ma solida con un bell'intreccio di 4 o 5 filoni narrativi e una suspence ben calibrata. Spettacolo e tensione sono garantiti.

Inoltre miscela sapientemente il dramma incombente con la commedia, anche per delineare meglio i personaggi.

Non mancano neppure dei gradevoli intervalli più leggeri, per i quali il regista si affida soprattutto ad una eccellente Helen Hayes (Oscar come miglior attrice non protagonista) nei panni di un'irresistibile e combattiva clandestina.

Interessante è anche notare come tra i passeggeri dell'aereo ci siano tutti i tipi di personaggi quasi sempre presenti nei catastrofici sugli aerei successivi: almeno un dottore, il passeggero villano, il cervellone, la hostess intraprendente, eccetera. Personaggi che in questo film sono molto ben delineati e rappresentati, mentre in futuro tenderanno sempre più spesso a diventare degli stereotipi.

Gli ottimi effetti speciali dell'epoca sono sbalorditivi per la loro efficacia.

Insomma un classico senza tempo.

IL TRENO

Parigi, seconda guerra mondiale. Gli alleati sono vicini. Così l'arrogante colonnello tedesco von Waldheim (Paul Scofield) accelera i tempi per trasferire, a tutti i costi, in Germania il treno riempito con i più bei dipinti delle gallerie francesi.

Un fritto misto di opere d'arte dal valore inestimabile.

Ma il tecnico ferroviario e ora capo della resistenza locale, Paul Labiche (Burt Lancaster), aiutato da ferrovieri e patrioti assortiti, inizia una lotta incessante per sabotare il treno ed evitare il trafugamento.

IL TRENO è un solido ed avvincente thriller bellico in bianco e nero, con cui il regista John Frankenheimer s'inoltra nella Francia occupata per due ore di grande cinema.

Meritorio per evitare trionfalismi e facilonerie assortite: al contrario sa essere duro e spietato.

Una suspence eccezionale, colpi di scena, sequenze spettacolari e due eccellenti attori completano il quadro: l'americano Burt Lancaster che fa il francese e il bravissimo Scofield nella parte del fanatico colonnello intenzionato a tutto pur di ottenere il "tesoro" francese.

Un po'sprecata la Moreau nella parte della locandiera che aiuta la resistenza.

CASSANDRA CROSSING

Ginevra. Tre terroristi pasticcioni cercano di far saltare un laboratorio americano in terra svizzera che stava sperimentando armi batteriologiche, fallendo l'obbiettivo.

Due muoiono, il terzo, Robert Navarro (Martin Sheen), contagiato da un terribile virus, si rifugia sul treno per Stoccolma.

Gli 007 americani fanno piombare il convoglio con mille passeggeri ignari. Le possibilità di contrarre il virus sono del 60%. La decisione è 'inevitabile', 'nessuno dei passeggeri dovrà salvarsi'.

Il treno viene deviato verso la Polonia, ai passeggeri viene detto che saranno portati a Plascov, dove li aspetta un campo di quarantena. Circa 15 miglia prima però, c'è da attraversare il famigerato e tristemente famoso Ponte di Cassandra, una linea ferroviaria in disuso dal 1948.

Tutti sanno che non reggerà al peso. Questo è 'l'unico modo' per garantire il silenzio sull'accaduto.

Intanto a bordo ci sono il dottor Chamberlain (Richard Harris) con la moglie Jennifer (Sophia Loren) a tentare il tutto per tutto.

CASSANDRA CROSSING è uno spettacolare e tesissimo kolossal fantapolitico su rotaia, un mix riuscito tra "disaster movie ferroviario" e "contagion movie".

Il regista George Pan Cosmatos può vantare un cast internazionale di eccezionale livello, con ruoli assegnati con criterio ai singoli interpreti; la Loren sembra qui una diva hollywoodiana e la Gardner paralizza con la sua eleganza e il suo sguardo magnetico.

Nonostante qualche lungaggine di troppo e la convenzionalità del plot catastrofista, il film presenta buone scene d’azione e una discreta tensione, soprattutto nella seconda parte.

ZULU DAWN

Natal (Sudafrica), 1879. Gli zulù premono, pacificamente, per ottenere l’indipendenza da sua Maestà britannica.

L’altezzoso e miope governatore, sir Henry Bartle Frere (John Mills), fresco inviato dall’Inghilterra, e il comandante supremo delle truppe dislocate in loco, il feroce psicopatico Lord Chelmsford (Peter O’Toole), li mandano a qual paese (è proprio il caso di dirlo).

Inutilmente il saggio colonello Anthony Durnford (Burt Lancaster) raccomanda prudenza nelle azioni.

I due pavoni pensano più che altro ad organizzare feste e banchetti, sottovalutando la rabbia del sovrano degli zulù, re Cetshwayo, forte di oltre trentamila guerrieri.

Finchè, con le truppe arricchite di boeri, decidono di attaccare, convinti della facile vittoria.

Carneficina annunciata.

ZULU DAWN è un avvincente kolossal di produzione olandese e americana che rievoca una storia vera, il drammatico episodio di storia coloniale, culminato nella sanguinosa battaglia di Isandhlwana, rimasta nella storia come la prima sconfitta di un esercito occidentale per mano di africani.

Chiaramente l’esercito inglese ne esce con le ossa rotta, facendo una pessima figura, così com’è spedito al macello da capi vanagloriosi, tatticamente sprovveduti e ingabbiati nella mortale sottovalutazione delle forze del nemico.

Rimangono impresse splendide scene di guerra, nei e con splendidi paesaggi africani.