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MISSION TO MARS


Marte, 2020. Il messaggio che arriva sulla Terra è agghiacciante: i miei tre compagni sono stati inghiottiti dalla montagna che il gruppo voleva esplorare alla ricerca di acqua, mormora nel terribile filmato Luke Graham (Don Cheadle), il capo della spedizione partita l’anno prima, tra i festeggiamenti per la partenza del primo terzetto di astronauti diretto a Marte.

In soccorso si muove la missione bis con i piloti Woody Blake (Tim Robbins) e Jim McConnell (Gary Sinise), il fisico Phil Ohlmeyer (Jerry O’Connell) e la dottoressa Terry Fisher (Connie Nielsen), moglie di Blake.

Poveretta, non può far nulla per salvare il marito disperso nelle galassie subito dopo lo sbarco (una serie di piccole falle ha condotto all’abbandono dell’astronave e al sacrificio di Woddy).

Su Marte i sopravvissuti trovano uno scarmigliato Luke che li conduce dinanzi a un’enorme scultura di un volto.
Segno inequivocabile della presenza di un’altra civiltà (umana?).

Torniamo o restiamo?

Estenuante e monotono dramma fantascientifico del genio a corrente alternata Brian De Palma (questa volta ha mancato l’obiettivo nda), che basandosi su soggetto alquanto bizzarro, azzarda l’ipotesi che siano stati i marziani (mai materializzatisi nel film) i precursori dell’uomo.

Se infatti ha realizzato un film che ‘tiene’ sul piano degli effetti speciali, non altrettanto è riuscito a fare per quanto riguarda la storia.

Qualcuno ha azzardato di paragone di MISSION TO MARS  con l’Odissea spaziale di Kubrick.

Fermiamoci qua.

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO

Florida. La madre (Judith Ivey) è allarmata da oscuri presentimenti, ma il giovane avvocato, dotato e spregiudicato, Kevin Lomax (Keanu Reeves) segue la spinta dell'ambiziosa moglie Mary Ann (Charlize Theron) e il sostanzioso ingaggio, accettando un'allettante proposta di uno studio legale di New York.

Si trasferiscono così nella Grande Mela nello studio legale , che occupa un intero grattacielo, del potente John Milton (Al Pacino).

Questi alloggia i due sposino in un lussuoso attico, promettendo al neo assunto una carriera prestigiosa.

Il giovane azzaccagarbugli sgobba come un minatore trascurando la bella moglie, presto colta da una profonda crisi depressiva, e mentre accetta la difesa di individui tanto ricchi quanto loschi, si rende conto di aver venduto l'anima al diavolo, meglio a Belzebù in persona. In senso letterale, non metaforico.

Avvincente giallo tratto da un romanzo di Andrew Neiderman e diretto da Taylor Hackford, con ampie divagazioni nell'horror e nel fantastico, che infatti mi pone in difficoltà nella catalogazione: horror giudiziario? Farsa orrorifica? Parabola faustiana?

Nel suo toccare antichi e nuovi temi religiosi la materia del film è ambiziosa e rischiosa, navigando nell'assurdo: il sublime confina col ridicolo, e spesso ci sprofonda.

Eppure ti mette addosso più di un brivido e esibisce effetti speciali di buon livello.

I dialoghi sono forse la componente più interessante del film, e il luciferino Al Pacino, doppiato dal nostro Giancarlo Giannini, li dice con un potente istrionismo ben temperato.



Inutile dire che sovrasta lo spaurito Keanu Reeves e la spettacolosa bionda top model sudafricana, in questo film sconosciuta all'esordio ma già bellissima, Charlize Theron.

IL GLADIATORE

Roma, 180 dopo Cristo.
La vittoria nelle lande germaniche del prode e possente Generale Massimo (Russell Crowe) aumenta, ove fosse possibile, l’ammirazione dell’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris): alla mia morte ti cederò il trono, non mi fido della mia inetta discendenza rappresentata dal rampollo Commodo (Joaquin Phoenix).

Però. Però il legittimo quanto poco marziale erede strangola il padre, si impadronisce del bastone del comando e ordina di assassinare l’alto ufficiale Massimo, il vero protettore di Roma.
Il quale, da combattente di razza qual è, riesce a mettersi in salvo, ma non può impedire l’uccisione dell’amata moglie e del diletto figlio.

Distrutto dal comprensibile dolore viene catturato e spedito in Africa, al mercato degli schiavi. Dalla gloria alla schiavitù, viaggio solo andata. Per altri.

Viene acquistato dal liberto Proximo (Oliver Reed), un ex-gladiatore che si è conquistata la libertà combattendo e ora organizza gli show al sangue al Colosseo.

Dai cui spalti, ammassati e urlanti, i bravi cittadini romani spasimano per vedere teste mozzate, arti che volano, esseri umani sbranati dalle belve feroci. È il loro divertimento preferito, malauguratamente negato per troppo tempo dall’imperatore-filosofo, da quel Marco Aurelio appena morto.

Ora, per fortuna, sul trono c’è il figlio Commodo, uno che è bravo a soddisfare i gusti del pubblico pagante. E non. È lui ad avere indetto cinque mesi di ludi gladiatori, centocinquanta giorni di feste sfrenate per far dimenticare ai sudditi qualche “piccola” magagna (tipo l’uccisione dell’imperatore e il tentativo di fare lo stesso con quello designato).

Ma Massimo inizia a fare quello che sa fare meglio, da bravo soldato: combattere, combattere, combattere. E uccidere, alla bisogna.

Di combattimento in combattimento (spettacolari le scene di azione, soprattutto quando Massimo prende il comando nell’Arena, impartendo “naturalmente” ordini di dispiegamento agli spaesati compagni di sventura) può dimostrare tutto il suo valore. E’ il più bravo e nessuno, né uomo né belva può fermarlo.
Così la sorte gli regala la possibilità di ritrovarsi a Roma.

Vendetta, tremenda vendetta con l’aiuto della bella (e innamorata) sorella dell’ambiguo (sembra avere “attenzioni” per la sorella) Lucilla (Connie Nielsen). Fino a trovarsi di fronte all’odiato cattivone integrale.
“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio, padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa. E avrò la mia vendetta, in questa vita o nell’altra”.

IL GLADIATORE è un avvincente e vibrante kolossal dell’eclettico Ridley Scott, più che un film, un “filmone” in costume sullo stile di quelli che andavano di moda negli anni ’50, trascinante nelle spettacolari scene d’azione, tra cui mi piace ricordare anche la splendida battaglia iniziale, e che colpisce dritto al cuore.
Con qualche strafalcione storico, ma è un film mica un sussidiario (esistono ancora?) di Storia.
Cinque Oscar (al film, Crowe, effetti visivi, costumi, sonoro) aggiungono medaglie e fascino a un film che è sicuramente da vedere.