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L'AMORE BUGIARDO - GONE GIRL

Amy (Rosamund Pike)  e Nick (Ben Affleck) sono sposati da cinque anni. Belli, colti e ammirati ma la crisi economica ha messo in ginocchio il loro rapporto e interrotto le loro carriere, costringendoli al trasloco.

Da New York, si trasferiscono in provincia, nel Missouri, dove lei si trasforma in una casalinga annoiata e lui nel proprietario di un bar chiamato The Bar, gestito con la sorella gemella.

La relazione languisce e l'ostilità cresce.

Il giorno dell'anniversario del matrimonio, Amy scompare senza lasciare tracce, se non il suo sangue versato e ripulito in cucina, messaggi di una caccia al tesoro e un diario che potrebbe contenere la soluzione del caso.

Intanto, per tutti, i vicini, i media, la polizia e tutti quelli che lo stanno a guardare è stato Nick ad ucciderla, anche se il corpo, ancora, non si trova.

L'AMORE BUGIARDO - GONE GIRL è un thriller coniugale, meticoloso e cinico, che spiazza. David Fincher prende per mano lo spettatore, lo illude di aver intuito tutto e poi lo stordisce con colpi di scena sferrati sotto la cintura, inaspettati e azzeccati nei tempi.

Senza farsi mancare anche un attacco al matrimonio borghese (fondato sulla bugia) e una denuncia alla manipolazione dell'opinione pubblica da parte di certi media che sono pronti a trasformarti in un mostro, con ribalte televisive pressapochiste e pettegole, calpestando ogni tua dignità sull'altare dell'audience.

Ben Affleck, che continua ad azzeccare le pellicole giuste, è perfetto e naturale nella parte del marito bamboccio e anonimo che si trova ad affrontare qualcosa di troppo grande per lui. E che sarebbe inaspettato, per la verità, per molti.

La stupenda Rosamund Pike, bella e glaciale, sembra uscita da un film di Hitchcock.

Intrattenimento di gran classe.

THE GAME - NESSUNA REGOLA

San Francisco. E' triste nell'enorme villa vuota il ricco, potente ed arrogante consulente finanziario Nicholas van Orton (Michael Douglas). L'unica compagnia è l'anziana governante e dei ricordi d'una infanzia segnata dal suicidio del padre.

Spetato negli affari, detesta le sorprese.

Il giorno del 48° compleanno, la stessa età del padre alla sua morte, ecco l'invito a cena del fratello scavezzacollo Conrad (Sean Penn): questo è il mio regalo di compleanno, la tessera d'iscrizione a un club che organizza giochi personalizzati per animare esistenze monotone di paperoni.

Insomma la possibilità di partecipare a un gioco diverso da tutti: per curiosità o per vuoto esistenziale lui accetta di giocare la partita senza sapere di cosa si tratti, si sottopone ai test preventivi, poi torna nella fredda eleganza della sua casa deserta .

Via all' incubo, una vita a rischio continuo.

THE GAME - NESSUNA REGOLA, terzo film dell'acuto David Fincher, è un originale, ambizioso ed elettrizzante giallo psicologico, che gioca al gatto con il topo con il protagonista e con lo spettatore, riuscendo nello stesso tempo a strabiliare, per il mistero e le soprese,oltre alle invenzioni di regia,e a irritare, per l'eccesso di intrigo, la risoluzione incongruente e la madornale sproporzione tra i mezzi e il fine.

Insomma qualche esagerazione di troppo.

Buona l'interpretazione di Michael Douglas e Sean Penn per un film insolito che galleggia a metà fra un bel lavoro ed un qualcosa di incompiuto.

MILLENIUM - UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Stoccolma, 2005. Non può rifiutare l'ingaggio del vecchio ma ancora ricco e potente industriale svedese Henrik Vanger, il ruvido giornalista d'assalto Mikael Blomqvist (Daniel Craig), direttore della rivista scandalistica "Millenium" messo al tappeto da una condanna per diffamazione conseguente ad un’inchiesta temeraria su uno squalo della finanza.

Proprio grazie alla sua scrupolosità zelante e al suo recente rovescio (i nemici dei miei nemici sono miei amici...) gli hanno attirano le simpatie del ricco patriarca al tramonto che da tempo cerca la verità e il corpo della giovane nipote: indaghi per scoprire chi, quarant'anni fa, ha ucciso la mia nipotina Harriet.

Anche se nell'ovattata Hedestad, una cittadina battuta dal vento e assediata dall'inverno, non sembrano dei simpaticoni pronti ad aiutare l'investigatore nominato sul campo.

Ed ecco un formidabile alleato, la spregiudicata hacker punk dalle idee sessuali confuse ma virtuosa al computer, con un passato abusato e un presente intimidito.

Selvatica e bellicosa la diafana Lisbeth è attratta dalla riservatezza e dall'integrità di Mikael, che seduce, corteggia e prova a far innamorare. Fuori dal letto e dalla loro intesa intanto i fantasmi del passato si risvegliano e provano a ostacolarne l'indagine e a minacciarne la vita.

MILLENIUM - UOMINI CHE ODIANO LE DONNE è un discreto thriller poliziesco, cupo e gelido, che  il regista David Fincher trae dal film con il medesimo titolo e targa nordica, allungando il brodo di un quarto d'ora di troppo.

Il Fincher migliore dirige con uno stile sontuoso (a partire dai titoli di testa che sono visivamente semplicemente  incredibili, da urlo).

Il personaggio di lei, ancorché ben interpretato, è troppo stereotipato e poco credibile (informaticamente onnipotente) ma il suo lato drammatico rappresenta la componente più riuscita, compreso il coraggio di certe scene da pugno nello stomaco.

I quattro capitoli della saga di Alien


Composta da quattro episodi (in attesa del prequel in 3d, PROMETHEUS), la saga di ALIEN prende avvio nel 1979 con il film di Ridley Scott.

Il primo capitolo racconta dell'astronave Nostromo che, chiamata su un pianeta sconosciuto, viene invasa da creature mostruose quanto difficilmente eliminabili: alieni che si impadroniscono del corpo degli esseri umani.

Protagonista della vicenda è l'icona Ellen Ripley (Sigourney Weaver) e la pellicola segnerà l'immaginario della fantascienza (ma anche degli spettatori, noi compresi nda) per la sua atmosfera cupa e senza speranza.

Nel 1986 è la volta di ALIENS - SCONTRO FINALE di James Cameron in cui, 57 anni dopo, l'unica superstite Ripley guiderà una squadra di marines sul pianeta LB 426 dove i mostri si sono molptiplicati e hanno ucciso tutti gli esseri umani.

Seguiranno altre due pellicole: quella del 1992 di David Fincher (ALIEN 3), a nostro avviso la meno riuscita della serie visto che il regista darà dimostrazione del suo talento solo dopo,  e quella del 1997 di Jean-Pierre Jeunet (ALIEN - LA CLONAZIONE),  che porteranno Ripley, prima in una colonia popolata da fanatici religiosi e, poi, a venir resuscitata 200 anni dopo grazie alla clonazione.

SEVEN

Usa. Il primo della lista è un immondo grassone inzeppato di cibo fino a farlo soffocare con la faccia immersa negli spaghetti, in un brulicare di scarafaggi (Gola).

Il martedì tocca ad un avvocato famoso e costoso (difende malavitosi nda) obbligato a tagliarsi via dal corpo una libbra di carne e a morire dissanguato (Avarizia).

Opera di un serial killer, che s'é battezzato John Doe (Kevin Spacey) col nome proverbiale dell'americano comune come a dire di non sentirsi diverso dagli altri,  e che compie assassinii moralistici all'insegna dei sette peccati capitali, ispirandosi nei modi dell'ammazzare a Dante, Shakespeare, Chaucer.
Ad indagare sul caso si ritrovano l'anziano poliziotto di colore William Somerset (Morgan Freeman), vecchio poliziotto disilluso a pochi giorni dalla pensione, e David Mills (Brad Pitt), giovane collega nervoso e irruente.

SEVEN è un ottimo thriller dell'allora semisconosciuto David Fincher che possiamo serenamente definire un folgorante inizio divenuto un punto di riferimento del genere. 

SEVEN è un film cupo, crudo e senza speranza che ti prende alla gola dalla prima scena per lasciarti senza fiato in un finale agghiacciante ed imprevedibile.

Gli interpreti sono eccezionali, tutti al loro posto, a cominciare dagli agenti Freeman e Pitt, fino allo strepitoso luciferino Spacey, la cui interpretazione non ha nulla da invidiare ad un altra superba interpretazione del grande cinema: Anthony Hopkins ne Il Silenzio degli innocenti. Anzi, devo ammetterlo: per me è superiore (anche il film, malgrado la differenza di statuette).

Brava Gwyneth Paltrow nel breve ruolo della moglie del giovane detective.

Splendida la (sporca) fotografia.

E' stato anche un grosso successo commerciale: un budget di 30 milioni di dollari ne ha generati oltre 316 di incasso mondiale lordo

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON

New Orleans, 1918. Non lo voglio più vedere. Inorridito, l'industriale dei bottoni Thomas Button prende il bebé partorito dalla moglie nel giorno della fine della prima guerra mondiale e lo deposita sulle prime scale che trova.

Il fagotto è raccolto dalla giovane nera Queenie, che lo porta con se nella casa di riposo dove fa la colf.
In effetti il neonato ha il viso raggrinzito, sembra un vecchio novantenne nel corpo di un bimbo (sindrome di Hutchinson-Gilford nda).

Ma la mamma acquisita lo alleva con amore.

Passano gli anni, il piccolo Benjamin (Brad Pitt) cresce, ma la sua età diminuisce ogni giorno.

La sua è una vita al contrario che attraversa il Novecento americano sempre alla ricerca del primo e unico amore, una donna molto più emancipata, libera e in linea con il suo tempo. L'unico momento in cui si potranno trovare sarà all'incrociarsi delle loro età: "Mi amerai ancora quando sarò vecchia?", chiede lei. "E tu mi amerai ancora quando avrò l'acne?" risponde lui.

E qui si casca nel brodo esistenziale.

Straordinario (la storia è di quelle interessanti, inutile negarlo), per originalità, dramma tratto da Scott Fitzgerald, dal metraggio fluviale e gonfio di tredici nomination (di cui tre, scenografia, trucco e effetti visivi), trasformate in Oscar.

Sbalorditiva la mutazione di Brad Pitt: neanche Angelina sotto le coperte lo riconoscerebbe.
La meno celebrata  Cate Blanchett, invecchiata e ringiovanita anch'essa per esigenze di copione, supplisce alla frequente mancanza di digitale con la solita prestazione di classe, in un personaggio complesso e difficile.

Curioso il caso di una vita da gambero, curioso il film.





FIGHT CLUB

Usa. E' afflitto dall'insonnia l'impiegatino delle poste Jack (Edward Norton), ometto frustrato e desideroso d’affrancarsi dal peso della propria nullità, che quasi ogni sera si tuffa nella disperazione umana dei gruppi di assistenza sociale.

Un piccolo uomo intristito e affaticato dall’ideale e anzi dall’ideologia dell’affermazione individuale, della lotta per emergere, dell’agonismo assunto a feroce criterio morale.
Il suo unico conforto è piangere con gli altri, con preferenza per la sbandata Marla Singer (Helena Bonham Carter).

Poi conosce l'eclettico coetaneo Tyler Durden (Brad Pitt) che tanto per fare amicizia gli brucia l'appartamento e lo trascina in una casa fatiscente stile famiglia Adams. Insomma ne rimane sedotto.

Dammi retta, pianta il lavoro e seguimi laggiù in quello stanzone sotterraneo: vedrai quant'è eccitante picchiarsi, menarsi botte da orbi per stare meglio (l'assunto del film), magari ti passerà anche l'angoscia. E vai con i duelli a pugni nudi, sangue e tumefazioni, sacrificio della carne come ultima, disperata testimonianza dell’essere ancora vivi.

Poi la voglia di menare le mani (e i piedi) cresce e i picchiatori raccolti attorno a Durden, tanti piccoli uomini sconfitti, che chiedono solo parole d’ordine e slogan, e il cui ideale è quello che verrebbe da chiamare stato totalitario, decidono di trasformarsi in terroristi.

Dopo il successo, in parte inaspettato, di SEVEN, il regista David Fincher ripercorre e perfeziona la violenza dando luogo a questo folle, violentissimo, crudo e, per certi versi, incomprensibile dramma sociale.

Anche se FIGHT CLUB mi piace per l'originalità e per le interpretazione di Brad Pitt (forte, astuto, bello e violento) prova sempre una certa diffidenza verso i soloni che provano a sfogare la rabbia verso l'odiata società dei consumi (nella quale sguazzano a suon di dollari nda) invitando i ribelli della domenica a distruggere il mondo.

E' altresì curioso che il regista , inconsapevole precursore di Bin Laden, ma comunque dotato di un grande talento visionario, proponga il suo messaggio di nichilismo metropolitano servendosi di machismo imperante, immagini e ritmi violenti, suggestioni da palestra di pugilato e ideologia spicciola atta a suscitare polemiche.

Nell'ottovolante di sensazioni forti, sangue, sudore e sporcizia, il film è ben interpretato, ma lasciate stare sottigliezze ed analisi. In fondo sono solo esplosioni, cinematografiche, di violenza.

PANIC ROOM

New York. Ha avuto una ricca buonuscita la neodivorziata Meg Altman (Jodie Foster), visto che il marito se n'è andato con una modella, ma ha lasciato loro sufficienti soldi per permettersi una magnifica palazzina dal cuore tecnologico ai confini di Central Park.

Quattro piani, giardino, un'infinità di camere da letto e, come optional, una "panic room", ossia una camera blindata inespugnabile dall'esterno dove ci si può rinchiudere in caso di necessità, osservando il resto della casa attraverso dei monitor.

Ed è lì che si rifugiano costernate le due donne quando, nel cuore della notte, la prima notte nella nuova casa, Meg si sveglia di colpo e sui monitor vede tre intrusi che armeggiano a pianterreno. Corre a chiamare la figlia diabetica Sarah (Kristen Stewart) e la trascina appunto nella camera del panico.

Proprio l'obiettivo dei tre ladri, ignari che la casa fosse abitata e ansiosi di arraffare i molti milioni depositati nella cassaforte celata nel pavimento: ma loro non possono entrarci e Meg e Sarah non possono uscirne.

Inizia così un sottile e perverso gioco del gatto col topo, dove la panic room, dapprima sicuro rifugio, si trasforma in una trappola infernale: la ragazzina infatti soffre di diabete, ma le iniezioni di insulina si trovano al piano di sopra...

E tra il ragionevole nero Burhnam (Forest Whitaker) e i compari schizzati è rissa su come stanare le due donne.

PANIC ROOM è un thriller claustrofobico diretto con estrema perizia dal mezzo genio David Fincher, che, come un maestro di scacchi, tiene incollati alla sedia gli spettatori con una tensione a basso voltaggio, giostrando un perfetto congegno ad orologeria e continui artefici per far salire l'adrenalina, che sfociano nella violenza dell'ultima parte.

La quarantenne Jodie Foster in attillata maglietta strizzatette non sarà una bomba sexy (mai stata) ma attrice superiore alla media si.

ALIEN 3

Anno 2525. Perde i suoi tre compagni nell’atterraggio poco morbido sullo sperduto pianeta Fiorina 161 l’intrepida, combattiva, sexy (calva sicuramente un po’ di meno), e instancabile ufficiale cosmico Ellen Ripley (Sigourney Weaver).

Come se non bastasse lo sperduto pianeta un tempo ospitava una colonia penale ed ora ospita, in espiazione, un gruppetto di venticinque assassini radiati dal mondo, riuniti in una strana confraternita di mistici misogini.

Ripley (rapata a zero essendovi sul posto milioni di pidocchi) deve affrontare i galeotti, ma ha grinta , cinismo e reattività e se la cava.

Però dall’ultima missione la nostra eroina ha guadagnato un ingombrante souvenir, che cova nel ventre: un mostro.

Che diventeranno due: uno in giro negli immensi e tetri sotterranei della colonia, l’altro in via di proliferazione (addirittura una larva regina), destinato a contagiare l’universo interno.

Una volta tanto l’ospite orrendo diventa il benvenuto, visto che il pancione le risparmia gli assalti furibondi della “proteiforme” cosa , che la rispetta, ma in compenso ripiega, divorandoseli, sui poveri galeotti.

Nei sotterranei e nei depositi, tutta o quasi l’antica tecnologia è distrutta o inutilizzabile, le batterie sono scariche e gli uomini devono lottare con le mani e le torcie contro il buio e il mostro. Uno dopo l’altro sono fatti a pezzi, compreso Clemens (il medico della comunità, innamoratosi della donna) e così il negro Dillon, Golic, il governatore Andrews.

Il settimo cavalleggeri spaziale ( la navicella dei soccorritori) arriverà solo dopo una settimana, ma Ripley ha compreso ben presto che la “Compagnia” che tutto sovrasta e domina non pensa affatto di sopprimere i mostri, ma di utilizzarli per scopi scientifici.

Nell’orrore della situazione, rinserrando la bestiaccia nel sottosuolo con la chiusura di alcune porte, la donna, aiutata dai superstiti compagni, riesce ad eliminare il mostro con una colata di piombo fuso accompagnata da cascate d’acqua.

Ma il lavoro non è concluso: per eliminare per sempre la sua prole, che ancora reca nel ventre, Ripley si sacrifica gettandosi nella fornace.

ALIEN 3 e l'apocalittica terza spedizione galattica della bella Sigourney, ascetica nella sua testa pelata, che tocca il punto più basso della saga.

Una regia sgangherata è miscelata, in un mare magnum di effetti speciali, con un debuttante regista (David Fincher) che mostrerà il suo talento solo più avanti con il bellissimo SEVEN (1995).

In un clima claustrofobico e penitenziale, tra colori tenebrosi e immonde creature, si vola basso.