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FUGA PER UN SOGNO

Usa. Prova a mettere un pò di chilometri tra sè e il marito la casalinga disperata Marianne (Meg Tilly).

Senza un tetto nè un soldo incrocia sulla sua strada la sexy cameriera insoddisfatta Darly (Christine Lahti).

Io vado in Alaska verso la libertà, vuoi venire come me?

E inizia un tour verso l'agognata proprietà nella terra selvaggia.

FUGA PER UN SOGNO è un film on the road al femminile, su un soggetto che sembra ricalcato su quello di THELMA & LOUISE (infatti è arrivato in sala un anno dopo il film  diventato cult).

Tuttavia con il più blasonato diretto da Ridley Scott, il film ha in comune solo il sogno di due disperate con problemi personali alle spalle di prendersi la liberà e andare incontro al loro futuro, in un posto diverso, provando a dimenticare un'esistenza anonima.

Finite le analogie il  film di Edward Zwick prova ad evitare la chiave drammatica, prende una strada diversa, con una regia veramente ottima e una sceneggiatura che è molto ben costruita.

Il film prova a mostrare tutta la resilienza delle donne senza scendere nella demagogia. Anche se un pò di zucchero non manca.

Siamo pur sempre al cinema.

DEFIANCE - I GIORNI DEL CORAGGIO

Bielorussia, autunno 1941. Mentre i nazisti rastrellano l'Europa Orientale, con l'aiuto delle squallide polizie locali, a caccia di ebrei da terminare, sono fuggiti dalla Polonia, sopravvissuti al massacro dei genitori, i tre fratelli (ebrei, ca va sans dire) Bielski, l'irruento vedovo Tuvia (Daniel Craig), il cauto Zus (Liev Schreiber) e il più giovane Asael (Jamie Bell).

Nascosti nei boschi dell'entroterra, dove giocavano da bambini, i coraggiosi fratelli vedono riunirsi intorno, investiti da una autorità non cercata, altri disperati fuggiaschi ai quali il fratello maggiore Tuvia offre spontanememnte protezione, facendosi carico della loro sopravvivenza.

La notizia della loro resistenza e del furore con cui cercano vendetta, richiama nella foresta molti altri ebrei, che hanno bisogno di essere curati e sfamati. Zus, impulsivo e competitivo, non ci sta e si arruola tra i partigiani sovietici, pronti ad organizzare la resistenza contro l'esercito nazista sui carri armati.

Intanto Tuvia e il giovane Asael affrontano la dura lotta per la sopravvivenza contro freddo, fame e tifo, nemici mortali almeno quanto i nazisti, costruendo un villaggio che li ospiterà fino alla fine della guerra.

Che fatica diventare un eroe. Quasi per caso, loro malgrado.

Avvincente, epico, interminabile melodrammone diretto da Edward Zwick, tratto da una terribile storia vera (grazie all'impresa degli sconosciuti fratelli Bielski, più di 1200 ebrei scamparono allo sterminio). La pellicola recupera la loro strordinaria vicenda dal passaparola dei sopravvissuti che ispirò il libro omonimo di Nechama Tec.
Non risparmiando sulle scene crude né sugli sguardi truci dello 007 in carica Daniel Craig.

Una battuta memorabile: «A Occidente c'è un mostro coi baffetti, a Oriente un mostro coi baffoni: non c'e altro da sperare nella politica".

ATTACCO AL POTERE

New York. Il bus stracolmo di passeggeri salta in aria proprio mentre Anthony Hubbard (Denzel Washington), capo di una speciale divisione dell’FBI, sta trattando con gli invisibili terroristi arabi.

Poi un altro autobus e a stretto giro di posta esplode un teatro a Broadway.

Infine una strage insanguina la sede del Fbi: 600 morti.

Ad affiancare l’investigatore arriva la spocchiosa agente della CIA Elise Kraft (Annette Bening), ammanicata con l’ambiguo arabo Samir.

Nella rete finiscono solo i pesci piccoli, la città è ormai in balia dei dinamitardi, tanto che la Casa Bianca ordina, su pressione del rude generale William Devereaux (Bruce Willis), a cui gli immigrati piacciono meno che a Bossi e Borghezio, lo stato di assedio.

Una volta sceso in campo, l’alto ufficiale ha buon gioco nell’imporre le maniere forti facendo saltare le garanzie costituzionali.

E Manhattan diventa presto un lager.

Sarà Hubbard a metterlo in condizioni di non nuocere riuscendo al contempo a fermare i terroristi.

ATTACCO AL POTERE è un avvincente, anche se un pò farraginoso e oltremodo partigiano, trattato di demagogica fantapolitica, un fumettone a cavallo tra spionaggio e poliziesco, scoppiettante, nel vero senso della parola, nella prima parte e chiaramente a corto di risorse nella seconda.

Da sottolineare la sceneggiatura sorprendentemente premonitrice sul ‘pericolo arabo’, in un film d’azione che si pone il problema della difesa della legalità senza dimenticare la sicurezza dei cittadini.

Come ai giorni nostri, insomma.

Denzel ‘buono’ e Bruce ‘cattivo’ a confronto.

VENTO DI PASSIONI

Montana (Usa), primo novecento. Si è ritirato in un ranch isolato a fare l'allevatore il ruvido colonnello William Ludlow (Anthony Hopkins), in disaccordo sulla soluzione presa nei confronti dei pellerossa.

La moglie se ne torna lesta in città lasciandolo con i tre figli.

Il posato e giudizioso Alfred (Aidan Quinn), l'ardente Tristan (Brad Pitt) e il romantico Samuel (Henry Thomas), la cui bella fidanzata Susannah (Julia Ormond) fa girare la testa anche agli altri due fratelli.

Scoppia la prima guerra mondiale e i tre ragazzi partono per l'Europa dove Samuel ci rimette la ghirba.

Tristan diventa folle di dolore autoincolpandosi per non averlo saputo difendere (in maniera ingiusta. Non è facile salvare un fratello in mezzo ad una guerra. Mondiale inoltre nda).

Susannah allora convola a nozze con Alfred, ambizioso e frustrato, che si butta con successo in politica.

C'è da dire che la ragazza è innamorata di Tristan che la molla per ripiegare sulla meticcia Isabel (Karina Lombard) e sul contrabbando di whisky, in quanto poco incline a rispettare la legge di Dio e degli uomini (una testa calda, insomma).

Seguirà amore e morte.

Tratto dal romanzo di Jim Harrison e diretta da Edward Zwick, VENTO DI PASSIONI è una ambiziosa, appassionata e fluviale saga patriarcale dall'andamento tragico e tumultuoso, che cattura la commozione con l'aiuto di musiche malandrine, personaggi particolarmente sfigati e panorami di una bellezza tale da lasciare a bocca spalancata (Oscar per la fotografia).

Ottima prova di attori che piacerà di sicuro più alle signore, anche per la presenza del selvatico Brad Pitt, che tiene testa all'istrionico e fascinoso Anthony Hopkins.

E sentimenti forti tra amicizia fraterna, amore paterno e amore....



L'ULTIMO SAMURAI

San Francisco, 1876

Si è ridotto a fare la pubblicità per il brand "Winchester" in un baraccone da fiera paesana il capitano Nathan Algren (Tom Cruise), eroe della guerra civile per il 7^ cavalleggeri, cercando di annegare nell'alcol la disillusione di qualsiasi soldato, che ha inciso in sè le regole d'onore, quandoè costretto a compiere azioni poco onorevoli.

Eppure l'inviato dell'imperatore del Sol Levante lo recluta come istruttore di un esercito imperiale bisognoso di energiche cure.

Sbarcato ad Yokohama, capisce presto che la situazione è ben più disastrosa del previsto e dovrà insegnare a dei militari a fare i SOLDATI.

A fissare le baionette, caricare, in posizione, pronti a sparare.

Purtroppo la miopia degli uomini di comando, inseguiti dalle necessità e dai bassi fini della politica, fanno sì che non possa rispettare una delle regole basilare dei conflitti: conoscere il proprio nemico.

In pratica che venga mandato allo sbaraglio contro le fila del samurai Katsumoto (Ken Watanabe), a capo dell'ex millenaria guardia dell'Imperatore, ormai vista come un impedimento all'entrata del Giappone nella schiera delle potenze militari moderne.

Il vittorioso guerriero ribelle, ammirato dal suo valore, da quel suo non temere la morte, anzi sembra quasi desiderarla, come se lottasse per morire, invece che lottare per vivere, gli salva la vita e ne affida la guarigione alla malinconica cognata vedova Taka (Koyuki).

Il prigioniero, profondamente colpito dagli ideali dei suoi carcerieri, dalla perfezione in ogni gesto, con le giornate dedicate a raggiungere la perfezione, con l'applicazione della disciplina all'ennesima potenza (le regole del bushido, la via del guerriero, in sintesi e senza scomodare Yukio Mishima), abbraccia la loro causa, impugna la katana e si fascia la testa con la chimachi (la fascia bianca recante il simbolo del Sol Levante nda) del samurai (che significa "servire").

All'assalto uomini liberi.



L'ULTIMO SAMURAI è uno spettacolare e avvincente kolossal in costume diretto da Edward Zwick che rimette al centro della scena, anche se nella finzione filmica, il senso dell'onore.

Veramente splendido nelle scene di battaglie, trascinanti e travolgenti, con il giusto tono enfatico, in un mare di colori, sole e acciaio mischiati col sangue.

Un Tom Cruise credibile che ha in bocca le più belle parole di critica per un uomo passato alla leggenda per una sconfitta, il generale Custer, "innamorato della sua stessa leggenda".

Nel complesso il film è molto curato e la minuziosa rappresentazione di una cultura a noi così lontana tiene alta l'attenzione fino alla fine, nonostante le due ore e mezzo di durata complessiva.




BLOOD DIAMOND - DIAMANTI DI SANGUE

Sierra Leone (Africa), 1999. Il pescatore di colore Solomon Vandy (Djmon Hounsou) è sbattuto nelle miniere di diamanti dai feroci guerriglieri del R.U.F. Messi in salvo moglie e le due bambine, non il figlio Dia, arruolato a forza tra i soldati-bambini, scava di fronte alla minaccia dei mitra spianati in faccia.

Pesca una notevole pietra rosa, prontamente nascosta, prima di riuscire a filarsela grazie alle bombe piovute sul campo di prigionia. La cosa arriva alle orecchie di Danny Archer (Leonardo Di Caprio), un ex mercenario della Rhodesia che contrabbanda diamanti nel mentre della guerra civile (veramente scoppiata in Sierra Leone sul finire degli anni Novanta, mentre flirta con la reporter idealista americana Maddy Bowen (Jennifer Connelly).

Ok, facciamo un patto: tu recuperi il "brillo" e io ti prometto di ritrovare la tua famiglia, finita nel frattempo in un campo profughi dove si sono raccolte oltre un milione di persone.

Insieme alla reporter appassionata i due uomini intraprendono un viaggio alla ricerca di un bene più prezioso.

Che putiferio.

Avvincente ma inverosimile dramma bellico-sentimentale diretto dal regista Edward Zwick che, fedele alla retorica del suo "ultimo samurai", replica il percorso di formazione imperniato sul confronto tra etnie diverse.

Da una parte il bianco contrabbandiere di Di Caprio, dall’altra il pescatore nero di Djimon Hounsou, ficcati nel mezzo di una guerra civile, scatenata e mantenuta viva dagli interessi di commercianti di diamanti senza scrupoli. Con l'aggiunta della "Janet Fonda" di ordinanza (la giornalista idealista. Con tutte le idiozie che dice è una giornalista perfetta).

L’impianto della sceneggiatura è tradizionale: il percorso compiuto dal protagonista lo porterà a una nuova consapevolezza. Blood Diamond punta il dito contro l’industria dei diamanti e il suo turpe commercio illegale, dai neri sfruttati fino ai cinici mercanti olandesi, che finanzia(ro)no guerre civili in cui vengono impiegati bambini soldati e violati i diritti umani.

Zwick coniuga la denuncia sociale con il cinema di genere (action), la meditazione dell’autore su soggetti gravi e urgenti con la tecnologia decisamente esibita di Hollywood. E a questo proposito non sfugga la dimensione critica e intellettuale del film, che mentre fa spettacolo e produce azione invita alla meditazione e alla responsabilizzazione del consumatore (di diamanti).

Blood Diamond è un film di recitazione, fatto anche di prove d’attore: quella vitale di Djimon Hounsou, che non nasce eroe ma lo diventa di fronte a circostanze estreme e drammatiche e quella ambigua dell'improbabile samaritano Leonardo Di Caprio a cercare la redenzione e il riscatto.

Perduto l’aspetto efebico e raggiunta la definizione sessuale, Di Caprio costruisce un personaggio di luci e ombre, un cattivo che compie azioni buone al “tramonto” della vita.