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QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI

Brooklyn, 22 agosto 1972. Nell'assalto alla piccola banca senza troppi soldi in cassa, il reduce dal Vietnam Sonny (Al Pacino) e il pregiudicato Sal (John Cazale) restano intrappolati con il direttore e sette impiegate.
Il terzo balordo non se l'era sentita e aveva preso presto il volo, lasciando i compagni di sventura.

Arrivano gli sbirri e il comprensivo tenete Moretti (Charles Durning) apre un'estenuante trattativa per snidarli: lungo sarà l'assedio della polizia.

E sanguinoso.

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI, calibratissima ricostruzione di un fatto di cronaca nera del 1972, è un amaro e veemente dramma sociale di Sidney Lumet che immette in un film d'azione una massiccia dose di critica sociale (polizia, mass media, intolleranza). Film chiaramente marcato anni '70, con una equlibrata miscela di impegno civile ed intrattenimento di grande classe: è  sicuramente una delle opere più riuscite del grande (e forse ancora troppo sottovalutato) regista.

Sostenuto da una suspense che soltanto verso la fine ha qualche smagliatura, da un sagace equilibrio tra pathos e umorismo, da un'attenta cura dell'ambientazione e da una ricostruzione minuziosa, fu premiato con l'Oscar per la sceneggiatura.

Dialoghi fittissimi con Al Pacino, ora iroso, ora infantile, che non tace mai (sicuramente una delle sue migliori interpretazioni ma scegliere è difficile) e dal linguaggio colorito, Cazale con una faccia che non si dimentica, una maschera da tragedia greca, che pronuncia pochissime battute e pare quasi in trance.

Di chi è la colpa se uno ruba per sopravvivere? Ovvio, della società.

Bello il finale, secco, incisivo e memorabile.


IL CACCIATORE

Clayton (Pennsylvania). I tre giovani amici, appartenenti a una comunità di oriundi russi, Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken) e Steven (John Savage) lavorano in un acciaieria dedicando il tempo libero alla caccia al cervo.

Steven fa appena in tempo a festeggiare il matrimonio (rito ortodosso) che gli arriva, come del resto agli altri, la cartolina precetto dello zio Sam per il Vietnam.

Che inferno laggiù, c'è da sputare sangue contro quei maledetti vietcong. Catturati, subiscono torture disumane, roulette russa compresa, ma riescono miracolosamente a fuggire.

Nick si imbosca in una sordida bettola di Saigon, dove si esibisce alla roulette russa davanti a scommettitori assatanati, trovando alla fine la morte che aveva cercato con accanimento, un’assurda ripetizione coatta della tortura inflittagli dai Cong durante la prigionia.

Steven finisce in ospedale, le gambe amputate. Mike rimpatria dagli orrori della guerra, integro e carico di medaglie, ma senza più nemmeno voglia di sparare ai cervi. Ma è ancora lo stesso?

All'inferno e ritorno (nel girone infernale di Saigon).

IL CACCIATORE è un affascinante, crudele e sconvolgente kolossal sulla più grande tragedia d'America, il capolavoro di Michael Cimino (alla seconda prova come regista dopo "Una calibro 20 per lo specialista"), senza nessun dubbio il migliore tra i troppi film sul Vietnam.

Vietnam che occupa la parte centrale e un breve capitolo (enfatico) verso la fine, in cadenze di un'apocalisse allucinata, di un carnevale di morte, alternando tempi dilatati (il matrimonio all'inizio, il finale col canto di “God Bless America”) a scorci fulminei, immagini della "sporca guerra", terribili pagine di conflitto e dolci sequenze di pace, in un contrasto che lascia senza fiato.

Due metafore come perni: la caccia al cervo (un solo colpo) e la roulette russa.



Guidato da un De Niro in stato di grazia, l’intero cast si rivela formidabile al servizio di un film attraente e lancinante.

Cinque Oscar: film, regia, Christopher Walken attore non protagonista, montaggio, suono.

Tutti, chiaramente, meritatissimi.

IL PADRINO - PARTE II

Corleone (Sicilia), 1901. Vito Andolini (Robert De Niro), ragazzetto siciliano, unico superstite di una famiglia sforacchiata dall’onorata società, lascia l’isola e si imbarca per New York.

Raggiunti gli Stati Uniti, per una svista prende il nome di Vito Corleone, si fa strada nella Little Italy. Scala in fretta i gradini della criminalità organizzata e in pochi anni diventa il re della città: gioco d’azzardo, prostituzione, alcolici, niente gli scappa.

Quando passa a miglior vita lascia trono e scettro dell’ impero del crimine al figlio Michael (Al Pacino).

L’impero si allarga , i quattrini piovono a catinelle fino a che qualcosa inizia a scricchiolare.

Nel 1958 Michael è costretto a meditare sul futuro della famiglia: il fratello maggiore Fred (John Cazale) lo tradisce, facendo il doppio gioco, alcuni rami dell'organizzazione tentano di rendersi autonomi, il Senato lo cita davanti a una Commissione speciale, Cuba passa dal governo di Batista a quello di Fidel Castro, la bella moglie si procura un aborto.
E adesso?

Appassionante saga siculo-broccolina, ancora diretta da Francis Ford Coppola, che abbraccia sessant’anni di storia mafiosa.

E questo è qualcosa di diverso da un seguito: racconta non solo quello che viene dopo il 1°, ma anche quello che lo precede. Il n. 1 s'incorpora nel n. 2, e ne viene continuamente evocato.

Forte del successo, Coppola ha mano libera nel mettere a fuoco le ambizioni di trasformare un gangster-film in una tragedia moderna, una grande metafora sull'America dopo la fine del “sogno”.

Ancor più che il 1°, si presta a ogni sorta di lettura: psicanalitica, politica, sociologica, estetica..

Sicuramente un grande spettacolo, giustamente travolto dagli Oscar (ben sei): film, regia, De Niro attore non protagonista, sceneggiatura, scenografie e colonna sonora del nostro Nino Rota.