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LA PROMESSA DELL'ASSASSINO

Londra. La bionda ostetrica Anna (Naomi Watts) assiste una ragazzina, una prostituta, che muore dando alla luce una bambina.

Di questa donna non si conosce nulla e l'unica cosa che sembra far luce sulla sua vita è un diario scritto in russo sulla cui traduzione la donna spera per ritrovare i parenti della ragazza per dare in affido la bambina.

Un biglietto da visita tra le pagine la porta diritta al ristorante transiberiano del vecchio Semyon, cattivo dall'aria innocente che comanda il figlio farfallone Kirill (Vincent Cassel), sorvegliato dall'efficiente (e letale) autista factotum di casa, Nikolai (Viggo Mortensen).

SOLDATO JANE

USA. Al bel tenente dei servizi segreti della Marina Jordan O'Neil (Demi Moore), che la guerra la fa dagli schermi di un computer, viene la fregola di entrare tra i rudi commilitoni dei Navi Seals.

Se una donna ha gli stessi diritti di un uomo, perché non può diventare una guerriera nel più rischioso dei corpi speciali?

La politicante femminista annusa il colpaccio: l'affare può portare i voti delle donne. Inoltre la ragazza ha ottime note di servizio.

Nelle camerate, ufficiali e reclute sentono qualche rimescolio, ma il sadico istruttore John Urgayle (Viggo Mortensen) la tratta come gli altri. Anzi, peggio.

E vai con marce sotto la pioggia, soste nella gelida acqua paludosa, torture, mancanza di riposo e di sonno, brutalità, pasti-spazzatura consumati in piedi in non più d'un minuto e mezzo, prove di affogamento, reclusione in gabbia, botte, umiliazioni e urla, urla, urla perenni del prepotente ufficiale istruttore pazzoide.

E l'inevitabile impresa militare.

SOLDATO JANE, probabilmente il punto più basso della carriera di Ridley Scott (mica uno qualsiasi), è un ridicolo, retorico ed eterno fumetto social-militare, un pasticcio femminista-bellicista.
La storia non sta in piedi, nonostante il ritmo forsennato, e le frasi fatte sono un'infinità.

Tra gli attori, tutti sopra le righe, spicca (si fa per dire) l'esageratamente muscolosa Demi Moore con i capelli rasati alla Giovanna d'Arco che parla come un caporale in libera uscita. Ubriaco.

Il tutto consedensato in una battuta della bella ma gasatissima (troppo) soldatessa: «Capo istruttore, mi succhi il c...!».

A DANGEROUS METHOD

Zurigo, 1914. Il giovane psichiatra Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), ventinove anni, sposato alla devota e ricchissima (che culo fortuna nda) Emma, in attesa di una figlia è affascinato dalle teorie del famoso collega-mentore austriaco Sigmund Freud (Viggo Mortensen).

Nell'ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata la giovane, convulsa e traumatizzata, diciottenne ebrea russa Sabina Spielrein (Keira Knightley).
Il professorone decide di applicare le teorie freudiane, la terapia delle parole, ideata dal famoso collega, sul caso della ragazza, che si scoprirà aver vissuto un'infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità.

Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross, tossicodipendente e dichiaratamente amorale.

Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung: però, mica male la ragazza, quasi quasi...e vai di frusta sul sedere coperto da gonnelloni inizio ' 900 della contentissima ragazza.



A DANGEROUS METHOD, gelido e verboso  dramma parastorico, che ripercorre, nella cornice di splendidi interni d'epoca, il sofferto rapporto tra i due padri della psicanalisi.

Malgrado siano grandi i personaggi, i conflitti,  i problemi ed imponente lo sfondo storico-scientifico, dagli albori della psicoanalisi, il film non appassiona.
Il tutto unito (ma non poteva essere diversamente) alla mancanza di un particolare guizzo registico, o voglia di osare.

Le espressioni da gorilla della protagonista, la (quasi) anoressica Keira Knightley così prodiga di smorfie, rischiano quasi il risibile.

Deludente.

DELITTO PERFETTO

NewYork. Il cinico agente di borsa Steven Taylor (Michael Douglas) sull'orlo della bancarotta scopre che la consorte Emily (Gwyneth Paltrow) lo tradisce con lo squattrinato pittore David Shaw (Viggo Mortensen).

Per vendicarsi ricatta lo scarso artista e riluttante stallone: adesso tu mi fai vedovo e io eredito la fortuna della mia benestante signora.

DELITTO PERFETTO è un roboante giallo patinato, che rivolta il celebre film di Hitchcock, smontandone il congegno ad altissima precisione.

Un aggiornamento sostenuto da un gran ritmo e dall'ottima confezione, ma con una suspense fittizia e inzuppato nella macelleria.

L'uxoricida mancato, il sempre valido Michael Douglas, intortato dal lacrimoso grissino biondo Gwyneth Paltrow,  è impegnato in un ulteriore ruolo alla Gordon Gekko (WALL STREET).

Il regista Andrew Davis?

Bisogna avere un coraggio alla BRAVEHEARTH per mettere in cantiere un remake di un film diretto 40 anni fa da un mostro sacro come Hitchcock.

IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LA COMPAGNIA DELL'ANELLO

Contea di Vattelapesca, 1400 e rotti. A 111 anni l'hobbit Bilbo Boggins (Ian Holm) parte lasciando l'anello magico al cugino Frodo (Elijah Wood). 

Il malefico e prezioso monile è stato forgiato da Sauron, aspirante dominatore della Terra di Mezzo, lo avverte il mago buono Gandalf (Ian McKellen): portalo in cima al Monte Fato e distruggilo.

Orsù, in marcia.

IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LA COMPAGNIA DELL`ANELLO e` uno spettacolare, estenuante, sontuoso spettacolo di intrattenimento.

Un kolossal in costume che fa largo uso degli effetti speciali, diretto dal neozelandese regista Peter Jackson e grazie al quale la grande saga tolkeniana (in Italia addirittura racchiusa da certa "intellighenzia" nel recinto ideologico della destra nda) dalla sfrenata fantasia raggiunse finalmente il grande pubblico.

Le vicende dello hobbit Frodo che con un gruppo di amici della sua razza e con altri compagni d'avventura si trova ad affrontare un'impresa che lo sovrasta, hanno trovato in Peter Jackson un interprete fedele ma non cieco.

Al di là delle vicende avventurose e dei numerosi effetti speciali, provate ad osservare le scenografie.

Che si tratti della Nuova Zelanda fotografata come un luogo magico o delle ricostruzioni elettroniche o in studio, la cura dei particolari e il lavoro sulla trasfigurazione di correnti artistiche ed architettoniche è di un'efficacia tale da fare degli ambienti dei protagonisti in uno spettacolo visivo (ma non solo) dietro l'altro, un meraviglioso susseguirsi di delizie.

Il che significa anche non tradire Tolkien che aveva realizzato, come è noto, mappe dettagliate dei luoghi in cui aveva ambientato le vicende fantastiche.

Quattro Oscar minori, tra cui quello per le trascinanti musiche.

THE ROAD

Chissadove, chissaquando. L'apocalisse (non meglio specificata) ha desertificato e gelato il mondo da un decennio.

E quel che ne resta vibra per i terremoti.

Con la flora estinta in mancanza di raggi del sole; con la fauna che ha fatto la stessa fine, all'uomo resta che una sola cosa: uomo mangia uomo.

Alla lettera.

Fra chi non vuol sopravvivere con tale dieta ci sono l'esausti padre (Viggo Mortensen) e figlio (Kodi Smith-McPhee): dal freddo riescono a ripararsi, ma la fame è insopportabile.

Vanno a sud, sperando di incrociare una speranza: il mare. La famiglia si era appena formata al momento dell'apocalisse. Ma adesso sono soli, da quando la loro moglie e mamma (Charlize Theron) s'è lasciata morire (divorare?) in un ex bosco.

Il pover'uomo ora lotta con la tisi, pronto a tutto, per assicurare al figlioletto, più che il futuro, la pallottola (ne hanno due) con la quale uccidersi, onde evitare di essere stuprato e mangiato da vivo e non da morto.

Quanti incontri per la via, come il vecchio (Robert Duvall) senza speranze.

THE ROAD è un dramma fantascientifico che il regista John Hillcoat ha tratto da un vendutissimo romanzo omonimo di Cormac McCarthy.

THE ROAD non ha alcuno accenno di spettacolarità e avanza al passo strascicato dei due emaciati protagonisti, che coperti di abiti lisi, viso grigio e muniti di carrelli da supermercati carichi di ogni loro avere, portano in giro senza meta la loro cupa disperazione.

Fino ad incontrare un possibile pasto. O fino a diventare un possibile pasto.

Con tempi lunghi, per dare l'idea della morte di stenti.

Un piccolo accenno di splatter e il sofferente Mortensen tenta di tirare su il morale delle amanti del genere scoprendo due volte le ossute chiappette.

La Theron appare un paio di minuti in sette fulminei flashback (a colori, quasi tutti. I ricordi sono sempre a colori. Per tutti).

La fine del mondo appare però come un pretesto per raccontare l’amore paterno con commovente profondità. 

E da questo punto di vista colpisce nel segno.

Il destino di un guerriero - Alatriste

Madrid, 1623. E' rientrato in patria l'ardimentoso Diego Alatriste (Viggo Mortensen), soldato al servizio di re Filippo IV, dopo la guerra nella Fiandre: l'impero spagnolo manda i suoi soldati a difendere le frontiere conquistate col sangue.
E Diego Alatriste è un soldato coraggioso e fedele; persino quando sa che un'impresa è un suicidio la compie comunque, perché l'unica cosa che possiede è la sua reputazione di valente spadaccino e, per il resto, al mondo non ha niente e nessuno da perdere.

Almeno fino a quando non giura al più caro compagno d'armi, ferito a morte in battaglia, di fare da padre bis al suo unico figlio, l'adolescente Iñigo de Balboa, perché lo cresca e gli eviti di divenire un soldato.


Il ragazzo cresce (Unax Ugalde) e s'innamora della vezzosa nobilfanciulla Angelica de Alquézar (Elena Anaya), damigella della regina, mentre il suo tutore, tra una tenzone e l'altra, in una Madrid che fa da capitale ad un impero in rapido declino, dove la corruzione è legge e gli intrighi di corte trovano un saldo alleato nella Santa Inquisizione, si consola con la popolare attrice di teatro Maria de Castro (Ariadna Gil).

Tradimenti, morti e violenze si consumano in nome del "Re Nostro Signore", un sovrano indifferente, pericolosamente elevato al rango di un dio.
Quando, nel corso di una missione mercenaria, risparmierà le vittime predestinate intuendo la presenza di un imbroglio (si scoprirà che non sono eretici ma nobili d'Inghilterra), finirà per condannarsi a morte con le sue mani. È solo questione di tempo.

Invece passano gli anni, faticosamente strappati agli agguati e alla Santa Inquisizione. Fino alla battaglia di Rocroi del 1643.

Epico, feroce, sfarzoso e fluviale (per lunghezza nda) melodramma avventuroso tratto da una serie di cinque famosi romanzi spagnoli, che si snoda al piccolo trotto fra imboscate, duelli, intrighi, tradimenti, convegni amorosi con grande spreco di sgozzamenti in primissimo piano.
Tra poche grazie e ben più numerose disgrazie, guardiamo i destini di Diego e Iñigo procedere allineati e poi urtarsi, riscattarsi, distruggersi entrambi per mano femminile e, a fatica, risollevarsi.
L'eroe del film, un credibile Viggo Mortensen dal baffo elettrico che è una carta geografica di cicatrici, è piuttosto un antieroe senza riscatto e senza speranza, un assassino, un analfabeta, uno che non da molto importanza alla vita altrui. Questo film non è fatto per fare struggere le fanciulle: è un film di cappa e spada sporchi di fango, di sangue e polvere.
Come crude ed efficaci sono le ricostruzioni delle imprese belliche.

Sfigura, al confronto del protagonista, l'italiano Enrico Lo Verso nei panni del mercenario palermitano Malatesta.

Una pecca? Il film non ha veri guizzi e il tono un po' dolente e un po'documentaristico raffredda il clima e impedisce l'immedesimazione. Troppi personaggi di contorno confondono la storia.

APPALOOSA

New Mexico, 1882. Virgil Cole (Ed Harris) e Everett Hitch (Viggo Mortensen), due pistoleros di rara abilità che cavalcano insieme, si sono fatti la fama di pacificatori nelle città senza legge sorte in quelle terre selvagge, insomma arrivano e riportano l'ordine in quelle cittadine vessate dai fuorilegge.

Cole è un self made man scontroso e riservato, sempre alla ricerca del termine esatto, Hitch, il suo vice, soldato congedato addestrato a West Point, è il vice di poche parole e lunghi sguardi. La loro meta è Appaloosa, una piccola cittadina di polvere, spari e minatori nel New Mexico, disarmata dal temibile Randall Bragg (Jeremy Irons), spietato e potente ranchero col vizio del Winchester e dello scontro a fuoco.

Dopo l'assassinio dello sceriffo della cittadina, Cole e Hitch vengono ingaggiati per difendere la città e assicurare il colpevole Bragg alla giustizia ma l'arrivo in stazione della smaliziata vedova Allison French (Renée Zellweger), cioè "francese", un nome che promette delizie e nequizie, con l'aggiunta di essere un' appassionata frequentatrice di maschi dominanti, sconvolgerà il gioco, abbindolerà buoni e cattivi, alterando gli equilibri dietro la tastiera di un pianoforte e dentro le lenzuola, con merletti e tramonti.

Anche se quando il fido Hitch, vice dal cuore d'oro e dai principi morali solidi come il piombo delle sue pallottole, vede il roccioso Cole sciogliersi come un gelato al sole per quella femmina così educata, intraprendente («e pulita!»), capisce che i pericoli, per lui e l'amico, non vengono solo dal feroce gangster locale, né dall'opportunismo dei politicanti che li hanno assunti per ripulire il paese. Offerta, come solo lui potrebbe, una chance allo sceriffo (amico) innamorato, dovrà ripartire “cavalcando lentamente verso ovest”. Altre terre, altri orizzonti.

Appaloosa, diretto da Ed Harris, è proprio un film di genere, un western, con un piede piantato nella tradizione (amicizia virile, sparatorie, un paesino tiranneggiato dal solito possidente-bandito) e l'altro proteso a esplorare terreni meno battuti.
Una vera e propria dichiarazione d'amore al western più classico, quello d'azione e di attesa, fatto di suspence, inseguimenti, lunghi attimi di sospensione prima dello scontro mortale, colpi di scena e soprattutto amicizia virile, come in tutti i western, dove la donna è quasi sempre ragione di impicci, rotture, o quantomeno malintesi.


Ed Harris, rughe autentiche e anima romantica, infarcisce Appaloosa di rinvii sotterranei, metafilmici o espliciti del western-spaghetti, sia pure filtrati attraverso Eastwood, Costner e Walter Hill. Seminando omaggi ai registi che ama, Sergio Leone in primis, il regista tiene strette le redini e gioca con la scala dei campi e dei piani: dai campi lunghissimi al campo medio, dalla figura intera al primo piano, con i movimenti lenti dei protagonisti ripresi perfettamente o concentrandosi sulla psiche del personaggio evocato nel quadro.

E tra i punti di forza del film certamente i dialoghi: secchi, ironici, essenziali, volentieri taglienti.

INSOLITI CRIMINALI

New Orleans. Suona l'allarme e oltre ad aver avuto l'inabilità di fallire il colpo, i rapinatori sono riusciti a far morire per sbaglio anche tre sbirri. I tre fuorilegge in fuga, di infimo cabotaggio, si rifugiano nello scalcinato e semideserto bar di Dino (M. Emmeth Walsh), tenendo sotto mira cinque ostaggi.

I delinquenti son tre fratelli: il nevrotico ed impaurito Dova (Matt Dillon), l'amletico e flemmatico Milo (Gary Sinise) e il paranoico Law (William Fichtner).

Nel vecchio locale senza vie d'uscita si trovano tra le mani la sfiorita cameriera Janet (Faye Dunaway) e suo figlio, nonchè ragazzo di bottega, Danny e due clienti, il camionista Jack e il forestiero Guy (Viggo Mortensen).

Ma la cosa incredibile è che uno degli ostaggi è un pericolo pubblico e, in pratica, i tre sono riusciti a infilarsi in una massiccia caccia all’uomo mobilitata per un criminale di ben diversa levatura, un misterioso mercante d’armi, e ora sono assediati da tutta la polizia di New Orleans.

Di fuori lo stratega delle forze dell’ordine è interpretato da Joe Mantegna.

Mentre i sequestratori discutono su che fare dei prigionieri (Law vorrebbe massacrarli tutti, Milo è pronto a sacrificarsi per salvarli) emerge una singolare proposta dell'ostaggio Guy: perché i banditi non si auto-rilasciano fingendo di essere loro gli ostaggi?

Ma c’è anche un’altra soluzione (che dà il titolo originale al film: Albino Alligator): fare come i coccodrilli che in casi simili mandano allo sbaraglio il più debole del branco, sacrificandolo per la salvezza di tutti.

Morti e feriti nell'epilogo sanguinoso, con tre superstiti, uniti dal tacito accordo di non rivelare la dinamica degli eventi.

INSOLITI CRIMINALI è un ambizioso poliziesco psicologico dell'esordiente (come regista) Kevin Spacey, un melodramma claustrofobico gravido di umorismo nero, in cui le battute sono affidate a personaggi di sconvolgente antipatia.

Spacey dirige bene gli attori e sa organizzare dinamicamente lo spazio chiuso. Nella claustrofobica atmosfera del bar non si avverte quasi mai una staticità teatrale.

I tre delinquenti sembrano una versione al sangue di una banda brancaleonesca alla Mario Monicelli, insulsi e poco professionali.

Molte sorprese tra le quattro mura, fino all'annientamento (quasi) totale finale.

HIDALGO - OCEANO DI FUOCO

Arabia, 1890. L'infaticabile pony express americano Frank Hopkins (Viggo Mortensen)( trattasi di figura storica realmente esistita, eroe delle corse di resistenza a cavallo nell'America nel periodo della selvaggia colonizzazione dell'Ovest nda) pianta in asso prima la posta celere, poi il circo di Buffalo Bill, e si iscrive all'Oceano di fuoco, la più massacrante corsa di cavalli (e cavalieri) al mondo.

Tremila miglia nel deserto, una folle impresa con centinaia di iscritti: per il primo arrivato il premio è di centomila dollari sganciati dallo sceicco Riyadh (Omar Sharif).

Il cowboy è l'unico forestiero, infedele inoltre, ma in groppa al fedele mustang pezzato Hidalgo è convinto dei propri mezzi.

L'avversario numero uno è il destriero Al-Hattal del principe Bin Al Reeh, ma anche la giumenta dell'infida Lady Anne Davenport è tra i favoriti.

Non entusiasmante fumettone avventuroso che fila al galoppo, ma spesso va al passo sotto al sole, tra predoni e sequestri, leopardi e cavallette, tempeste e sparatorie.

Il regista Joe Johnston copia spudoratamente situazioni ed inquadrature di molti film: da Spirit a Lawrence d'Arabia, da La mummia per arrivare a Indiana Jones.
Purtroppo (per noi), tanta merce sotto il sole infuocato non fa il miracolo e il citazionismo esasperato non permettono al film di trovare una sua identità precisa. Cosi si viaggia nella noia più assoluta, con scarse emozioni, certi di sapere esattamente come si risolveranno i telefonati colpi di scena di una storia priva di pathos.

Johnston dà il meglio (o il peggio) nel rappresentare ogni etnia, con la fantasia al minimo dei giri: gli indiani cantano, ballano e invocano gli antenati (ci sono risparmiati i segnali di fumo), gli americani cavalcano e sparano (ovviamente ogni colpo, un morto), gli arabi sono figurine alla "feroce saladino" che biascicano frasi senza senso su Allah, l'onore, gli avi, i cavalli e poi invidiano agli americani Calamity Jane e la Colt (come dargli torto).

Messaggi? Non scherziamo... chiaramente l'americano trionfa e stringe la mano al capo arabo (la figlia si chiama Jazira…) che accetta con filosofia (?!?) la vittoria dell'infedele e dichiara allegramente che il credo del popolo nella sua capacità di predire il futuro è una sòla clamorosa e fessi loro che ci sono cascati.

Mi devo ripetere. Come dargli torto.

CARLITO'S WAY

New York, 1975. Il boss malavitoso portoricano Carlito Brigante (Al Pacino) deve ringraziare il disonesto avvocato cocainomane David Kleinfled (un odioso quanto bravo Sean Penn) se ha scontato soli cinque anni nelle galere a stelle e striscie anzichè i trenta previsti (grazie ad un cavillo legale).

Tornato nella Harlem ispanica dell’East River tenta di rifarsi una vita e nell’attesa di riuscire ad accumulare abbastanza soldi per trasferirsi alle Bermuda con la sua bionda Gail (Penelope Ann Miller) investe i suoi quattrini di partenza in un night club.

Pur nel tentativo di cambiare vita non riesce, per sdebitarsi con l’infido legale, all’oscuro del fatto che il suo salvatore fa il doppio gioco,a dire di no e si trova ad aiutarlo a far evadere il figlio di un capofamiglia italo-americano, cui il mascalzone, sovraeccitato e moralmente opaco, aveva sottratto un milione di dollari.

Il destino è dietro l’angolo: infatti l’avvocato, tra le nebbie del fiume, ammazza il figlio del boss. La frittata è fatta.

E la mafia, si sa anche al Polo Nord, non perdona.

L’unica salvezza per Carlito, mentre tenta di tenere lontano da sè i sospetti dei mafiosi, è quella di tentare una fuga, disperata quanto vana. E la fine della traiettoria di un destino che corre veloce verso una morte violenta. Inevitabile, malgrado ogni vano tentativo.

CARLITO'S WAY (Alla maniera di Carlito) è una splendida, amara, neoromantica ed emozionante pellicola cult diretta da Brian De Palma e tratta da due romanzi di Edwin Torres: Carlito’s way e After House.
Il film si svolge tutto in flash-back, con due fortissime interpretazioni di Al Pacino (doppiato in maniera regale da Giancarlo Giannini) e Sean Penn. A me piace da matti.

“Mi dispiace ragazzi… Non basterebbero nemmeno tutti i punti del mondo per ricucirmi… È finita! Mi metteranno nel negozio di pompe funebri di Fernandez, nella 104esima… Ho sempre saputo di finire sì ma molto più tardi di quanto si aspettavano…”



IL SIGNORE DEGLI ANELLI - IL RITORNO DEL RE

Chissadove, forse Medio Evo. Ogni giorno che passa permette a Frodo (Elijah Wood) di avvicinarsi al monte Fato.

Almeno così sussurra, tra paure e speranze, Aragorn (Viggo Mortensen), il Re tornato al trono di Gondor e “armato” dalla spada dei re (Narsil), al saggio e canuto stregone Gandalf (Ian McKellen).

I due sono giunti a Isengard, dove l'hobbit Pipino vede nella palla di fuoco che il malefico satrapo Sauron sta preparando la guerra, l'atto finale.

Sul destriero bianco Gandalf entra, col ficcanaso, nella città di Minas Tirith per mettere in guardia l'accecato dall'ambizione sovrintendente Denethor, in lutto per la morte del figlio Boromir.

Intanto Frodo con il fedele e amico servitore Sam (Sean Astin) e la compagnia dell'infido Sméagol (Andy Serkis) continua il suo viaggio infinito verso l'oscura Moroder per distruggere l'Anello, quell’anello che è peccato originale all’inizio del mondo, al principio della Terra di mezzo governata da una quiete ancestrale scossa da una “sottrazione”.

I nostri e tutti gli uomini sperano che ci riescano.

IL SIGNORE DEGLI ANELLI - IL RITORNO DEL RE rappresenta il terzo “momento” cinematografico, diretto dal regista Peter Jackson, veramente cinepico, di quella che non senza errore viene definita “trilogia”, dal momento che il suo creatore letterario la pensò e formalizzò come opera integrale, ovvero l'estenuante, crudele, fantasmagorica saga tratta da Tolkien.

Il tutto premiato con undici Oscar su undici nomination.

Belle e godibili le scene di battaglie campali, lancia in resta, con il frastuono a coprire la visione.