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I MILLE VOLTI DI JOHNNY DEPP



Bello e dannato. Magnetico e inquietante. Sono questi i primi aggettivi che vengono in mente quando si parla di lui.

Johnny Depp e le sue maschere che hanno costellato la sua carriera.

Ceroni, denti d'oro, dread e sgargianti completi "camp" attraverso cui dare vita alle icone più amate del grande schermo.

E' il suo pigmalione Tim Burton, con il freak della porta accanto Edward mani di forbice, a iniziarlo a quel cinema fanta-fiabesco che da scommessa lo trasforma in divo e che lo costringe a nascondere il suo fascino già zingaresco sotto fronzoli e stravaganze assortite.

Fino alla sublimazione in Capitan Jack Sparrow, il pirata che arricchisce in maniera esponenziale il suo conto in banca e la gloria nell'Olimpo hollywoodiano.

Dove, aperte e chiuse le parentesi gangster (da DONNIE BRASCO a NEMICO PUBBLICO) passando per i fiumi di cocaina di BLOW, fino al futuro BLACK MASS, dove racconterà la storia del criminale Whitey Bulger sotto la direzione di Barry Levinson) e fantascientifiche (il prossimo TRASCENDENCE con Paul Bettany, Rebecca Hall e Cillian Murphy), diventa la maschera da poter arruolare come proprietario di fabbrica (quella di cioccolato), barbiere (Sweeney Todd), pirata ( dei Caraibi), cappellaio matTo (Alice in Wonderland) e persino vampiro (Dark Shadow).

Tante le vite vissute al cinema per un bello e dannato di Hollywood.

LA NONA PORTA

New York. Voglio esser certo che questo prezioso volume del 1666, LE NOVE PORTE DEL REGNO DELLE TENEBRE, sia autentico.

Il ricco collezionista Boris Bulkan (Frank Langella) assume e spedisce l’esperto e cinico Dean Corso (Johnny Deep) in Europa a confrontare il suo libro con le altre due uniche copie esistenti.

Prima però il giovane è invano lusingato da Liana Telfer (Lena Olin), manesca, seducente e decisa vedova dell’uomo da cui il paperone aveva comprato l’opera: se me lo rendi ti pago bene.

Dopo aver incassato l’acconto in natura, il detective da biblioteca dice di no.

Il messo vola quindi a Toledo, a Lisbona e a Parigi, sempre pedinato da una bionda fanciulla se sembra disporre di magici poteri (Emmanuelle Seigner), mentre i cadaveri e i misteri si accumulano.

Qui c’è lo zampino di Satana.

LA NONA PORTA è un pretenzioso e monotono fantathriller ai confini dell’horror (demoniaco) che Roman Polanski dirige con la consueta eleganza.

Peccato che all’impeccabile confezione corrisponda un copione aggrovigliato e zeppo di buchi, avvincente solo nella prima mezz’ora con un inizio di ottimo livello.

Finale affrettato e assolutamente inadeguato.

Un plauso a un curioso Johnny Depp con la borsina a tracolla che fa finta di resistere agli assalti erotici e al fascino sexy-diabolico di Lena Olin.

SECRET WINDOW

Tashmore Lake (New Jersey). Dorme tutto il giorno sul divano del cottage sul lago lo scrittore in crisi artistica e familiare Mort Rainey (Johnny Depp). Attraversa il classico periodo nero:ha appena divorziato, non riesce a scrivere niente.

Quando gli bussa alla porta, minaccioso, il sedicente collega John Shooter (John Turturro), giunto dal Mississippi: tu hai rubato la mia storia.

Eccoti il manoscritto originale, ti do tre giorni per confessare il plagio.

Ma prima della scadenza gli dimostra che non scherza proprio.

SECRET WINDOW è un zoppicante thriller, con truffa incorporata, tratto dal'ennesimo racconto del re dell'horror e della fifa Stephen King.

Meglio la prima parte, con la fosca apparizione del persuasivo corvaccio John Turturro, enigmatico e sopraeccitato psicopatico, della seconda.

Anche se nel finale si scende divertiti nei meandri della follia fino all'epilogo secco, beffardo e carico di violenza in stile IDENTITA'.

Johnny Depp, caschetto biondo, berretto di lana e occhialini tondi, gigioneggia senza pietà.

In sintesi SECRET WINDOW è un onesto prodotto ma nulla di più.

SWEENEY TODD - IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET

Londra, seconda metà del Settecento. E' tornato di notte con una nave dalle vele nere con un unico intento il barbiere Benjamin Barker, che ora si fa chiamare Sweeney Todd (Johnny Depp): vendicarsi.

Rioccupa quindi l'antica bottega in Fleet Street proprio sopra il negozio della locandiera Nelli Lovett (Helena Bonham Carter), che confeziona nello sporco più sudicio i più immangiabili pasticci di carne  della città.

Quant'è difficile raggiungere il perfido giudice Turpin (Alan Rickman), che quando era smisuratamente felice, un barbiere eccellente, un padre affettuoso e un marito devoto, lo aveva accusato e condannato ingiustamente a quindici anni per portargli via l'adorata moglie Lucy, presto morta suicida, e la sua piccola Johanna.

La bambina è diventata una bellissima donna, che il padre adottivo tiene segregata in stanze "di buio e damasco", come una proprietà, impedendo a chiunque, compreso il marinaio Anthony, di corteggiarla.

Ben presto l'argento del rasoio sorriderà di nuovo al luce. Al lavoro.

SWEENEY TODD - IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET è una affascinante e pazzo musical, atrocemente bello, atipico e cupissimo, che Tim Burton, con il suo riconosciuto e ancor più riconoscibile talento visionario, ha trasferito da un musical di Broadway.

Un pò stucchevole per chi non ama il genere e esageratamente crudo per chi detesta i caldi fiotti di sangue, lascia a bocca aperta nelle scenografie del nostro Dante Ferretti (meritatissimo Oscar) che ricostruiscono magicamente una Londra previttoriana viscida e sporca, cupa e senza speranza.

Johnny Depp nella raffigurazione di un personaggio grondante sangue che è insieme creativo e distruttivo grondante è un portento, anche come cantante (gli attori alternano il canto alla parola e l'espediente mai disturba).

Può anche non piacere il musical (a me non piace nda) ma chi ama Burton e il suo pupillo Depp lo troverà gustoso.

LA VERA STORIA DI JACK LO SQUARTATORE - FROM HELL

Londra, 1888. Nel malfamato quartiere di Whitechapel, dove la plebe lotta ogni giorno per la sopravvivenza e la vita è durissima, una prostituta, Ann, viene trovata sventrata.

Il taciturno ispettore Frederic Abberline (Johnny Depp), pur stordito dall'oppio, indaga coadiuvato in maniera fraterna dal solerte sergente Peter Godley (Robbie Coltrane), mentre i cadaveri delle ragazze si accumulano.

LA VERA STORIA DI JACK LO SQUARTATORE- FROM HELL è un buon thriller in costume, dalle atmosfere vittoriane perfettamente ricostruite, nell'eleganza della vita nobiliare e nel degrado dei tenebrosi sobborghi londinesi. E' certamente la parte migliore del film.

Stilisticamente ineccepibile.

Moderatamente morboso e di limitata emozione, rispolvera in bellissimo stile la storia (verosimile), del primo serial-killer a sfondo sessuale e mediatico della storia, tirando in ballo eccellenti insospettabili. Poco importa che quelle della storia siano illazioni senza fondamenta, teorie come tante altre sul serial killer per eccellenza.

Il bravo e corrucciato Johnny Depp corteggia con discrezione la rossa Heather Graham, che, nonostante sia una prostituta, sembra piuttosto una verginale pulzella indifesa.


PIRATI DEI CARAIBI - OLTRE I CONFINI DEL MARE

Mar dei Caraibi, XVII secolo. Dopo essere sfuggito alle guardie del re nel tentativo di liberare il vecchio compagno di mare Gibbs, lo sfrontato Jack Sparrow ( Johnny Depp) si ritrova prigioniero sulla nave del pirata Barbanera (Geoffrey Rush), grazie alla bella e inaffidabile figlia di quest'ultimo, Angelica (Penélope Cruz), in passato sedotta e abbandonata da Jack stesso e ora a capo della ciurma di zombie del padre.

Suo malgrado, il nostro fa dunque rotta proprio con la vistosa figlia del bucaniere verso la Fontana della giovinezza, facendo presto squadra con Barbossa, che si finge al servizio della corona d'Inghilterra ma in verità cerca la vendetta su Barbanera, responsabile della gamba di legno che lo invalida.
Per poter ottenere dalla fonte il suo beneficio, a pirati, soldati e corsari occorrono però alcuni ingredienti di non facile reperimento: due antichi calici e una lacrima di sirena.

Quarta, inutile miliardaria puntata delle avventure dello sfruttatissimo filibustiere, a caccia di forzieri e donnine, tra cantine e velieri. Il passaggio di timone dalle mani di Gore Verbinski a Rob Marshall ne è in parte responsabile, poiché non si conta una sequenza visivamente ghiotta fatta eccezione, forse, per l'attacco delle sirene-piranha, ma i problemi riguardano anche i protagonisti e più che mai il racconto.

Delle storie di pirati, questa quarta ha i costumi e le ambientazioni ma manca completamente dell'epica e del sapore del mare.

Se non appare completamente valida l'idea di lasciare a casa gli zuccherosi colombi dei precedenti episodi (Keira Knightley e Orlando Bloom), è sicuramente pessima quella di consentire a Johnny Depp ogni genere di smorfie.

Direi che siamo al capolinea. Della serie.

THE TOURIST

angelina jolie
Parigi. E' sorvegliatissima l'impettita Elise Clifton-Ward (Angelina Jolie) che va al bar a prendersi un cornetto, pardon, un croissant, vestita come se andasse a una sfilata di moda.

La polizia internazionale è alla caccia di Alexander Pearce, massimo riciclatore internazionale di denaro sporco che fa diventare pulito, inseguito anche dalla mafia russa del boss Ivan Demidov.

Lui ha però cambiato aspetto grazie a un'operazione chirurgica.
Quindi nessuno saprebbe riconoscerlo, tranne che lei.

"Ci troveremo a Venezia", recita, in sostanza, il messaggio arrivato al tavolo dal fuggitivo.

Preso il treno la donna del mistero, per depistare i mastini alle calcagna, coinvolge Frank Tupelo (Johnny Depp) un ignaro professore di matematica del Wisconsin, diretto in Italia per dimenticare una delusione d’amore.

Elise farà di Frank il suo ospite, nella meravigliosa suite di un hotel veneziano, avvolgendolo volontariamente in una rete di pericoli, inseguimenti e appuntamenti al buio.
Trascinandolo insomma in un'avventura mozzafiato.

Ma chi utilizza chi?

Bisogna ricordare che Florian Henckel von Dommersmarck, il regista di questo THE TOURIST è un grande regista. All'esordio con Le vite degli altri (costato due milioni di dollari per un incasso totale di ottanta milioni) si è guadagnato anche un Oscar e prestigio internazionale.

Qui è chiamato a dirigere un copione totalmente fuori dalle proprie corde, divertendosi (?) a scorazzare nella magica Venezia.

Nutrita compagine d’interpreti italiani (da Alessio Boni a Neri Marcorè, da Christian De Sica a Nino Frassica) che se la cava benissimo: tutti in parte ma senza calcare sul clichè, evitando il rischio di dar luogo a una cartolina dell'Italia contemporanea ferma agli anni cinquanta.

Comunque lo stile a cui si ambisce è infatti quello delle commedie giallorosa d’altri tempi, un po’ Caccia al Ladro un po’ Sciarada, ma con l’accortezza di non prendersi troppo sul serio, di sporcarsi di comico (quanto involontario non si sa) e di scopiazzare il genere Bond.

Anche l'utilizzo di due icone assolute, le superstar di Hollywood  Johnny Depp e Angelina Jolie, hanno fatto virare il film un pò più lontano dalla raffinatezza europea e  un pò più vicino all’estetica disneyana.

Bellissima l'assoluta protagonista: Venezia.

DONNIE BRASCO

New York, 1978. Dai e dai, il verde agente federale Joseph Pistone (Johnny Depp), fingendosi un ricettatore di diamanti, nome d'arte Donnie Brasco, riesce finalmente a vincere la diffidenza del cinico manovale del crimine, invero in declino, Lefty Ruggiero (Al Pacino).

Questi, gangster di mezza tacca, non è mai riuscito ad arrivare ai vertici del comando della “famiglia”.

Tra i due nasce un'amicizia impossibile, destinata a una tragica fine.

Il malavitoso garantisce per lui e lo affilia all'onorata società di Brooklyn.

Che errore fatale.

Eccellente poliziesco, basato sul libro My Undercover Life in the Mafia di Joseph D. Pistone, DONNIE BRASCO è un'appassionata e crudele cronistoria di un'amicizia impossibile, un film sorprendentemente (quasi) privo di sangue, violenza e dalle sottili sfumature psicologiche, accurato nei particolari e con un finale davvero struggente.

L'epilogo, oltre che di una malinconia struggente, è anche uno dei più lucidi dell'ultimo cinema americano: entrambi i personaggi sono strumenti e vittime delle istituzioni cui appartengono.

Straordinario (come sempre) Al Pacino, malinconico e perdente, ottimamente doppiato ancora una volta da Giancarlo Giannini, ma Johnny Depp mostrava già le stimmate del campionissimo.



Nonostante la storia non sia originalissima, il regista Mike Newell compie il miracolo confezionando un non usuale film di mafia. 

Merito di una bella sceneggiatura che riesce ad emozionare e coinvolgere lo spettatore soprattutto in alcune scene ad alta tensione (si veda su tutte quella degli stivali nel ristorante) e per questo molto riuscite.

Che ve lo dico a fare: da vedere assolutamente.

BLOW

Massachusetts, anni '60. George Jung (Johnny Depp) è l'adorato figlio di Fred (Ray Liotta), onesto ed irreprensibile imprenditore. Purtroppo l'uomo è sovente in affanno per sbarcare il lunario e spesso in lite con la moglie che ritiene che non guadagni abbastanza.

L'ormai giovane George, che fin da bambino ha voluto un destino diverso dal padre, si trasferisce dalla monotona vita ai divertimenti di Los Angeles, e, da perfetto self made man, comincia a spacciare droga leggera, ad accumulare soldi facili e a volerne sempre di più.

Riuscendo in poco tempo a diventare il punto di riferimento negli States degli anni Settanta per il traffico della cocaina colombiana.

Ascesa tumultuosa, in una breve vita di eccessi, ed inevitabile rovinosa caduta. Gli alti e bassi della (mala)vita.

BLOW (il titolo usa il termine americano che indica l'effetto esplosivo della cocaina nda) diretto da Ted Demme è la storia dell'ascesa irresistibile di George Jung (non solo è tratta dall'autobiografia ma il regista ha incontrato più volte il protagonista nda).

Che cominciò col vendere erba in California prima di lanciarsi nel commercio della cocaina, arrivare ad avere talmente tanti soldi da non sapere fisicamente dove metterli in casa e di finire condannato, dopo essere stato catturato due volte dall'FBI, a una condanna a 60 anni.

Una pena destinata a tenerlo dietro le sbarre sino al 2014.

Efficace l'interpretazione di Depp (ottimo anche Ray Liotta) che, oltre a rendere simpatica una figura negativa come quella del grosso trafficante di droga (e magari l'aspetto proprio positivo non è nda), fa passare il suo personaggio dal senso di onnipotenza alla tristezza della solitudine rimanendo vicino ai toni della realtà, calcando la mano solo con la rutilante sfilata di abbigliamento anni '70.

Note dolenti della vita del protagonista sono i rapporti con le donne.

La madre è fredda, distaccata, egoista, arriva persino a denunciare il figlio per non fare altre cattive figure nei confronti dei suoi vicini. La prima moglie, con la quale aveva un rapporto ottimo, muore di cancro. La terza interpretata da Penelope Cruz, che appare a metà film, si rivela essere quasi identica alla madre, soprattutto nell'amore per i soldi.


Racconto forse troppo buonista nei confronti dello spacciatore ma guardate la scena finale, il ritorno in seno alla famiglia, il desiderio costante di rivedere la figlia, l'affetto della quale, impagabile, vale tutta una vita.

La lezione per i ragazzini affascinati dalla droga è alla fine.

Amara.

IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW

New York City, 1799. Il diffidente poliziotto Ichabod Crane (Johnny Depp) viene inviato ad indagare nel villaggio di Sleepy Hollow, dove si susseguono feroci omicidi.

E' un inafferrabile cavaliere senza testa (Christopher Walken) venuto dall'Assia che infesta e miete vittime nella zona, decapitandole con lo spadone e suscitando il terrore degli abitanti.

Tutte balle, replica l'inviato del tribunale, fiero assertore della razionalità induttiva, mentre interroga i testimoni. Ma appurato che la testa delle vittime non era trovata distaccata dal corpo bensì non veniva proprio pervenuta, sarà costretto a rivedere i suoi "strampalati" oggetti scientifici di ultima generazione a favore di libri su stregoneria e spiriti, e a sostituire alle sue certezze, un susseguio di scoperte bizzarre e fantastiche.

Cominciando col cedere alle insistenze del popolino compiendo un sopralluogo nel bosco: è sotto l'Albero dei morti, si mormora, che sono depositate le teste mancanti, come macabro trofeo.

Quello che si apre fra le radici dell'albero è un passaggio: una soglia tra il mondo di sotto e il mondo di sopra.

Ma come mai alle morti dei notabili del paesello non ridente è sfuggito il paperone Van Tassel (Michel Gambon)?

Intanto, in questo luogo al di fuori dalla realtà, tra sogno ed incubo, cedo al fascino e al mistero di sua figlia Katrina (Christina Ricci).

Per la discesa all'Inferno poi si vedrà.

IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW è una splendida, almeno visivamente (meritato Oscar alla scenografia, mentre solo nomination per la fotografia e gli splendidi costumi) favola nera del geniale Tim Burton, manifesto vivente del cinema gotico, che con mano felice ci trasporta tramite la macchina da presa attraverso le atmosfere cupe e sognanti, nella fusione di horror e romanticismo.

Gli spunti onirici, sempre al momento giusto, fanno sì che, alle decapitazioni che pervadono il film, si intreccino i sogni e gli incubi del protagonista, il quale finirà per ricordare ciò che aveva dimenticato. Christina Ricci nuda

Nel caso in questione il cinema di Burton ci va sognare, rabbrividire, talvolta sorridere (grazie all'interpretazione di Johnny Depp), e ci trascina in un susseguirsi senza sosta di intrighi e fantasmi, dove il reale crolla facendo sempre più posto agli incubi.

Da evidenziare un quantomai inquietante Cristopher Walken nella parte del tenebroso cavaliere e un cameo nell'incipit del film per Chrstopher Lee.

Una sublime favola nera. Da cineteca di genere.

LA MALEDIZIONE DELLA PRIMA LUNA

Isola di Port Royal, Caraibi, XVII secolo. Come soffre la bella Elizabeth (Keira Knightley), dolce figlia del governatore Swann (Jonathan Pryce): non le piace proprio il promesso sposo, l'arrogante capitano delle guardie Norrington (Jack Davenport).

La simpatia la riserva a un amico d'infanzia, segretamente innamorato di lei, il fabbro Will Turner (Orlando Bloom), salvato anni prima in alto mare: è l'ignaro seme di un celebre pirata, come dimostra il medaglione che la ragazza conserva gelosamente e segretamente.

La ragazza viene rapita dal malvagio pirata Barbossa (George Rush), che ha assaltato la città.

Will Turner si unisce così a Jack Sparrow (Johnny Depp), un pirata vagabondo di passaggio e per cui la parola strano suona eufemistica, per portare in salvo la fanciulla. All'assalto miei prodi.

Ma per riuscire nell'impresa dovranno affrontare misteriose e sinistre forze del male che risalgono addirittura a una maledizione azteca...

Scintillante kolossal (disneyano al 100%) avventuroso, molto ben fatto ma abbastanza lungo (due ore e venti), come i successivi e ricchi (d'incassi), peraltro, che rispolvera con divertimento le leggende della filibusta.

Il regista Gore Verbinski padroneggia la materia con sufficiente energia e ironia, non risparmiandosi citazioni e ammiccamenti al passato ma non perdendo mai di vista lo svolgersi del racconto.

Gli spiritosi dialoghi, i duelli con gli zombi e gli splendidi costumi fanno da cornice alle smorfie di Johnny Depp, denti d'oro e recitazione strafottente, in una interpretazione di divertita gigioneria.
Non manca qualche sequenza ben girata, come quella dell'arrembaggio.

Non da oscar, ma per passare due ore sul divano di casa va più che bene.

PIRATI DEI CARAIBI - AI CONFINI DEL MONDO

Singapore, XVII secolo. Dov'è finito il filibustiere Jack Sparrow (Johnny Depp)?

Intanto sono tempi duri per i pirati. Un re tiranno ha ordinato che non ne resti nemmeno uno. Muoiano impiccati uomini, donne e bambini che abbiano mostrato pietà per quei filibustieri.

Per contrastare l'ondata di terrore e le flotte della Compagnia delle Indie Orientali, capitanate dall'odioso Lord Beckett, non rimane che rintracciare i Nove Pirati della Fratellanza e tentare una strategia difensiva.

I colombi Will Turner (Orlando Bloom) e Elizabeth Shaw (Keira Knightley) s'imbarcano sul galeone del ruvido capitano Barbarossa (Geoffrey Rush)e raggiungono Singapore per procurarsi l'alleanza del pirata giallo Sao Feng, temibile pirata cinese col vizio del vapore.

Ma si sa i pirati sono volubili e ciascuno nutre in cuor proprio un interesse personale: Will vuole uccidere Davy Jones (Bill Nighy) e recuperare il padre alla vita, Elizabeth e Barbossa desiderano raggiungere Jack Sparrow ai confini del mondo, liberarlo dalla maledizione di Jones e riorganizzare con lui la Fratellanza.

Ecco finalmente il naufrago, il capitano Sparrow, accaparrato dal cattivo Jones e conservato quasi folle in un limbo bianco accecante e salato, che sulle prime scambia gli sbigottiti soccorritori per un'allucinazione.

Saliti tutti a bordo della Perla Nera, se la dovranno vedere con il crudele Lord Beckett, che ha al suo soldo l'Olandese Volante e i suoi zombi e il cuore del suo capitano, grazie ai quali sogna di governare il mare e di spazzarlo dagli odiosi nemici.

Appuntamento alla Baia dei relitti dove la capricciosa dea Calypso, regina degli abissi costretta in un corpo umano, deciderà le sorti dello scontro navale. In fondo al mare e alla battaglia i pirati troveranno un tesoro: l'amicizia.

Fragoroso ed estenuante (è tirato abbastanza per le lunghe) kolossal avventuroso, terza, incasinatissima ultima tappa (per adesso?) della saga corsaro-caraibica varata quattro anni prima, sempre dal fantasioso Gore Verbinski, che salpa per mare eccedendo la misura e invadendo il racconto di battaglie spettacolari.

Esplosioni di assi, alberi abbattuti, cannonate assordanti, micidiali palle di cannone, sciabole sferraglianti, abissamenti e ammaraggi scoperchiano letteralmente il mare e sguinzagliano la fantasia degli autori.

Ai confini "dei pirati" si conciliano due anime inconciliabili: guerra e piacere. Più il conflitto cresce in accanimento più aumenta l'esibizione della bravura, l'ammirazione estetica dell'azione di guerra che diventa una danza in equilibrio sull'abisso azzurro. Come fu per la Compagnia dell'Anello, anche i Pirati dei Caraibi controvertono gli archetipi delle fiabe dove la ricerca è sempre per la conquista di qualcosa. Qui invece l'obiettivo diventa la distruzione di qualcosa: il cuore del Capitano Davy Jones.

Torna l'idea dello "sporco" gruppo composito, costretto all'unità dalla bisogna che combatte battaglie e trova aiutanti più o meno magici. Un'identità di razze separate (pirati sì ma francesi, africani, indiani, cinesi) che stenta a farsi collettiva ed è ricca di spassosissimi conflitti interni poi annullati nella frenesia dell'azione.

I protagonisti uniti e resistenti troveranno il collante per rimanere strumenti funzionali al progetto comune: combattere i cattivi capitani.

Ad aiutare i ragazzacci di Verbinski accorrono i padri, quello trapassato di Elizabeth, quello dannato di Will e quello di Jack, dispensatori di saggezza e conoscenza.
Il vero protagonista, Johnny Depp, riempie lo schermo, già inondato da un oceano di parole ed azioni, mettendo in scena, con le sue smorfie, la declinazione ironica dell'eroe.

Corpo grottesco e carnevalesco alienato da se stesso e proiettato e frammentato in dieci, cento, mille Sparrow che vivono e agiscono a un tempo ciascuno per proprio conto, governando la Perla Nera o ramazzando il suo ponte.

Personalità multiple e simultanee che soffocano l'incantevole Keira Knightley e il grigio e dimesso Orlando Bloom.

Si finisce brindando. Alla prossima rotta.

Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma

Port Royal, XVII secolo. Proprio mentre sta per sposare la dolce e bella Elizabeth (Keira Knightley), il prode ex-fabbro Will Turner (Orlando Bloom) è sbattuto in galera, con la sua bella, dal comandante della Compagnia delle Indie, Beckett.

Per riavere la libertà e la sua amata, dovrà recuperare la preziosa bussola del capitano Jack Sparrow (Johnny Depp), che conduce ad un mitico tesoro.

Già, ma dov'è finito l'inafferrabile pirata? Purtroppo per lui fra una tribù di cannibali, pronti a mangiarselo arrosto, dopo che il filibustiere è sbarcato, in maniera incauta, su un territorio sconosciuto.

Intanto il famigerato lupo di mare Davey Jones (Bill Nighy) avanza alla testa dei suoi zombi sul maledetto Olandese Volante.

Avvincente, anche se un pò lungo, kolossal avventuroso, diretto da Gore Verbinski, che fa sventolare il Jolly Roger, inaffiando la tradizione classica con fiumi di ironia: per i più piccoli gli spaventi sono assicurati dagli effettacci speciali.



C'è da togliersi il cappello (piumato) davanti alle continue trovate e ai mirabilanti trucchi.
Senza farsi distrarre dalle esasperate facce buffonesche di Johnny Depp.

LA FABBRICA DI CIOCCOLATO


Togliamoci subito il dente del primo stereotipo: LA FABBRICA DI CIOCCOLATO e’ una FAVOLA MODERNA.

Quindi il film è chiaramente improntato al buonismo condito dal lieto fine. Non so bene quanto per bambini.

Facilmente comprensibile dall’adulto medio (quindi anche te!!).

Passiamo rapidamente al secondo: Tim Burton è quanto di più VISIONARIO si possa chiedere ad un talento che si cimenta nella regia cinematografica. E mi è piaciuto di più in altri film, forse per il tema (il gotico “IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW", per esempio). 

Anche se capisco bene che chi balla su quella sottile linea che divide la genialità dalla cagata pazzesca è destinato ad essere amato dagli uni e odiato dagli altri. E viceversa. Anche perché non si può parlare bene di tutto. Sarebbe come dire che a Roma, ai tempi di Nerone, si facevano barbecue da urlo.

Lo stile si palese subito, dalle prime scene, quelle della carrellata di immagini su quella che capiremo strada facendo, è la misteriosa Fabbrica di cioccolato, con movimenti ora rapidi e decisi, ora lenti, della telecamera.

E appaiono subito in scena le figure che saranno il pretesto di tutto il film: l’inserimento, all’interno delle confezioni di cioccolato da parte dello stesso misantropo Willy Wonka (Johnny Depp) (che non appare in maniera completa nella prima parte), dei cinque biglietti d’oro, per il concorso, che consentirà di visitare, a rimorchio del padrone, per un giorno intero, la famosa fabbrica anzidetta.

Il cui padrone è più intravisto che visto. Un vedo non-vedo che obbliga il piccolo Charlie Bucket (Freddie Highmore), che abita in una casetta poverissima e obliqua che neanche Scampia, insieme ai genitori e ai quattro nonni, a tenere la scena. Senza neanche un actimel per rinforzare le difese immunitarie. Solo zuppa di cavolo. E che cavolo!

Ed è una favola perché è proprio lui, tra Briatori, Lapo e troniste (si chiameranno così?) in fasce, a vincere l’ultimo biglietto d’oro che gli apre i portoni della fabbrica, accompagnato dal nonno Joe (David Kelly), accompagnatore unico concesso a ognuno dei cinque mostr… pargoli. Gli altri quattro sono viziatissimi e preda dei peggiori peccati, anche più di Luxuria e Fabrizio Frizzi insieme.

Willy Wonka è, come detto, un eccentrico, con tuba, baschetto e occhialini, Johnny Depp, attore che ha un feeling particolare con il regista, considerando i molteplici film che hanno messo in piedi insieme.

Depp dà vita ad un personaggio alquanto bizzarro, ambiguo, gentile, pallido (dovuto alla chiusura nella fabbrica, immaginiamo) e interiormente segnato, in bilico tra un insicurezza latente (il sorriso innaturale e il bisogno di aiutarsi con cartoncini per leggere ciò che deve dire) e la fermezza dell’imprenditore, con una per niente celata vena di crudeltà nel punire i bambini.

L’insicurezza è presto spiegata con il passato triste: il padre era un severo dentista (Christopher Lee) troppo rigido nel cercare di salvaguardare il sorriso del figlio, visto che costringe il tapino ad indossare un apparecchio per denti molto simile ad uno strumento di tortura. Naturalmente vietati tutti i dolci. Fino al giorno in cui padre e figlio si allontanano. Quindi in un sol colpo vengono spiegare tre cose: l’amore per i dolci di Wonka (come atto di ribellione), la mancanza dell’affetto familiare e quel suo sorriso forzato.

Mentre per quattro bambini la cittadinanza la provenienza geografica è abbastanza chiara (Germania, Inghilterra e infine due americani), la città di Charlie non è ben definita, anche se mi ricordava una città dei primi del novecento.

Una vera pillola di bontà si ha quando Charlie vuole vendere il biglietto d’oro per ricavare subito dei soldi e in seguito rinunciare alla fortuna che gli capiterà, per non staccarsi dalla sua famiglia. Troppo maturo, forse.

La figura più strana del film sono Umpa Lumpa,a cui viene lasciato un alone di mistero. Sono uomini? Willy Wonka dichiara, indispettito, che si tratta di esseri umani, ma il paese da cui provengono è sconosciuto. Mistero. Essi, che prima vivevano nella giungla, adesso indossano delle tutine optical-design in stile viaggio nello spazio dei film anni 70. Dobbiamo dire che questo popolo è stato creato ovviamente al computer (sono tutti uguali) con l’attore Deep Roy come matrice.

Molto bella l’idea dell’ascensore/astronave trasparente. Chic e abbastanza futuristica, su cui Wonka sbatte, con toni da bagaglino, un paio di volte.

E siamo al lieto fine:Willy Wonka ritrova l’affetto paterno, una nuova famiglia e un socio-erede.

L’avevamo detto. LA FABBRICA DI CIOCCOLATO è una favola.

“La cascata è molto importante, mescola il cioccolato. Lo rende leggero e schiumoso. Nessuna altra fabbrica al mondo mescola la cioccolata con una cascata, cari ragazzi, e su questo non ci piove!”


THE ASTRONAUT'S WIFE - LA MOGLIE DELL'ASTRONAUTA

Florida. Cielo! Com'è cambiato mio marito, mormora con preoccupazione la bella Jillian (interpretata dalla bionda Charlize Theron), al ritorno dello stesso (Johnny Depp) dallo spazio.

Si, il marito è l'astronauta Spencer Armacost che, insieme al collega Nick (Nick Cassavetes) ha rischiato di morire nelle fredde lande degli spazi siderali.

Ma cosa diavolo è successo nei due minuti nei quali la torre di controllo dalla Terra ha perso ogni contatto con la navicella spaziale?

Spencer prova a spiegare che faceva un freddo cane ed era tutto buio (come all'obitorio?).

Intanto il collega muore inspegabilmente ed improvvisamente per un ictus e sua moglie Natalie si ammazza.

L'investigatore Reese avverte la bella Jillian, coincidenza, che la buonanima portava due gemelli nel grembo, proprio come lei.

Ora è proprio sicura che quest'uomo sia lo Spencer che ha visto partire per lo spazio?

THE ASTRONAUT'S WIFE - LA MOGLIE DELL'ASTRONAUTA è un film tra il dramma e la fantascienza, non esaltante ma nemmeno da buttare, elegante e freddo (come gli spazi siderali), con il regista Rand Ravich che ha sbirciato nei copioni di SOMMERSBY, con la figura del reduce irriconoscibile, e Rosemary's Baby, il parto del demonio.


2charlize



Da segnalare un unica scena di sesso "spinto" con la bella Charlize.

Voto 6. Al film.

PLATOON

Saigon, settembre 1967. Il giovane idealista Chris Taylor (Charlie Sheen) ha giusto il tempo di assaggiare la polvere sollevata dalle pale dell'elicottero che lo ha portato al reparto che già si è pentito di essere partito, addirittura volontario, per il Vietnam.

Gli insetti sono grossi proprio come gli elicotteri, anche se meno assordanti, le notti passate di pattuglia nell'umida giungla, con scontri sanguinosi con i vietcong annessi, e le corvè alle latrine del campo. Senza contare i cadaveri.

Tanto fa dire alla voce fuori campo di Chris "C'è qualcuno che ha scritto "L'inferno è l'impossibilità della ragione". Questo posto è così. E' l'inferno",

Roba comunque da ridere in confronto alle atrocità commesse dai suoi commilitoni.

Per esempio quel killer professionista del sergente Barnes (Tom Berenger), che comanda praticamente il plotone, vista l'inettitudine del giovane tenentino preposto.

Il sergente prima assiste (e partecipa) senza battere ciglio a cose poco onorevoli per un soldato quando si trova davanti un innocuo villaggio vietcong (l'episodio sembra essere ispirato ai fatti accaduti a My Lai il 16 marzo 1968 nda), poi ammazza di suo pugno il suo pari grado, il ragionante Elias (Willem Dafoe), filosofo e contestatore, padre spirituale e modello del giovane Chris.

Praticamente due americhe a confronto/scontro.

Le pagherà tutte, perchè Chris diventa giustiziere dell'una in nome dell'altra.

Con  PLATOON il regista Oliver Stone sposa l'indignazione di quella parte di America (specialmente a sinistra) per una veemente denuncia della mai dimenticata guerra in Vietnam senza ipocrisie e con l'utilizzo di scene forti.

Attori con lo sguardo d'occasione: allucinato e fiero.

4 Oscar: miglior film, regia, montaggio e suono. Nella sua denuncia della “sporca guerra” ha un'ottima 1ª parte, ma poi si lascia prendere dall'enfasi, dal sensazionalismo, dalle convenzioni.

Comunque un ottimo film.