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LA VENDETTA DI CARTER

Seattle (Usa). Torna a casa dopo quattro anni per il funerale del fratello, morto in un misterioso incidente d'auto, il muscolare Jack Carter (Sylvester Stallone).

L'uomo è un "aggiustatore finanziario", ovvero si guadagna da vivere come tirapiedi di uno strozzino di Las Vegas.

Non ci credo, mormora alla vedova Gloria (Miranda Richardson) e alla problematica nipote Doreen (Rachel Leigh Cook), certe che sia stato realmente un incidente.

Deciso a scoprire la verità, cerca lumi dall'antico conoscente di gioventù Cyrus Paice (Mickey Rourke), viscidamente coinvolto in un trucido giro di film porno in combutta con l'esperto e danaroso informatico Jeremy Kinnear .

Dopo aver pestato molti calli è tutto chiaro.

Oh, yes, qualcuno l'ha ucciso dopo che il poveraccio aveva fatto una sconvolgente scoperta.

E ora vi ammazzo tutti.

LA VENDETTA DI CARTER è un convenzionale e violento poliziesco, con molta azione, facce truci e poche idee.

Rifacimento, forse in peggio, di un film inglese con Michael Caine di trent'anni prima. Non ci si annoia e le numerose scene d'azione sono ben realizzate, ma il primo film rimane inimitabile.

Proprio l'attore è reclutato per una fulminea comparsata che regala grinta e classe.

Sylvester Stallone, muscoli apparentemente d'acciaio e volto pietrificato, è sublime nell'inespressività. Infatti mantiene più o meno la stessa espressione per tutto il tempo e non è chiaro se stia facendo il duro o recitando per inerzia.

L'ANNO DEL DRAGONE

New York. Per mettere ordine a Chinatown, nelle mani della criminalità asiatica, arriva il pluridecorato capitano della polizia Stanley White (Mickey Rourke).

Lo sbirro, assicurandosi l'appoggio della stampa grazie alla complicità di una avvenente giornalista cinese, indice una solitaria crociata contro il sistema mafioso del quartiere.

Infatti l'aggressivo piedipiatti se ne frega dei patti tra agenti corrotti e malavitosi con gli occhi a mandorla della vecchia guardia e della giovane Triade, come l'astro nascente Joey Tai (John Lone).

ORE DISPERATE

Usa. Scappa dal tribunale il gangster Michael Bosworth (Mickey Rourke) con due complici, il succube fratello minore Wally e il violento Albert, facendosi scudo della bionda, seducente e  non innocente, avvocatessa Nancy Breyers (Kelly Lynch).

Il malavitoso in fuga irrompe poi con i due complici nella villa della benestante  famiglia di Tim (Anthony Hopkins) e Nora Cornell (Mimi Rogers), con crisi coniugale in corso e in attesa di divorzio.

Così i genitori più due figli, May e Zac, diventano i terrorizzati ostaggi dei tre poco teneri banditi.

State buoni, altrimenti vi ammazziamo, tuonano i tre malviventi mentre i nervi rischiano di saltare ogni minuto che passa. Intanto l’FBI guidata dalla grintosa agente speciale Brenda Chandler è sulle tracce dell’avvocatessa.

ORE DISPERATE è un dramma poliziesco, rifacimento di un celebre (ma che io non ho visto e quindi non faccio paragoni nda) e vecchio film con Humphrey Bogart.

Michael Cimino porta spesso l'azione in esterni (parco Nazionale dello Utah), puntando sulla grandiosità dei paesaggi (belle le scene del Canyon) alla ricerca di una dialettica tra il chiuso e l'aperto.

Risultato: forte sul piano visivo, con la violenza sbattuta in faccia.

Mickey Rourke, perfido, smodato e tenebroso, è qui al suo apice. Perfettamente a suo agio nel ruolo di villain deciso ma fascinoso, con il suo protagonista che si regala anche qualche battuta libertaria e antiperbenista.

Sicuramente azzeccato anche il resto del cast, su tutti Hopkins, la bionda Kelly Linch e Mimi Rogers, autori di performance intense e superlative.


Il film ha qualche calo solo nei momenti con protagonista l'FBI e nel prevedibile finale, comunque rimane un buon thriller.

IRON MAN 2

New York. "Io sono Iron Man" sono passati  sei mesi da quando l'industrialone Tony Stark (Robert Downey jr.) ha gettato la maschera, con lo svelamento dell'identità non più segreta.

Ora dopo che la notizia è di pubblico dominio il governo e le compagnie concorrenti, non troppo liete che la pace nel mondo sia mantenuta da un deterrente che non gli appartiene, tentano di appropriarsi dell'armatura: "Ho privatizzato con successo la pace" risponde Stark a chi lo accusa di essere fuori dal controllo statale, presentando all'Expo una nuova arma che dovrebbe rendere il mondo più sicuro.

Resistendo all'assalto anche di Washington che preme perchè l'arma sia consegnata al Pentagono, ma invano il colonnello James Rhodes (Don Cheadle) cerca di convincere l'amico imprenditore.

Non è tuttavia questo il problema più grosso del miliardario con l'hobby del supereroismo.

Il palladio, elemento utile a far funzionare l'armatura, lo sta lentamente uccidendo inquinandogli il sangue e il brillante inventore dal cuore robotico non riesce a trovare un rimedio. Come se non bastasse a Montecarlo, nel mezzo del Gran Prix, a turbare la pace mondiale si presenta Ivan Vanko (Mickey Rourke), figlio di un vecchio collaboratore di Howard Stark (il padre di Tony), colmo di rancore, volontà di vendetta e in possesso dei brevetti originali di molte invenzioni della Stark.

IRON MAN 2  è un fragoroso fumetto, gonfiato all'inverosimile, quasi da overdose, con gli effetti speciali (le attrezzature olografiche di Stark sono veramente ben fatte) e tratto, come il primo episodio, dalle striscie Marvel, di cui ha perso l'originalità non il rumore assordante.


Il simpatico Downey jr. deve difendersi oltre che dal mastodontico Mickey Rourke, che ci regala un gran bel cattivo, anche dalla prezzemolina Scarlet Johansson che in tuta di pelle attillata non è completamente inutile.

Però alla lunga ci si annoia...

I MERCENARI - THE EXPENDABLES

Usa. Dopo una tumultuosa e violenta capatina su un cargo nel Golfo di Aden, il maturo e ardimentoso soldataccio di ventura Barney Ross (Sylvester Stallone) accetta l'ingaggio del misterioso Church (Bruce Willis) per far saltare la feroce dittatura  del generale Gaza che stringe in una morsa d'acciaio l'isola (caraibica ???) di Vilena.

Il mercenario si tuffa nella temeraria impresa con il fido Lee Christmas (Jason Statham), il cinesino Yin Yang e altri due soci di lungo corso esperti di esplosivi e combattimento corpo a corpo.
A fargli da apri pista, ecco la caliente figlia del tiranno, che a ben guardare è succube del sadico narcotrafficante ex Cia Monroe (Eric Roberts).

Poveri baschi rossi della guardia del Palazzo Presidenziale, sono "solo" duecento.

Finimondo annunciato.

Fragoroso, inverosimile e un tantino stucchevole fumettone avventuroso di tutta azione, scritto, diretto e interpretato dall'eterno Sylvester Stallone, la star più sbertucciata dell'intellighenzia mondiale.
E' chiaro che a Venezia e Cannes non sarebbe ammesso. Ma neanche a Locarno. Per tacere di Giffoni o Berlino.
Insomma, "I mercenari", sorprendente campionissimo d'incassi all'uscita nelle sale degli Stati Uniti, è troppo eccitante per essere ammesso tra i consessi snob. Chiaramente non è un capolavoro, intendiamoci, però fila pancia a terra con toni anche goliardici e conviviali.

Bisogna dire che l'imperturbabile Sly, nonostante i sessantaquattro anni, è ancora ben conservato. Come i baldanzosi soci reclutati per il film, tutti più giovani per la verità.
L'unico coetaneo è Arnold Schwarzenegger, in scena meno di un minuto, giusto il tempo per farsi sparare alle spalle una battuta memorabile, ineguagliabile esempio di autoironia. «Che c... ha?» chiede Bruce Willis vedendolo ingrugnito. E Stallone gli risponde: «Vuole diventare presidente».
Una particina, come dicevo,  ce l'ha anche Bruce Willis, misterioso mandante della spedizione su cui si regge l'intera storia. Qualche scena in più l'hanno arraffata invece Mickey Rourke, nel ruolo di un beffardo maestro di tatuaggi con svariati scheletri nel retrobottega, e il voltagabbana Dolph Lundgren, già leggendario avversario russo di Sly sul ring.

E poi Sly e ancora Sly che mostra ancora una forma invidiabile, perfino quando  rincorre e s'infila in un idrovolante lanciato in volo. Naturalmente senza mutare espressione.

Mica è Pacino o De Niro. 

Insomma il film va preso per il verso giusto.

IL PAPA DEL GREENWICH VILLAGE

New York, Little Italy. Charlie Moran (Mickey Rourke), indolente maître di un grosso bar, perde l'impiego per l'ennesima volta e lo attribuisce, per scagionarsi, ai furtarelli incauti del ciarliero cugino Paulie (Eric Roberts), che è appena riuscito a far assumere come cameriere nello stesso locale.

Squattrinato e depresso per l'abbandono della moglie, e nell'intento (vano) di non perdersi anche Diane (Daryl Hannah), la graziosa convivente istruttrice di ginnastica aerobica, con sogni sempre più voluminosi delle proprie tasche, accetta il male organizzato progetto criminale di Paulie: l'intenzione è di scassinare una cassaforte con l'aiuto...professionale di un orologiaio irlandese.

Il colpo sta per riuscire, ma sopraggiunge sul posto un poliziotto (corrotto). Fatti sparire gli arnesi dello scasso, i tre si appiattano col fiato sospeso. Attoniti, devono constatare che il solitario poliziotto conosce la combinazione della cassaforte e, dopo un attimo di incertezza nel notare segni di effrazione, l'apre con estrema facilità. Visto che il bottino è a portata di mano, i tre balzano fuori e si liberano del poliziotto facendolo precipitare nella tromba delle scale. Stecchito.

Ricercati sia dai poliziotti che dagli uomini del boss del quartiere, sordido e spietato, che impone tangenti sul piccolo commercio, come sulle scommesse all'ippodromo e sulla polizia, per far perdere le tracce, l'orologiaio se ne fugge in Irlanda mentre i due patetici mafiosi di infimo cabotaggio dovranno affrontare il "Papa"...

IL PAPA DEL GREENWICH VILLAGE è una commedia gradevole ma poco originale, che il regista Stuart Rosenberg fa scivolare nel dramma senza affondarci, tutta al servizio della coppia di attori allora emergenti (Rourke-Roberts), in un ritaglio stereotipo della "Little Italy", destinati ad una carriera altalenante. Il ritmo è accettabile e Rourke gigioneggia il giusto.

Non imperdibile ma si può guardare.

Sarebbe curioso sapere quanti italiani si riconoscono nei due sprovveduti e sdolcinati 'napoletani' a New York, e quanto irlandesi in Kenneth McMillan, orologiaio scassinatore.

ORCHIDEA SELVAGGIA

Rio de Janeiro. Per concludere un contratto, la compravendita di un albergo fatiscente, l'affascinante manager di una società americana, la superintegrata Claudia (Jacqueline Bisset) si fa accompagnare dall'ultrasexy (di strepitosa anatomia) Emily (Carrè Otis), neolaureata in diritto internazionale.


Le due belle donne d'affari, in una terra di esotici erotismi, sono immediatamente abbordate dal ricchissimo James (Mickey Rourke), seduttore con abbronzatura d'ordinanza, orecchino d'oro e faccia da schiaffi, che si "lavora" da prima la più giovane e, dopo averla rosolata a fuoco lento, la butta tra le braccia di un certo Jerome (Bruce Greenwood). Tanto a lui basta guardare.

Salvo avere un ritorno di fiamma e riaccendere gli ardori sopiti dopo aver respinto Claudia e aver toccato con mano l'amore disinteressato di Emily, sottoposta in loco a molteplici tentazioni della carne.

ORCHIDEA SELVAGGIA è un fumetto abbastanza sciocco scritto e diretto dallo stesso sceneggiatore di Nove settimane e ½, tale Zalman King, messosi dietro la macchina da presa per tentare il bis al colpaccio di qualche anno prima..

La fatica può essere classificata, secondo i gusti, come un porno soft passabilmente idiota o come una macchina erotica la cui benzina è fornita dal folclore brasiliano.




Erotismo all'acqua di rose farà arrabbiare i cultori del Tinto nazionale (Brass) e annoierà tutti gli altri, tra splendidi immagini di un Brasile da dépliant turistico che si muove a tempo di musica.

Le varie edizioni del film variano di lunghezza secondo gli usi censori locali.

Mickey Rourke no: sembrerà poco pulito in tutte le versioni.

JOHNNY IL BELLO

New Orleans. Il piccolo delinquente Johnny (Mickey Rourke), detto beffardamente "il bello" per il volto deforme, è tradito dai complici: il crudele Rafe (Lance Henriksen) e la squillo da mille dollari a botta Sunny (Ellen Barkin) che durante una rapina in gioielleria, compiuta con le maschere di carnevale sul viso, gli ammazzano il migliore amico, Mikey, lo feriscono e scappano con il bottino, lasciandolo finire in galera.

In carcere il medico samaritano nero Steven Resher (Forest Whitaker) lo sottopone a un riuscito e miracoloso intervento di chirurgia plastica sperimentale, rendendolo un adone.

In libertà dopo cinque anni, il giovanotto esce, continuamente tallonato dal diffidente tenente Drones (Morgan Freeman) e conosce la bella Donna (Elizabeth Mc Govern) inconsapevole del suo tumultuoso passato.

Potrebbe rifarsi una vita, ma l'ossessione della vendetta incombe.

Riesce a vendicarsi, tragicamente.

Scritto da Ken Friedman, JOHNNY IL BELLO (Johnny Handsome) è un poliziesco con ambizioni psicologiche, diretto da Walter Hill con il giusto alternarsi dei tempi lenti (carcere, ospedale) e dei tempi forti, la mescolanza dei temi e dei toni (disperazione, malinconia, melodramma, emarginazione, fatalità), cura dei personaggi di contorno (il medico e il poliziotto entrambi neri), l'intensa interpretazione di Mickey Rourke, poche altre volte così misurato.

Struggenti musiche blues di Ry Cooder.

WHITE SANDS - TRACCE NELLA SABBIA

Sud Dakota (Usa). Nella torpida ed assonata cittadina l'integerrimo vicesceriffo Ray Dolezel (William Dafoe) si trova tra le mani un cadavere e una valigietta che contiene cinquecentomila dollari.

Durante l'autopsia, seconda sorpresa: dalle viscere del defunto, spunta un numero di telefono che conduce in New Mexico al mellifluo mercante d'armi Gorman Lennox (Mickey Rourke) e alla bella faccendiera Lane Boline (Mary Elizabeth Mastrantonio).

Il gioco si fa pericoloso ma il piedipiatti, per capirci di più, assume l'identità della vittima, Bob Mendes.

Caso complicato, tra FBI, CIA, traffico d'armi, due donne e un groviglio di agenti corrotti, tra cui il nero Greg Meeker (Samuel L. Jackson).

Scritto da Daniel Pyne e diretto con corretto mestiere dal neozelandese Roger Donaldson WHITE SANDS - TRACCE NELLA SABBIA è un film che all'inizio intriga e alla fine delude, ma durante il percorso tiene alta la soglia dell'attenzione, in un intrigo molto macchinoso, che punta il dito sul marcio che prolifera sotto le uniformi.

Nel valzer frenetico di doppiogiochisti degni dell'UDC, si muove con lo sguardo allucinato come al solito lo scorbutico Willem Dafoe, mentre Mickey Rourke sfodera il suo sorriso strazzamutande.

Molto bella la fotografia.

L'UOMO DELLA PIOGGIA

Memphis (Tennessee). Il fresco laureato in legge Rudy Baylor (Matt Damon) si scontra subito con la realtà dei fatti. Il bisogno impellente di lavorare lo spinge a cercare clienti e casi legali al limite. Ma ciò significa frequentare tipi di dubbia moralità per sbarcare il lunario mentre, allo stesso tempo, idealizza la necessità di combattere le ingiustizie di un sistema iniquo che favorisce i ricchi e i potenti.

Viene assunto nello studio dell'acido avvocato Braiser Stone (MIckey Rourke), legato alla criminalità, il cui braccio destro è il buffo para-legale (o meglio legale mancato) Deck Shifflet (un bravissimo Danny De Vito). Il non superamento degli esami non gli ha impedito di conoscere tutti i meccanismi del sistema.

Ecco il primo caso: un ragazzo leucemico è morto per il cinismo della sua compagnia di assicurazione, che non ha pagato il trapianto di midollo di cui aveva bisogno. Trattare la vita come una passività da NON inserire in bilancio.

Rudy comincia a seguire il caso in prima persona e a dare subito battaglia, poi, convinto da Deck, lascia lo studio di Braiser. I due si mettono in proprio e decidono di andare fino in fondo in quello che è l'unico caso che hanno per le mani. Si tratta di sfidare la Great Benefit, una delle più grandi compagnie di assicurazione, rappresentata da stuoli di avvocati tra cui giganteggia il famoso avvocato Leo F. Drummond (Joh Voight)

Ma l'avvocatino a poco a poco sgretolerà la tracotanza del superazzeccagarbugli che difende la ben più autorevole controparte, che culminerà nel colpo finale: l'interrogatorio dell'amministratore Wilfried Keeley (Roy Scheider) e la visione, straziante per i giurati, di un video del ragazzo morente.

La multa è talmente salata, che beffa finale, la società fallisce.

E già che c'è assiste la graziosa Kelly Riker (Claire Danes), conosciuta in ospedale, una ragazza che, esasperata, ha ucciso il marito violento e violentatore. Ora che sei venuta, vuoi sposarmi?

Appassionante, malgrado la staticità e la fluviale logorrea inevitabile nella sceneggiatura delle fasi processuali, dramma social-giudiziario, che il regista Francis Ford Coppola ha tratto dal romanzo dello specialista John Grisham.

Un bel pugno sul muso dell'arroganza (e la vocazione alla truffa legalizzata) delle assicurazioni e un osanna alla gente "normale", che, almeno al cinema, riesce ogni tanto a battere i "colossi" del profitto a tutti i costi.