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GLI SPIETATI

Wyoming (USA), 1880. Sulle prime è un pò perplesso l'ex pistolero a riposo Bill Munny (Clint Eastwood), che da tempo ha appeso la Colt al chiodo per allevare maiali.

Poi l'offerta prende il sopravvento sul vecchio pistolero in disarmo. Gli farebbero davvero comodo, a lui e ai due ragazzini orfani di mamma, quei mille dollari offerti.

La taglia è offerta da un manipolo di infuriate prostitute per mandare al Creatore due mascalzoni, irridenti sfregiatori con lama di una loro povera collega.

Cosi lascia la misera fattoria e si rimette (a fatica) in sella accompagnato dall'antico compagno nero di zingarate e rapine Ned Logan (Morgan Freeman).

A Big Whiskey, dove si trova il bordello del fattaccio, vigila, a modo suo, lo sceriffo maneggione Little Big Daggett (Gene Hackman).

Fumeranno le Colt.

GLI SPIETATI è l'ennesimo centro, con mano ferma e colpo deciso, al tredicesimo colpo, nel senso di western, del vecchio e indomito Clint Eastwood, a cui la critica voleva scrivere l'epitaffio, inneggiando a testamento spirituale e altre puttanate del genere.

Pur girato come omaggio ai maestri del genere (alla fine del film è citato Sergio Leone), GLI SPIETATI è qualcosa di più e di diverso.

Si tratta di una pellicola sporca, violenta, in cui non esistono buoni o cattivi (siamo in questo senso dalle parti dei mucchi selvaggi di Peckinpah) ma i personaggi presentano tutti sfaccettature negative. Anche chi sembra muoversi nel solco del Bene è un vendicatori di torti solamente per soldi.

Non esistono eroi ma esseri umani e come tali per natura fallibili, deboli, peccatori e vanagloriosi. I due vecchi amici dal passato violento, lo sceriffo che cerca di lasciarsi alle spalle sangue e cadaveri in favore di una vita semplice. Ma non è facile, per quanto aspiri a cambiare un uomo resta sempre sé stesso.

Senza dimenticare un finale ruvido, decisamente anti eroico.

Un ottimo film premiato con 4 Oscar (film, regia, Gene Hackman attore non protagonista e montaggio).

Un cast in stato di grazia, con personaggi complessi e carismatici, e una fotografia splendida.

Due ore abbondanti ben spese a guardare il solito Clint. Essenziale e granitico.

IL CAVALIERE PALLIDO

Idaho (USA), seconda metà dell'Ottocento. Un gruppo di cercatori si spezza la schiena e s'affanna a cercar pepite, nella speranza di diventare ricco con il baluginio dell'oro.

Purtroppo sul pezzo di terra dei "padellari" ha messo gli occhi il solito signorotto locale, Coy Lahhod (Richard Dysart), che vorrebbe cacciare i cercatori accampando fantomatici diritti di proprietà su quel terreno attraversato dal ruscello.

E intanto, senza alcun rimorso, sventra la montagna con potenti getti d'acqua.

Il capo dei peones, il mite ma determinato a non farsi mettere i piedi in testa Hull Barret (Michael Moriarty), viene pestato a sangue, mentre la piccola Megan, figlia della sfiorita Sara Wheeler invoca l'aiuto celeste.

Ed ecco che mentre recita un brano dell'Apocalisse di Giovanni materializzarsi uno sconosciuto predicatore (Clint Eastwood), ben munito di artiglieria. E la sa anche usare bene...

Non ci mette molto a mandare sotto terra il clan dei malvagi, prezzolati aiuti esterni compresi.

"Il quarto cavaliere aveva nome Morte e l'Inferno lo seguiva." Su questo verso biblico si basa l'enigma di un film teso e senza fronzoli: chi è Preacher, un pistolero solitario o un angelo vendicatore evocato dalla giovane Megan?

Clint Eastwood con IL CAVALIERE PALLIDO mostra l'influenza che il western classico ha avuto su di lui con una pellicola ricca di citazioni ma comunque contraddistinta da un approccio personale.

In pratica una bella fotocopia a colori del giustiziere solitario della prateria cucitagli su misura vent'anni prima dal grande Sergio Leone

Notevole il realismo nelle scene di violenza, che sottolinea la crudeltà insita nel mondo del Far West.

UN MONDO PERFETTO

Texas, 1963. Nella notte di Halloween, i due detenuti Butch Haynes (Kevin Costner) e Terry Pugh riescono ad evadere dal carcere di Huntsville: troppi questi anni dentro.

Alla ricerca di una nuova auto su cui fuggire, Terry, il più pericoloso e schizzato dei due, fa irruzione in casa di una famiglia di testimoni di Geova composta solo da madre e tre figli.

Nel tentativo di molestare la donna, attira le attenzioni del vicinato e costringe Butch a scappare trattenendo in ostaggio il piccolo (sette anni) Phillip (TJ Lowther).

Ad occuparsi del caso il governatore dello Stato, che vuole evitare disordini alla vigilia della visita a Dallas del presidente Kennedy, incarica il capo della polizia Red Garnett (Clint Eastwood).

A un anno dalle nuove elezioni il rude ranger viene investito, assieme allo sceriffo locale, al tiratore scelto dell'FBI Bobby Lee e alla bionda criminologa Sally Gerber (Laura Dern), di poteri speciali e di un furgone all'avanguardia con il quale dare inizio alla caccia agli uomini.

UN MONDO PERFETTO è un ottimo poliziesco, diretto da un Clint Eastwood piuttosto ispirato, una storia semplice e bellissima, che sventola buoni sentimenti e qualche rancore verso la giustizia ingiusta.

UN MONDO PERFETTO presenta una sceneggiatura piuttosto solida, dove i momenti di riflessione (anche sulla morale della società, la miopia burocratica e l'ingordigia della politica) e i dialoghi contano più dell'azione che infatti appare ridotta al minimo.

Eastwood conduce lo spettatore pian piano dal classico racconto sulla fuga del detenuto alla vicenda che lega un adulto e un bambino, entrambi "sbagliati", vittime di un mondo imperfetto, e per questo sottilmente legati da un qualcosa che può rappresentare l'imperfetta perfezione della solidarietà, pur se cresciuta sulla violenza e la solitudine.

Piuttosto convincente la prova di Costner negli insoliti panni del cattivo per forza. Eccellente, infine, il minipatner, T.J. Lowther, stranamente sparito di scena.

Finale poetico ed amarissimo.

IMPICCALO PIU' IN ALTO

Oklahoma, 1889. Ha acquistato senza saperlo una mandria rubata il giovane ex vice sceriffo Jed Cooper (Clint Eastwood) e nel vecchio West la punizione arriva in fretta e ha la forma del nodo scorsoio.

Accusato di aver rubato quel bestiame e sommariamente condannato a morte all’ombra di una quercia dalla banda del capitano Wilson (Ed Begley), è salvato appena in tempo dal tempestivo arrivo dello sceriffo Dave Bliss (Ben Johnson).

Sarà il giudice Fenton (Pat Hingle) a decidere della tua sorte, sentenzia l'uomo di legge, dopo averlo liberato dal cappio.

Deportato in città ha la fortuna di veder confermata la sua versione e il giudice, che governa la cittadina col pugno di ferro, convinto che il ricorso massiccio alla forca sia l'unico mezzo per mantenere l'ordine, gli ridà la libertà insieme alla soddisfazione di veder penzolare nell’accecante mattino colui che lo aveva frodato.

Ma a Cooper non basta, lui vuole la sua vendetta su “quei galantuomini” che l’avevano impiccato.

Potrà farlo però soltanto accettando il compromesso: con la stella da sceriffo sul petto, agli ordini del giudice Fenton per vigilare su un territorio di 160 miglia quadrate che è paradiso in terra per assassini, ladri, contrabbandieri, truffatori, fuorilegge.

IMPICCALO PIU' IN ALTO (Hang 'Em High), il primo western interpretato da Clint Eastwood  negli USA dopo il successo planetario delle pellicole girate in Italia con il Maestro Sergio Leone, rappresenta proprio la via di mezzo tra il western alla John Wayne e quello del regista italiano.

Il film infatti "ruba" lo stile spaghetti-western e lo adatta alla realizzazione made in USA, segnando in un certo senso un nuovo modo di intendere il western oltreoceano.

Clint Eastwood (un americano che prima era praticamente sconosciuto nda) interpreta una pellicola riuscita, con tutti gli ingredienti: il giusto, i cattivi, il giudice e la bella dal tragico passato. E a suo modo si ritaglia uno spazio personale ottenuto, appunto, dalla miscela dalle due correnti "di pensiero" amalgamate alla perfezione.

L'azione, i buoni propositi e la solida interpretazione del celebre attore/regista (qua intento a proporsi in un ruolo stranamente "rivoluzionario e sinistroide", con vigorosa critica sociale al sistema giudiziario) ne fanno un titolo sottovalutato, decoroso e significativo nel panorama del genere.

UNA CALIBRO 20 PER LO SPECIALISTA

Warsaw, Montana (USA). Si meraviglia non poco il ladruncolo Caribù (Jeff Bridges), aspirante fuorilegge, per quello strano prete trafelato che implora un passaggio sul ciglio della strada.

E' l'Artigliere (Clint Eastwood), grintoso capo di una disciolta gang di rapinatori, rapinatore solitario, taciturno e senza molte illusioni, alla ricerca di un tesoro di mezzo milione di dollari, frutto di una rapina, nascosto dietro la lavagna di una scuola.

Il problema sono le trasformazioni edilizie che fanno perdere la bussola. E adesso che si fa?

Si rapina una banca.

UNA CALIBRO 20 PER LO SPECIALISTA, nonostante il pessimo titolo italiano (l'originale è "Thunderbolt and Lighfoot", ovvero i nomignoli dei due personaggi principali nda), è una notevole opera prima, un on the road carico d'azione, movimentato e violento, venato di humor,  che segna il debutto dell'irruento Michael Cimino.

Nella pellicola sono racchiuse già le note fondamentali del suo cinema.

L'amore per gli spazi aperti e per i paesaggi e sterminati, l'amicizia virile e la ricerca di un' identità del paese America permeano infatti una storia che in mano ad altri sarebbe potuta risultare banale.

Finale commovente e amaro.

AMERICAN SNIPER

Texas (USA). Chris Kyle (Bradley Cooper), partecipa ai rodeo da vero cowboy e non manca un bersaglio, fin da piccolo.

Sconvolto dalle visione degli attacchi alle sedi diplomatiche in Kenia e in Tanzania decide che deve fare qualcosa per il suo Paese.

Arruolatosi nel 1999 nelle forze speciali dei Navy Seal, Kyle ha stoffa e determinazione per riuscire e ottenere l'abilitazione. Perché come gli diceva suo padre da bambino lui è nato 'pastore di gregge', votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici.

Operativo dal 2003, viene inviato in Iraq con una sola missione: proteggere le spalle ai marines sul campo. Infatti la sua precisione millimetrica salva innumerevoli vite sul campo di battaglia.

In sei anni, 1000 giorni e quattro turni, questo drone dall'animo umano che colpisce per proteggere collegato via radio con una cabina di regia, diventa "La leggenda" per i suoi commilitoni e "Il diavolo di Ramadi" per i nemici. A colpi (precisi) di fucile, mentre a casa moglie e figli, e tutta l'America, vivono la vita.

ONE SHOOT, ONE KILL. Centosessanta uomini abbattuti (e certificati) dopo, Chris Kyle, non esente dal tormento di chi uccide per salvare vite umane, torna a casa, dall'innamorata moglie (Sienna Miller), dai bambini e dai reduci, a cui adesso guarda le spalle dai fantasmi di quella guerra che ha bruciato vite e petrolio.

Ma dedizione e sacrificio saranno fatali al soldato simbolo perchè la guerra non può essere lasciata alle spalle.

Con AMERICAN SNIPER,  Clint Eastwood, che compirà ottantacinque in maggio ma ha una tale carica di energia, che, toccando per lui ferro, potrebbe andare avanti all'infinito, infila l'ennesima perla della sua cinematografia.

Vedere per credere fottendovene della solita critica snob che ha già emesso la sentenza su patriottismo ed onore militare.

L'opera, girata con eleganza e padronanza del mezzo, in modo semplice e lineare, racconta le gesta di un uomo profondamente convinto dei propri valori (Dio, patria e famiglia) che trova nell'orrore della guerra il proprio habitat naturale.

Chris Kyle, il cecchino più letale della storia militare degli Stati Uniti, estremamente lucido sul teatro di guerra, nei momenti di ritorno a casa è un pesce fuor d'acqua con la testa perennemente al fronte perché il suo scopo è unicamente difendere i propri compagni.

Non è un vendicatore, non è RAMBO, non è un robot con dei superpoteri, è solamente un uomo determinato, senza enfasi e senza rabbia.

Chi si aspetta un'aspra denuncia della guerra e delle sue conseguenze rimarrà certamente deluso, perché il ritratto del protagonista è più simile a un'agiografia. Inutile ricordare che Clint è un falco.

Consolatevi con Nan(n)i Moretti.Se ci riuscite.


Tecnicamente ineccepibile, con un intensissimo Bradley Cooper (la somiglianza fisica è impressionante nda) nonostante le numerosissime scene d'azione questo film è tutto tranne un film d'azione.Non c'è nulla di enfatico ma molto di preciso.

Risparmiate la fatica all'Academy, l'Oscar è già prenotato. Clint ha fatto (ancora) centro.

L'UOMO NEL MIRINO

Phoenix (Arizona). Il rude ma sprovveduto sbirro Ben Shockley (Clint Eastwood) viene spedito controvoglia a Las Vegas a prelevare dal carcere e scortare in tribunale la bionda Gus Mally (Sondra Locke).

La ragazza, di professione squillo, è chiamata a testimoniare a un processo contro i maneggi del capo della polizia e la mafia.

Il tenente Blakelock (William Price), diretto superiore proprio del piedipiatti, ma guarda che distratto, si è scordato di dirglielo: c'è un sacco di gente desiderosa di non far arrivare viva a deporre la ragazza e le quote delle scommesse parlano chiaro (50 a 1 la quota iniziale nda).

Un viaggio, una missione impossibile. tra molteplici e violente sparatorie fino al pullman che ha blindato manco fosse un carro armato e col quale tira dritto per la sua strada.

Arrendermi? S-c-o-r-d-a-t-e-v-e-l-o.

L'UOMO NEL MIRINO  è un poliziesco movimentato e violento, un action movie di stampo ultraclassico, in cui si sparano più colpi che in tutta la seconda guerra mondiale. 

Diretto da un Clint Eastwood ancora lontano dal cinema d'autore degli ultimi anni ma regista serio e professionale che racconta una storia molto "tirata", con un buon ritmo realizzando un opera molto godibile e per molti versi sottovalutata.

Non gli è da meno l'Eastwood attore contornato da un cast all'altezza.
Da sottolineare (e apprezzare) il fatto che non siamo di fronte a un proto-Callaghan poiché il protagonista è più ingenuo e sfortunato

La grandinata di piombo riduce tutto a gruviera (perfino una casa abbattuta a fucilate), tranne che il nostro inossidabile attore-autore Clint Eatswood e Sondra Locke, la sua grintosa e volitiva compagna di viaggio, diventata poi (temporaneamente) compagna anche nella vita.

Film da recuperare.

ASSASSINIO SULL' EIGER

Zurigo. Jonathan Hemlock (Clint Eastwood) è un collezionista d'arte dalla doppia vita. Insegna storia dell'arte al liceo, coltivando due hobby pericolosi per la salute: alpinismo e omicidi. Per la CIA. Gli omicidi, chiaramente.

L'ultimo incarico, accettato per soldi e per vendicare la morte di un ex collega (unire sempre l'utile al dilettevole...), è un vero concentrato di difficoltà:  “sanzionare” l'ultimo  responsabilie dell'uccisione durante un'ascensione sulla parete nord dell'Eiger (la più difficile parete delle Alpi svizzere nda).

Il problema aggiuntivo, oltre quello logistico, è che della spia non si conosce l'identità.

Per il duro Clint Eastwood, che dirige se stesso per la quarta volta, l'ascensione alpina è come salire le scale di casa.

Dimenticando l'aspetto balzano della faccenda (l'agente che per uccidere il nemico può farlo solo scalando una montagna!?), il film è un thriller teso e spettacolare tra le magnifiche vedute delle vette montane (prima in USA poi in Svizzera), in una commistione tra thriller, spionaggio e cinema avventuroso.

Oltre a solleticare il suo esibizionismo atletico e la possibilità di filmare in Panavision e in modi insoliti i picchi rocciosi della Monument Valley, Clint qui  sembra molto più loquace e spiritoso che in tutti i suoi altri film, forse involontariamente ispirato al James Bond di quegli anni, Roger Moore.

GRAN TORINO

Detroit. È appena rimasto vedovo l'ex operaio scorbutico, segnato dalla guerra in Corea (tiene sempre un fucile M-1 carico sotto al letto), Walt Kowalski (Clint Eastwood), americanaccio vecchio stampo, in urto con i figli e la cui presenza con le relative famiglie (nipoti compresi), al funerale non gli è di alcun conforto.

Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi.

Chiuso nella villetta con un pezzetto di prato guarda con diffidenza i vicini, quasi tutti immigrati vietnamiti di etnia Hmong.

Nel suo quartiere di periferia in un buco sperduto del Michigan, di "bianco pura razza" (in realtà figlio di immigrati polacchi) c'è rimasto solo lui.

Figurarsi quando il giovanissimo Thao (Bee Vang), spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, penetra in garage per fregargli la Ford Gran Torino del '72, sua antica passione.

Il ragazzo rischia grosso, ma viene stranamente perdonato.

Crudo, maliconico e  dramma del glorioso Clint Eastwood, storia di solitudine e di amicizia, in apparenza schierata contro l'immigrazione selvaggia ma che in sostanza convoca temi come il razzismo, il rapporto padri-figli, nientemeno che la capacità di amare.



Malgrado il titolo, Gran Torino, non parla dell'auto. No, l'auto è simbolo, se mai, della Ford, ditta per la quale, alla catena di montaggio, Walt Kowalski ha sputato il suo sangue americano dopo la Corea, guadagnandosi il pane ed accendendosi le sigarette con quello zippo marchiato dalla guerra.

La Gran Torino è marchio della vita dell'americano medio, maniaco manutentore dei propri oggetti, ma non dei propri affetti.

Alla vigilia degli ottantanni il grintoso protagonista, che non smette mai di stupire, è sempre in prima fila, fumando, bevendo birra e spianando l'aria truce e disgustata degli antichi spaghetti western, quasi come fosse stufo di una carriera esemplare.

LA RECLUTA

Los Angeles. Non fa salti di gioia, anzi, il ruvido sergente Nick Pulovski (Clint Eastwood), poliziotto veterano ed indisciplinato, quando gli affiancano il piagnucoloso pivellino zelante David Ackerman (Charlie Sheen), tormentato appartenente ad una famiglia di ricconi.

I due inseguono la primula rossa Strom (Raul Julia) capo di una spietata gang di ladri d'auto e socio della seducente Liesel (Sonia Braga).

La recluta  è un discreto poliziesco, abbastanza scontato ma vivacemente su di giri, che sfrutta una storia già vista ( il rapporto poliziotto vecchio/poliziotto giovane si è visto molte volte).

L'arzillo sessantenne (all'epoca) Clint Eastwood, che ha prodotto, diretto e interpretato il film, si dimostra capace di rinnovare gli stereotipi del cinema d'azione con una grande cura, un sapiente uso della luce e del suono, una sagacia di montaggio, la strepitosa sequenza iniziale dell'inseguimento in una Los Angeles notturna, imprese atletico-acrobatiche alternate a gag a ripetizione.

Il suo Pulovski – battuta sarcastica facile, metodi drastici e antibuonista – è un alter ego di Callaghan, aggiornato e corretto agli anni novanta,  che nel secondo tempo cede la parte dell’eroe a Sheen, mutatosi da incravattato pivello (con trauma infantile alle spalle) a vendicatore rabbioso e sanguinolento.

E visto che c'è il nostro Clint tirato a lucido si produce in acrobazie erotiche negate a ben più verdi contorsionisti: guardare per credere come, pur legato a una sedia, si diletta con l'ardente e famossissima attrice di soap opera Sonia Braga, che qui interpreta una spietata e silenziosa malvivente.

I GUERRIERI

Normandia, 1944. È veramente ghiotta la notizia che il soldato Kelly (Clint Eastwood) carpisce a un prigioniero tedesco nei giorni immediatamente seguenti allo sbarco: in una banca di Claremont, trenta miglia più in là nel territorio nemico, visto che la cittadina è ancora sotto il controllo nazista, sono custoditi 14 mila lingotti d'oro.

Non ci vuole molto per convincere il sergente Big Joe (Telly Savalas), il carrista Oddball (Testa matta) (Donald Sutherland) e il furiere Crapgame, che i tre giorni di licenza possono essere utilizzati in modo proficuo, ossia la caccia al tesoro.

Si beccheranno anche la medaglia.

Svitata, piacevole e originale commedia bellica che dondola tra guerra e avventura, innestando il sottogenere del colpo grosso nel film di guerra e privilegiando, appena è possibile, i lati umoristici della vicenda, con qualche risvolto di satira sull'ambiente militare.

All'originalità della trama vanno aggiunte le fantastiche interpretazioni di Donald Sutherland e del solito duro, insieme a Telly Savalas, Clint Eastwood, che mantiene la glacialità vista nella Trilogia Del Dollaro (e in effetti, qualche similitudine con Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo questo film ce l'ha: non solo per la figura di Clint, glaciale pistolero, ma anche per questa ricerca del denaro e della ricchezza, che sia nel film di Leone che in quello del regista Brian G. Hutton passa attraverso guerre devastanti).

I nazisti? Come spesso gli capita ad Hollywood e dintorni fanno la solita figura: gli eterni fessi.

Chiudo dicendo (e mi assumo tutte le responsabilità davanti a Dio e agli uomini) che il risultato è un piccolo gioiellino degli anni '70.

Consigliato a tutti, non solo agli amanti dei film di guerra.

PER UN PUGNO DI DOLLARI

Miguel (Nuovo Messico), metà ottocento. Il solitario e taciturno pistolero Joe (Clint Eastwood) giunge su un mulo nel villaggio di frontiera conteso dalle litigiose e violente famiglie dei Baxter e dei Rojo, dove il contrabbando di fucili e whisky è molto redditizio.

Muovendosi con l'abilità di un Casini odierno, l'ospite, fingendosi amico di entrambi, aizza gli uni contro gli altri, dividendosi tra le due fazioni e vendendo i suoi servigi "per un pugno di dollari", fino a quando il perfido Ramon Rojo (Gian Maria Volontè), scoperto il trucco, gli fa una tortura con i fiocchi.

Sfuggito agli aguzzini dentro a una bara, si cuce le ferite e indossa la corazza prima di scendere in pista a regolare il conto al dolce suono della fida Colt.

PER UN PUGNO DI DOLLARI è il mitico capostipite del western italiano, e della cosidetta "trilogia del dollaro", un avvincente impasto di avventura e violenza, che manda in prepensionamento gli indiani e in soffitto le chiacchiere, alla Ford per intenderci. Arricchendo il tutto con l'intrigo machiavellico, l'umorismo macabro, il décor teatrale, modificando i tempi e le inquadrature.

Erano già stati prodotti alcuni western in Italia, ma quello del grande regista Sergio Leone (che dovette travestirsi da americano con lo pseudonimo di Bob Robertson, che poi è un omaggio al padre Roberto Roberti, regista del muto) è il primo western che piacque alle platee popolari come a quelle borghesi proprio perché non assomigliava ai western americani.

Costato 120 milioni, incassò quasi 2 miliardi e fu venduto in mezzo mondo.

Il suo successo aprì nuove prospettive nell'impiego della violenza sullo schermo di cui si giovarono altri registi come Peckinpah e lo stesso Kubrick.

Come il regista anche tutta la troupe si travestì: fotografia di Jack Dalmas (Massimo Dallamano), musiche di Dan Savio (Ennio Morricone), scene e costumi di Charles Simons (Carlo Simoni). J. Wells è Gian Maria Volonté.

Non ebbe naturalmente bisogno lo sconosciuto (all'epoca) e ingrugnito pistolero di ghiaccio Clint Eastwood. Probabilmente nessuno avrebbe scommesso un dollaro (bucato) su un suo futuro da divo e regista fenomenale.

DEBITO DI SANGUE

Los Angeles. Per due lunghi anni è stato più di là che di qua il maturo agente dell'Fbi Terry McCaleb (Clint Eastwood): individuato fra la gente un tipo fin troppo sospetto, lo aveva inseguito fino ad essere colpito da infarto.

Mentre si sta faticosamente riprendendo da un trapianto di cuore e vive ormai da pensionato nella barca sul porto, un giorno lo abborda una ragazza messicana, tale Graciella Rivers (Wanda de Jesùs): voglio che scopra il rapinatore che ha ucciso mia sorella Gloria, era suo quel cuore che ora le batte nel petto.

L’ex detective lo sente come un “debito di sangue”, appunto, e, testardo, si mette al lavoro, malgrado la scrupolosa dottoressa Bonnie Fox (Anjelica Houston) lo ammonisca invano: se ti rimetti in pista rischi la pelle e sarebbe un inutile spreco (d'organo vitale).


Dopo varie false piste, seguite insieme al cordiale vicino Buddy Noone (Jeff Daniels) McCaleb intuisce che il killer voleva salvarlo dall’infarto, procurargli un cuore nuovo per poter continuare a “giocare” con lui, a sfidarlo. E’ questione di gruppo sanguigno. Il sadico killer è davvero vicino. Sin troppo. Ed è un furbacchione.

DEBITO DI SANGUE  è un apprezzabile thriller che fila via come un poliziesco, secondo lo stile asciutto di Clint Eastwood (regista), che l'ha tratto da un romanzo di Michel Connelly e dirige se stesso con la grinta che l'ha reso celebre. Alla sua età ancora non rinuncia a una, non ingombrante, partecipazione amorosa e al vezzo di mostrarsi (semi) nudo.

Apprezzata l’assenza (quasi) totale del computer. Il detective va di persona dagli indiziati, non li scova sul display.

Il gioco di parole che smaschera il colpevole è riservata a chi conosce bene l'inglese; gli altri ci arriveranno dopo.

MYSTIC RIVER

Boston, anni Sessanta. Un bambino viene prelevato da un uomo molto autoritario e portato via con un'auto. Verra' violentato e poi riuscira' a fuggire. Due suoi compagni scampano alla stessa sorte.

Oggi.

E' il comprensivo Sean Devine (Kevin Bacon), uno dei due bambini scampati al lurido e laido orco, a indagare col sergente Whitney Powers (Laurence Fishburne) sulla morte di Katie, diciannove anni, figlia dell'altro (fortunato) amico di infanzia, il negoziante pregiudicato Jimmy Markum (Sean Penn), che non ha mai smesso le frequentazioni pericolose.

Chi l'ha uccisa?

Nel mirino del poliziotto entra subito il fidanzatino della ragazza, Brendan Harris, ma poi, piano piano, i sospetti si addensano proprio sul tormentato ex compagno di giochi Dave Boyle (Tim Robbins), segnato nell'animo dall'abuso sessuale subito trent'anni prima da quei due falsi agenti.

Sicuramente è lui l'assassino, se persino la trepidante moglie Celeste (Marcia Gay Harden) lo guarda con sospetto.

Atroce sorpresa.

Con MYSTIC RIVER Clint Eastwood, ispirato e senza fronzoli, confeziona un crudele, aspro, doloroso e appassionante dramma social-familiare, parente stretto del thriller poliziesco, che cerca il proprio equilibrio sugli stati d'animo interiori lasciando totalmente da parte i colpi di scena classici.
Un film che emoziona, angoscia e sconvolge per la sua terribile violenza, lasciata intuire e mai esibita e che commuove quando esalta l'amicizia.

Trova nei tre magnifici protagonisti Kevin Bacon, Sean Penn e Tim Robbins tre interpreti ideali. Con il secondo che riesce a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondita' e una complessita' di accenti ormai rare anche nel cinema americano e un Tim Robbins desolato ed umano.

IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO

Far West, 1861. Mentre intorno impazza la guerra di Secessione (la cornice tipica dei western autentici), c'è pure chi se ne frega allegramente delle beghe tra Nord e Sud, badando unicamente ai fatti propri, anche se per sopravvivere deve fare società con gente di cui non ha fiducia (reciproca, a dire il vero), per dare la caccia a un tale che sa di un tesoro da duecentomila dollari nascosto in una tomba.

E' il caso di Sentenza, il cattivo (Lee Van Cleef), assassino a pagamento, di Joe il Biondo, il buono (Clint Eastwood), bounty-killer, e Tuco, il brutto (Eli Wallach), fuorilegge messicano.

Per tre ore si fanno le scarpe a vicenda nel tentativo di recuperare quello che è il vero protagonista del film: il danaro,conteso, agognato, idolatrato.

Nella ricerca riempiranno tante altre tombe da far concorrenza a un cimitero metropolitano e cambieranno bandiera peggio di un ex Dc.

Scritta da L. Vincenzoni, Age & Scarpelli, IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO è la magistrale chiusura della celebre “trilogia del dollaro” (PER UN PUGNO DI DOLLARI e PER QUALCHE DOLLARO IN PIU' gli altri due titoli della serie) di Sergio Leone, geniale inventore dello spaghetti-western, a cui fa difetto solo la sintesi.

La trilogia si chiude nel grottesco e la ferocia di fondo è annacquata da un ironia beffarda, facendo digerire anche ai bambini truci ammazzamenti a catena, e molte parolacce, sottolineati con compiaciuto fragore da Ennio Morricone.

La guerra è un banditismo organizzato, il racconto è costruito come un gioco dell'oca dove il numero ricorrente è il tre.

Incassò più di 3 miliardi di lire nella stagione 1966-67.

NEL CENTRO DEL MIRINO

clint eastwoodUsa. Non si è dato pace per trent'anni il maturo agente dei servizi segreti Frank Horrigan (Clint Eastwood).

E' tormentato dai sensi di colpa perchè quando faceva parte della scorta di John Kennedy non riusci a proteggerlo ed evitare la tragedia di Dallas.

Destinato alla sicurezza dell'attuale Presidente, che gira come una trottola per la nuova campagna elettorale, ha un sussulto appena lo psicopatico Mitch Leary (John Malkovich), esperto di esplosivi e travestimenti, gli preannuncia al telefono: lo ucciderò.

Le chiamate del torvo e sagace maniaco si susseguono mentre il poliziotto, aiutato dal giovane collega Al D'Andrea (Dylan McDermott) e dalla bionda agente Lilly Raines (Rene Russo), cerca di individuarlo.

Ma è come cercare un ago in un pagliaio.

clint eastwoodRetto dalla solida sceneggiatura di Jeff Maguire, che pure non evita gli stereotipi del cinema d'azione, NEL CENTRO DEL MIRINO è un eccitante poliziesco del tedesco Wolfgang Petersen che riesce a provocare continui brividi in una vicenda corsa tutta d'un fiato anche se, come anzidetto, tutto sommato prevedibile: o qualcuno può realmente pensare che l'indistruttibile Clint Eastwood possa lasciarci le penne?

La contrapposizione tra Eastwood e Malkovich diventa un confronto tra 2 stili di recitazione, il classico e il moderno, il divo e l'attore.

E Clint, il vecchio cowboy con la faccia piena di rughe, è sempre un campione di simpatia.

POTERE ASSOLUTO

Washington. Il maturo ladro solista Luther Withney (Clint Eastwood) s'introduce nella lussuosa villa dell'arcimiliardario Sullivan.

Il sistema di allarme non è un vero problema per un tipo tosto come lui, ma mentre il valido topo di appartamento fa razzia di collier e bracciali, rientra inattesa la padrona di casa.

Lui si rifugia in una cabina-armadio e dal finto specchio spia la signora con l'amante: è nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti in persona, Alan Richmond (Gene Hackman).

Al presidente degli Stati Uniti non basta portarsi a letto la moglie del suo migliore amico e sostenitore, ma la picchia.

Lite furibonda.

Poi l'improvviso litigio degenera e gli uomini addetti alla sicurezza del Presidente, guidati dal duro Bill Burton (Scott Glenn), uccidono la donna prima che sia lei a uccidere il presidente, cancellando poi ogni traccia.

Così l'artista del furto si ritrova testimone di un omicidio ( e che omicidio!) e fugge.

Ma se il detective della omicidi Seth Frank (Ed Harris) sospetta del ladro e punta ad arrestarlo, i gorilla della Casa Bianca lo braccano per eliminarlo.

Scritto dal sagace William Goldman sulla base di un romanzo di David Baldacci, POTERE ASSOLUTO è un avvincente thriller con risvolti fantapolitici che conferma ad ogni passo l'abilità registica di Clint Eastwood.

Il regista costruisce un intrigo perfetto, riuscendo poi a sbrogliarlo in maniera decente. In pratica secondo le sue coordinate preferenziali: la giustizia messa in atto da un antieroe solitario (qui ladro gentiluomo), l’affetto familiare, la malinconia e il disprezzo per un potere sporco, ipocrita e corrotto.

Nella solita prova di un film fatto come creazione artigianale.

Gene Hackman, nella solita prova superiore alla media, dà un tocco di ironia al suo personaggio, un presidente assai poco irreprensibile, moralmente parlando, come gran parte di quelli della realtà.

Bill Clinton insegna.

GUNNY

gunny clint eastwood
California, 1983. Al ruvido sergente Tom Highway, più familiarmente conosciuto come Gunny (Clint Eastwood), veterano delle Guerre di Corea prima e Vietnam poi, mica troppo simpatico agli ufficialetti di primo pelo venuti su a pane e libri (di tattica militare, azione poca), viene affidato l’addestramento di un plotone di marines abbastanza sbrindellati (qualcuno fa anche il cantante, per dire), lavativi e a prima vista anche tutt’altro che pronti alla bisogna.

Il poco malleabile militare, sottufficiale poco gentiluomo, usando il pugno di ferro (ma anche molta umanità) e tutto quanto aveva appreso nelle sue “campagne”, trasforma in breve tempi i lavativi in soldati pronti alla guerra, insomma pronti a fare il proprio mestiere.

L’allarme non tarda a venire: intervento armato nell’isola di Grenada (25-10-1983) dopo il golpe del solito generale da operetta.

Arrivano i nostri, in fretta e bene, per una nuova lezione di democrazia, in una guerra-lampo vinta dagli Usa.

Onore al fiero militare tutto d’un pezzo, che dopo aver condotto i suoi uomini al meglio possibile, torna finalmente a casa per attaccare il fucile al chiodo e riabbracciare l’ex moglie Aggie (Marsha Mason), fiera del coraggio dell’uomo che non ha mai cessato di amare.

Il riposo del guerriero.

Sempre barcamenandosi tra enfasi ed ironia il regista Clint Eastwood, un regista che cresce, dirige l’attore Clint Eastwood in un ruolo su misura, in un dramma che si ispirava alle recenti cronache di allora, con la consueta grinta ed amor di patria.

GUNNY è certamente un film reazionario e militarista nel senso buono del termine, come piace a noi.

Un consiglio per le signore: come in tutti i film con maschiacci in mimetica (leggi “ambiente militare”) il linguaggio in GUNNY  è a dir poco colorito.



MILLION DOLLAR BABY

Un film sulla boxe.
Los Angeles. Senza palme. Senza iperpalestrati passeggianti su spiagge assolate unti da crema cascata a catinelle.

Lo stagionato (in questi casi si aggiunge sempre disilluso), rugoso e perdente allenatore di boxe Frankie Dunn (monumentale Clint Eastwood) annegato nella polvere di un ripostiglio chiamato palestra, del più vecchio e storto Scrap (Morgan Freeman, con tutto il mestiere che può). Con il clichè del nero vecchio e buono. Avviato in modalità taciturna. Solo nelle scene, visto che fa anche da voce fuori campo. Narrante.

Frankie, dicevamo. Il dolore di una vita portato dentro. Lacerante e sommesso. Sommesso e straziante. Sopportato come solo gli uomini possono portarlo e senza la possibilità di avere sollievo nemmeno in Chiesa: da ventitré anni la figlia respinge le sue lettere. Pensateci, se padri, per un attimo. Fatto? Dovrebbe bastare.

Quindi, ricapitolando, un film sull’amore, sulla solitudine e sull’amicizia. E siamo solo all’inizio.
Il terzo personaggio entra in gioco per iniziare la storia americana, classica se vogliamo, di rivincita sulla vita, sulla società, sulla vicina di casa.

L’angelo in cerca del suo lontano “ALTROVE” è una donna zavorrata dalla povertà, da una famiglia disastrata . Con l’altro cliché dello sport (in questo caso del pugilato) usato come locomotiva. Dai margini della società alle prime file, senza passare per serate dentro sconclusionati Grandi Fratelli o passare pomeriggi da zoccole per tronisti. Nel paese che poggia i suoi basamenti sul fatto che ciò sia possibile. Anche e soprattutto con colpi duri. Perché sei abituato a prenderli e adesso muori dalla voglia di ridarli. E puoi anche morire per ridarli.




Maggie Fitzgeral è una donna (Hilary Swank). E Frankie dice subito di no all’aspirante pugile che gli chiede di allenarla: nessuna donna. E poi a trentun anni sei vecchia per prendere pugni. Ma certe donne sanno essere testarde come solo le donne sanno essere e anche un orso può essere sfiancato e i suoi no sgretolati.

E poi l’amico sarà pure vecchio, ma l’esperienza è l’unica cosa che il tempo ti regala mentre provvede ad ammazzarti. Perché diciamo di ammazzare il tempo come se non sapessimo che è il tempo che provvede ad ammazzare noi. E l’occhio (clinico), per fortuna, non invecchia.

E via alla scalata, dopo infiniti allenamenti e punching ball seguito dal punching ball…. e ancora punching ball. Per non sbagliare. Perché il capo ha paura di mandarla al macello.
E poi il ring. E pugni dati (molti) e presi (pochi, ma bastevoli per nasi rotti e occhi anneriti).

Ma il destino, cinico e baro (si dice così, vero?) è in agguato. E ha la faccia grugnente di una pugilessa “crucca”, che sta dietro la collina. Crucca e assassina. A tradimento. Non farete fatica a concentrare nella sua figura tutto il male possibile.

E così Clint piazza a tradimento quella famigerata, infame, lacerante, crudele, ultima mezz’ora. Quella che ti colpisce sotto la cintura.

E che ti lascia tanta amarezza nell’infinita dolcezza di Frankie.

E il finale, asciutto e tragico. “Dobbiamo amputare”, la sentenza senza appello.

E così all’amore, alla solitudine, all’amicizia aggiungerete l’aggiunta di problematiche difficili e controverse come la fede e l’eutanasia. Con semplicità, senza riccioli rococò o puttanate da beat generation.

Se in un tema non certo originale versi attori fuoriserie (Oscar a Morgan Freeman e Hilary Swank, più film e regia), aggiungi i grandi sentimenti e le problematiche suddette e mischi con lo stile asciutto di Clint Eastwood non puoi non ottenere che un capolavoro.

Io non sono il tipo da recensioni con le mutande bagnate.
Ma.
Un film sulla boxe. E le lacrime mi hanno annacquato il gin.