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STRADE VIOLENTE

Chicago. Si è fatto undici anni in cella lo scassinatore Frank (James Caan), ladro di gioielli che pensa al colpaccio che lo possa sistemare per sempre dietro la rispettabile facciata di venditore di auto usate.

Così potrà finalmente sposare la sua Jessie ((Tuesday Wedd), metter su famiglia, fare la persona per bene e godersi il malloppo senza patemi. Insomma il sogno di una vita normale.

Ma non può.

Il guaio è che la polizia (corrotta, ca va sans dire) gli sta ancora alle calcagna e un boss della mala vuole costringerlo con il ricatto a compiere un colpo per lui.

Qui non mi lasceranno mai in pace...

STRADE VIOLENTE, fotografia sporca e luce al neon, è un ottimo poliziesco, un classico degli anni '80, che segna il debutto di Michael Mann, che alla stringatezza dei dialoghi riesce ad unire l'ammirevole studio dei caratteri.

Il suo primo film riassume tutti i temi narrativi e tecnici propri del regista americano: trama non banale, ritmo elevato, uso calibrato e mai gratuito della violenza, tecniche di ripresa molto personali ed attenta scelta del cast.

Il bravissimo e in palla James Caan, solido antieroe, è perfetto nel ritratto malinconico di un mascalzone che lotta contro il mondo per la redenzione e che accetta il suo destino e gli va incontro.

Senza piagnucolare.

Pregevole la fotografia notturna.

COLLATERAL

Los Angeles.  Il cordiale tassista notturno Max (Jamie Foxx) ha appena fatto una corsa con Annie (Jada Pinkett Smith), una piacente procuratrice che l'indomani terrà un'importante udienza per crimini legati alla mafia, quando riceve l'allettante offerta dal nuovo cliente, l'elegante forestiero Vincent (Tom Cruise): per seicento dollari devi portarmi in giro per tutta la notte per cinque tappe.

Max si fa convincere, senza sapere che da quel momento avrebbe iniziato un viaggio allucinante.
Alla prima tappa, pum, sulla macchina ferma sotto un fatiscente palazzo di periferia piove un cadavere.

Si, sono stato io, intima, pistola spianata in volto, lo scomodo passeggero all'autista sconvolto, un vero e proprio commesso viaggiatore della morte.

E via per la nuova esecuzione, ricorda sono cinque, col rude detective Fanning (Mark Ruffalo) che piano piano sta sbrogliando l'intricata matassa.

COLLATERAL di Michael Mann, splendido regista del cinema adrenalinico di classe, è un cupo e violento poliziesco, un lungometraggio, frenetico ed efficace, con continui cambi di ritmo che si svolge, temporalmente, tutto in una notte.

Difficile dire se l'elemento più coinvolgente di questo riuscito action movie sia quello visivo o quello della sceneggiatura.

I primi piani strettissimi, la notte losangelina, il montaggio serrato (spettacolare la scena della discoteca con un incessante e ipnotica musica martellante) e l'uso del digitale che rende le immagini notturne più nitide con un conseguente iperrealismo, il mucchio di morti ammazzati che si fondono con le chiacchiere zeppe di messaggi filosofici tra Vincent e Max.

L'insolito cattivo Tom Cruise (in versione sale e pepe), che spara a raffica e salta come un grillo, e il misurato Jamie Foxx si affrontano a viso aperto, col secondo che ruba la scena al primo.

INSIDER - DIETRO LA VERITA'

New York, 1995. L’ordine non ammette repliche: stattene buono e zitto, se no ti cacciamo via.

Lo scrupoloso Jeffrey Wigand (Russell Crowe), capo ricercatore della mega azienda del tabacco, Brown & Williamson, non sa che pesci prendere.

Ha scoperto che nelle sigarette in commercio vengono aggiunte delle sostanze chimiche che facilitano ed amplificano l’assuefazione alla nicotina, rendendola irreversibile.

Licenziato, decide di spiattellare tutto al giornalista d’assalto Lowell Bergman (Al Pacino), temuto conduttore della trasmissione della CBS “60 minutes”.

“Sei pazzo”, gli sibila la moglie Liane (Diane Venora) prima di abbandonarlo, mentre i capoccia della rete si fanno convincere dagli avvocati a non mandare in onda il programma.

Chi la dura la perde.

INSIDER - DIETRO LA VERITA' è un lento e poco avvincente, ambizioso nell’intenzione di denuncia sociale della solita corporation, dramma social-economico, diretto da Michael Mann come un giallo, che mena fendenti in due direzioni: le solite multinazionali, dedite all’ottenimento del guadagno senza freni morali, e i guru della tv, squali affamati di scoop a tutti i costi, decisi ad ignorare i “danni collaterali” sulle vite dei protagonisti. Meglio, a passarci su.

Il bolso Russell Crowe si fa preferire al veemente Al Pacino, in una delle interpretazioni meno memorabili della sua carriera.

E mi fa un gran male dirlo.



L'ULTIMO DEI MOHICANI

“Il tutto è più della somma delle parti”.
Aristotele IV secolo a.C.

Prendete l’eroe. Selvaggio eppur bianco.
Fatto?
Prendete la Bella.
Purtroppo vestita.
Bene (nel senso “chi si contenta …..ooooohhhaaaaaaaahhhhhhhh).
Aggiungete salsa nativi d’America (riscaldata a parte).

Mescolate con il caos degli avvenimenti di una guerra non vostra.

E il gioco è fatto.

E come dicono a Strasburgo “Rien ne va plus” (insomma, siete fot…..fregati).

Avrete un trionfo estetico. Una tempesta amorosa in salsa nativi d’America (forse due, di tempeste).

E per sovrappiu’ una splendida colonna sonora. Il film di Mann (Premio Oscar nel 1992) sembra infatti preparato per essere un’autentica festa per l’occhio affamato di colori e paesaggi: scenari mozzafiato, eccellente messa in scena dei combattimenti (le scene degli scontri nei boschi sono di autentica bellezza e realismo), costumi eccellenti e, per le femmine e i cantanti, un Daniel Day-Lewis versione selvaggia che certamente qualcosa dice ai vostri…cuoricini (come dite? Non è cervello o cuore, è dalla vita in giù! Lasciatevi andare,sono un uomo discreto. E di mondo. Ho fatto il militare a).

Tratto dall’omonimo romanzo di avventura, scritto da James Fenimore Cooper (1789-1851) e pubblicato per la prima volta nel 1826, se ne discosta abbastanza (qui non è Uncas, ma Occhio Di Falco il vero protagonista), sostituendo ruoli ed avvenimenti.

Lo scenario è quello dell’America durante la Guerra dei Sette Anni (1756-63) tra francesi ed inglesi: in mezzo, gli ultimi, fieri selvaggi della costa orientale (la parte di New York , per capirci), i primi a cedere storicamente al dominio bianco. Gli ultimi dei Mohicani sono Uncas (qui interpretato da Eric Schweig) ed il padre Chingachgook (Russell Means), ma l’eroe deputato a fare e disfare è Occhio Di Falco (Daniel Day-Lewis), figlio adottivo del secondo.

È guerra tra i Mohicani e gli Uroni, guidati dal sanguinario Magua (Studi) che ha come unico scopo della sua vita, guerra privata nella guerra pubblica tra bianchi europei, in quanto i figli di Magua sono stati ammazzati dagli inglesi, quella di vendicarsi ammazzando il Comandante inglese del Forte Colonnello Munro e disperdere il suo seme (che spreco, viste le donzelle).

I tre, mentre cercano di allontanarsi con tutte le proprie forze da una guerra che non ritengono propria, salvano proprio dagli Uroni le figlie del comandante inglese, Alice (Jodhi May) e Cora, una splendida, affascinante, eterea, raffinata e credibile, mentre recita in costume settecentesco, Madeleine Stowe (L’esercito delle 12 scimmie). (Per me sarebbe credibile anche senza. Vestiti, dico).

Di cui Occhio di Falco subirà il fascino, in concorrenza con il Maggiore Duncan Heyward (che si sacrificherà, in uno scambio coraggioso e mortale, una volta caduti prigionieri), trovandosi a difenderla (oltre che se stesso e i suoi parenti adottivi) all’assedio del Forte William Henry.
La lotta tra le due tribù si sovrappone a quella tra gli uomini bianchi (francesi ed inglesi), in un quasi-kolossal dove il mito del selvaggio buono e qualche passaggio strappalacrime di troppo rischiano di irritare quelli come me, quando andiamo in crisi di astinenza perchè privati della razione quotidiana di scene di battaglie.

Mai satolli.

La scena che conclude L'ULTIMO DEI MOHICANI vede Chingachgook pregare per lo spirito di Uncas, morto nel tentativo di salvare Alice da un triste destino,(al fianco di Cora e Nathaniel ) e per la speranza di poterlo raggiungere presto, insieme alle genti a cui appartiene.

Le ultime parole, che concludono il film, sono proprio le sue e sono quelle che poi danno il titolo al film.

La preghiera del vecchio guerriero si conclude così:
” Io, Chingachgook. L’ultimo dei Mohicani “.
Un popolo sconfitto. Amen.

Andate in pace.