CODICE D'ONORE

Guantanamo (Cuba). Due marines della base militare americana sono deferiti al tribunale militare per l'omicidio (involontario) di un commilitone.

Parte un inchiesta affidata al tenente di marina Daniel Kaffee (Tom Cruise) e alla seducente avvocatessa con le stellette Joanne Galloway (Demi Moore), contrapposti (d'ufficio) al capitano dei marines Jack Ross (Kevin Bacon).

Durante le indagini il duo di difensori si convince che fu un'applicazione di “codice rosso”, la norma militaresca non scritta che impone dure correzioni fisiche ai compagni che sbagliano e che, data la rigida disciplina ("Corpo, Reparto, Dio, Patria"), non poteva non essere stata autorizzata, anzi ordinata dai superiori, proprio come si difendono i due militari accusati di omicidio.

Tra i quali superiori finisce presto sul banco degli imputati il comandante della guarnigione, Nathan Jessep (Jack Nicholson).

Quanti scheletri nel suo armadio.

 Avvincente e crudo dramma processuale, che pur calato nelle convenzioni e negli stereotipi del dramma giudiziario, risulta essere un film ammirevole per la sagacia nel dar forma drammaturgica alla problematica morale sui limiti dell'obbedienza, per il disegno dei personaggi, per la capacità di dosare gli ingredienti, i toni, la suspense.

Diretto da Bob Reiner prende quota soprattutto dopo l'irritante preambolo zeppo di luoghi comuni sui disagi della naia.
Poi l'azione si fa serrata e i colpi di scena si susseguono fino all'epilogo choc.

Il luciferino Jack Nicholson, in tre scene, rischia di rubare il film all'impettito Tom Cruise.





Bene Demi Moore, anzi benissimo. Senza, si badi bene, mostrare un lembo di pelle scoperta più del lecito.

"Io faccio colazione a 300 metri da 4000 cubani addestrati per uccidermi, quindi non creda di poter venire qui a sventolare un distintivo nella speranza di farmi innervosire"



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