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CONFIDENCE - LA TRUFFA PERFETTA

Los Angeles. Lo sfrontato Jake Vig (Edward Burns), truffatore di lungo corso, l'ha fatta grossa.

Il merlo alleggerito di 150 mila dollari era nientemeno che il contabile del boss Winston King detto il Re (Dustin Hoffman), criminale paranoide, tanto dimesso all'apparenza quanto pericolosamente psicopatico nei fatti.

Il bidonista, per salvarsi la pelle, implora perdono al boss, pronto a risparmiarlo, purchè affondi uno degli autentici padroni della città, ex gangster ora proprietario di banca, il losco Morgan Price.

Ma quando arrivano contemporaneamente l'amore e un agente dell'Fbi (Andy Garcia) disposto a tutto per mettergli le manette la faccenda si complica terribilmente.

E non è un caso che la storia sia raccontata da un cadavere che giace in una pozza di sangue sul selciato in un lungo flashback strutturato a scatole cinesi...

CONFIDENCE - LA TRUFFA PERFETTA è un discreto thriller dalla confezione impeccabile e dal cast di gran lusso (gustoso Hoffman porcellone, sornione Garcia, bravi i caratteristi) che parte forte per poi annaspare tra gli aggrovigliati nodi di un elaborato colpo grosso, con il gioco degli inganni e contro-inganni che diventa presto fin troppo prevedibile.

Il simpatico Edward Burns, che sembra il clone di Ben Affleck, ha la faccia giusta per piacere alle signore.

La regia di James Foley su livelli televisivi.

UNA NOTTE DA LEONI 2

Bangkok. Sono arrivati per il matrimonio dell'amico dentista Stu (Ed Helms) con la bella thailandese Lauren, il cui padre lo disprezza, gli amiconi di sempre, Phil (Bradley Cooper), il viziato e pazzoide Alan (Zach Galifianakis), che una volta appresa la notizia ha fatto di tutto per farsi invitare, ansioso di passare un'altra notte insieme ai suoi unici amici, e Doug (Justin Bartha).

Sono passati due anni dalla folle notte di Las Vegas in cui Phil, Stu e Alan rischiarono di far saltare il matrimonio del loro amico Doug e Stu è stato categorico: niente addio al celibato ma una sfarzosa  ed astemia cerimonia presso la villa dei futuri suoceri.

A parte qualche screzio fra Alan e il geniale fratello adolescente della sposina e un futuro suocero non proprio entusiasta dello sposo, tutto sembra procedere tranquillo nella sfarzosa villa dei futuri consuoceri.

Finché il giorno dopo, nonostante i buoni propositi del promesso sposo, la bevuta, due giorni prima della celebrazione termina come a Las Vegas.
La mattina dopo , infatti, si svegliano in uno squallido albergo di Bangkok con la certezza di aver appena trascorso un'altra notte dissennata e trasgressiva ma senza ricordarne un solo frammento.

Così  parte la solita telefonata da parte di Phil: "Abbiamo combinato un casino. Un'altra volta".

UNA NOTTE DA LEONI 2 è una indecente commedia goliardica, evitabilissimo seguito del divertente film pilota (con un trio di attori perfettamente calibrato), giocoforza privo dell'impatto e della carica innovativa del film precedente.

Il regista Todd Phillips, tra scurrilità e battutacce, trasporta i personaggi, deliri e buchi neri della memoria dai casinò del Nevada ai quartieri più malfamati dell'esotica e tentacolare Bangkok, dando luogo a una storiella che più scontata non si può, dal medesimo impianto narrativo del primo film (con tanto di prologo ed epilogo), rimodellandolo fra i luoghi comuni sul fascino e sul degrado della Thailandia, come giardini zen e alberghi miserabili.

Chi non ha visto l'episodio precedente si divertirà in misura maggiore di coloro che, invece, non possono contare sull'effetto sorpresa.
I misteri di alcune delle svariate situazioni paradossali sono svelati nei titoli di coda con il solito trucco delle foto scattate durante la nottata.

Bisogna ammettere che con la povera scimmia cappuccina hanno esagerato oltre il limite del fastidio.

LA VERSIONE DI BARNEY

Montreal, 1974. Rimasto presto vedovo dopo il suo primo matrimonio con una pittrice esistenzialista e suicida,  il produttore ebreo di soap opera Barney Panofsky (Paul Giamatti) si risposa con la ricca e ciarliera P (Minnie Driver), ma già al party nuziale s'innamora follemente dell'algida Miriam (Rosamund Pike), speaker garbata (di radio).

La tampinerà a lungo, prima che la ragazza alzi bandiera bianca e diventi la sua terza moglie e madre dei suoi due figli.

Figlio affettuoso di un poliziotto in pensione col vizio del sesso e degli aneddoti cafoni (Dustin Hoffman), Barney è stato incalzato a lungo dalle ambizioni e dalle calunnie del detective O’Hearne, convinto da anni del suo coinvolgimento nella scomparsa di Boogie, amico licenzioso e scrittore dotato.

Proprio dopo l’uscita del libro di O’Hearne, che lo accusa di omicidio e di ogni genere di bassezza, Barney si decide a dare la sua personale versione dei fatti, realmente accaduti, ripercorrendo la sua (mal)educazione sentimentale e la sua vita fuori misura, consumata nell’Italia degli anni Sessanta e perseverata in Canada, tra una boccata di sigari Montecristo e scolando whiskey al Grumpy's Bar.

LA VERSIONE DI BARNEY è un avvincente mix di commedia e dramma, la storia, bizzarra e semiseria, di un uomo ansioso (di fatto un uomo come tanti) di rincorrere i sogni proibiti.

Paul Giamatti, diretto da Richard J. Lewis, rosso da giovane e brizzolato da anziano, attraversa da grande attore quarant'anni di corna, sigari, whisky, tra due continenti e tre mogli.

Dustin Hoffman è una spalla notevole e magnifica, Rosamund Pike graziosa.

CINDERELLA MAN - UNA RAGIONE PER LOTTARE

New Jersey, 1932. Picchia vistosamente meno l'immigrato irlandese Jim Braddock (Russell Crowe), che un tempo tra i pesi massimi non aveva avversari visto che li mandava tutti ko.
Finchè, dopo una serie di importanti vittorie, una frattura alla mano destra interrompe la carriera e il sodalizio con l'amico manager Joe Gould (Paul Giamatti).

Che anno maledetto il 1929: dopo esser finito nell'ombra Wall Street precipita e quindi addio risparmi.

Mia cara moglie Mae (Renée Zellweger), non ti preoccupare, manterrò te e i nostri tre bambini in qualsiasi modo, anche scaricando i sacchi al porto.

Poi la fortuna gira e rimette i guantoni: caspita è proprio quello imbattibile di prima. Ma la riemersione ha dell'incredibile: nel 1935 combatte per il titolo mondiale dei pesi massimi e liquida il temibile (aveva già due morti a suo carico sul ring) Max Baer, vendicando anche Carnera.

Occhio, ragazzo, arriva Joe Louis.

CINDERELLA MAN - UNA RAGIONE PER LOTTARE è un appassionante ed emozionante melodramma sentimental-sportivo, ispirato alla storia vera di James J. Braddock, che racconta la vita straordinaria di un pugile diventato un eroe nazionale.

Ron Howard dirige un perfetto, per un un ruolo come questo, Russell Crowe. L'attore australiano offre al suo protagonista non solo una fisicità straordinaria ma anche la vasta gamma di espressioni di cui è capace (sorride poco ma mena tanto).

E' il nucleo del film è il tema del 'non mollare' in un'epoca della storia americana che ha più di un punto di contatto con quella contemporanea: la Grande Depressione.

Un Dio, patria e famiglia innanzitutto, poi vengono i pugni.

James J. Braddock ne diviene un simbolo popolare perché non dimentica le proprie origini e conosce la miseria economica. Che non coincide mai con il degrado morale. I suoi valori sono saldi così come salda è la consapevolezza che nel Grande Paese non tutto è davvero 'grande'.
Il sottoscala in cui vive la famiglia di un uomo che ogni giorno deve cercare un lavoro precario è il luogo a cui tornare ogni giorno per fingere magari un'improvvisa inappetenza per dare più cibo ai propri figli. La boxe diventa così, ancora una volta ma con più intensità che in altri casi, un'occasione cinematografica per parlare del riscatto umano per non far dimenticare ciò che fa di un essere umano un 'uomo'.

Si osservi la scena in cui James saluta i figli prima di lasciarli per l'incontro che potrebbe costargli la vita. Dà una carezza ai due più piccoli e la mano al figlio maggiore. Subito anche quello immediatamente più giovane gli tende la propria per affermare la propria 'crescita' e assunzione di responsabilità. Potrebbe essere (questa come altre) una scena di un film del passato. Ma non stona, non è retorica, commuove.

Perché, fortunatamente, c'è ancora il grande cinema che intrattiene senza far rinunciare a pensare.

THE ILLUSIONIST - L'ILLUSIONISTA

Vienna, fine ottocento. Eisenheim è un adolescente innamorato (e ricambiato) della bella Sophie: la ragazza però, è promessa sposa dell'arrogante principe ereditario Leopold. I due sono costretti a separarsi ed Eisenheim scompare dalla circolazione.

Quindici anni dopo.

La folla che riempie i teatri va in visibilio per l'illusionista Eisenheim (Edward Norton), che si esibisce con trucchi davvero prodigiosi.

Assiduo agli spettacoli è l'ambizioso ispettore capo di polizia (figlio di un macellaio impegnato nella ripida scalata della scala sociale) imperiale Uhl (Paul Giamatti), stupito, come tutti, ma più scettico degli altri.

Quando una sera sale sul palco la bionda duchessina Sophie (Jessica Biel), per fargli da cavia, il mago riconosce la compagna di giochi a cui nell'infanzia aveva promesso eterno amore.

La passione riesplode, ma il furibondo figlio dell'imperatore (Rufus Sewell) scopre la tresca e giura immediata vendetta e fa di tutto per stroncare una volta per tutte la relazione.

Tragedia o illusione?





Elegante, anche se un pò lento, giallo in costume, che il regista, e sceneggiatore, Neil Burger ha tratto da una fantasiosa novella, dove il triangolo sentimentale si mischia con la storia di un semifreddo e timido intrigo politico ai danni dell'imperatore Giuseppe (insomma la butta un pò in politica).

Neil Burger, il regista, è bravo a raccontare la storia con stile asciutto e a rappresentare una Vienna credibile e vivace. Una Vienna ricostruita minuziosamente a Praga, nella quale il sulfureo Edward Norton, sospinto dagli effetti speciali, ammalia la platea con sortilegi impensabili (e impossibili) per l'epoca, sfiorando appena temi sicuramente più complessi come il contrasto fra scienza e magia e tra raziocinio e immaginazione.

JESSICA BIEL
Nel cast brilla su tutti, compresa la bella Jessica Biel, l'ambiguo Paul Giamatti con Edward Norton lontano dai suoi altissimi standard.


Pur spegnendosi in un finale scontato THE ILLUSIONIST, offre numerosi momenti emozionanti, appassionanti, e una sequenza, quella dello spettacolo con “l'albero di arance “, notevole.