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THE CAVE - IL NASCONDIGLIO DEL DIAVOLO

Romania, monti Carpazi, anni della guerra fredda. Gli uomini di un corpo speciale trovano delle rovine di una chiesa medievale, costruita dai cavalieri templari, sita su un sistema di gallerie e vengono risucchiati dalle viscere del terreno, che nasconde un’enorme cavità sotterranea.

Giorni nostri: mossi dall'interesse scientifico e dalla voglia di scoperta, anche per via della difficoltà della missione, un team composto da speleologi subacquei e biologi non vede l'ora di esplorare la maestosa grotta.

Il sistema di cavità sotterranee, apparentemente rimasto sigillato nel tempo, riveste per la propria vergine vastità un interesse scientifico senza precedenti.

Una volta calatisi nelle profondità della terra, la speranza di trovare un nuovo ecosistema si tramuterà presto in terrore per gli incauti umani.

Uscito a ridosso del film diretto da Marshall, questa fotocopia (sbiadita) del moderatamente interessante THE DESCENT - DISCESA NELLE TENEBRE finisce, dopo un inizio dignitoso, per generare un forte senso di indisposizione nello spettatore, che si trova davanti ad un prodotto ben costruito tecnicamente ma privo di stimoli narrativi e tematici di alcun interesse.

Girato con prevalenza di ambienti in penombra e abuso di scene subacquee, questo THE CAVE - IL NASCONDIGLIO DEL DIAVOLO è un horror stereotipato con il classico team da action hollywoodiano (l'eroe, la bella, il palestrato, la belloccia, l'afroamericano, l'asiatico e l'esperto più anziano) che propone una sorta di rivisitazione terrena dell'inferno, imbastendo un intreccio dalle premesse vagamente religiose a metà tra horror e fanta-biologia spicciola con creature in stile ALIEN.

Le tenebre sono però poco suggestive e la pellicola è infarcita di sequenze d'azione caotiche e prive d'ogni cognizione spaziale, scenograficamente insignificanti, con protesi in CGI inguardabili.
Insomma il film fatica a innescare autentico coinvolgimento.

Se cercate un rimedio all'insonnia che vi attanaglia nelle notti estive, questo è il film che fa per voi. In caso contrario passate oltre.

LOOPER - IN FUGA DAL PASSATO

Kansas, 2044. Un uomo in piedi, solo, in mezzo alla campagna sconfinata. Vicino a lui, le prime spighe di un immenso campo di grano. Di fronte a lui, un lenzuolo bianco.

L'uomo è ben vestito, pettinato, distinto. In una mano ha un orologio che consulta spesso e con impazienza. Nell'altra una spingarda.

Joe (Joseph Gordon-Levitt) è un Looper, ovvero un killer che lavora per la mafia dell’ulteriore futuro. Elimina persone mandate indietro nel tempo dal 2074, anno in cui il viaggio nel tempo è stato scoperto ma subito vietato per legge. Ora è appannaggio della mafia che, come si sa, non si preoccupa dei divieti.

Le vittime vengono clandestinamente mandate nel passato, ove c'è un boss di fiducia che coordina le operazioni, per poi essere uccise così da non lasciare tracce del corpo nel futuro, in cui è diventato impossibile far sparire qualcuno per via di dispositivi traccianti.

Siccome però i looper stanno in costante contatto con la criminalità, e dunque arrivano a conoscere troppe cose, arriva anche per loro il momento di "farsi da parte". Per tale motivo dopo anni di onorato servizio, la mafia nel 2074 cattura il looper "vecchio" e lo rispedisce nel passato (carico d'oro come pagamento) per farlo uccidere dal se stesso giovane.

Questo auto-eliminare il futuro se stesso si chiama chiudere un loop. Chiuso un loop, il looper se la spassa per gli anni che gli restano con l’oro ricevuto dalla sua auto-esecuzione. Rifiutarsi di chiudere il loop comporta la morte.

Un giorno Joe si trova a dover chiudere il suo loop, ma si trova davanti il se stesso del futuro (Bruce Willis) non incappucciato e legato come al solito, e tutta la vicenda diventerà molto complicata.

LOOPER è un eccellente sci-fi, intenso ed emotivamente devastante, che parla di viaggi nel tempo e telecinesi, un action nel quale si contano decine di cadaveri  e un noir postmoderno con un occhio al western.

Il regista Rian Johnson sembra aver attinto a piene mani anche a TERMINATOR e a Philip K. Dick, miscelando il tutto con un bel ritmo, senza eccessiva frenesia ma anzi dosando bene i tempi tra scene d'azione e scene di dialogo.

Se Bruce Willis, in un ruolo che rimanda a quello di L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, è come sempre carismatico, non da meno è Joseph Gordon-Levitt, che è stato pesantemente truccato in volto (niente effetti speciali quindi ma solo vecchio e caro make-up) per avere i connotati più simili possibile ad un giovane Willis, creando questa situazione un po’ straniante (e anche un po' grottesca).

Nel cast anche una brava (e bella) Emily Blunt, abbronzatissima e biondo miele.


Notevole pure il lato B di Piper Perabo, mostrato in un paio di sequenze.

LE RAGAZZE DEL COYOTE UGLY

New York. Ha lasciato il New Jersey con lo zaino pieno di sogni, malgrado le perplessità del padre Bill (John Goodman), la ventunenne Violet (Piper Perabo), che compone canzoni e sembra avere un certo talento.

Nella Grande Mela sbatte subito il musino contro la dura realtà: le case discografiche sono piene di aspiranti artisti e non sanno che farsene delle sue canzoni.

Cantare in pubblico? Impossibile, solo a guardare il microfono le viene la tremarella.

Il giovane cuoco Kevin (Adam Garcia), subito cotto, l'aiuta a trovare una sistemazione.

L' approdo è il Coyote Ugly, il locale alla moda, sfrenato e divertente, della disinibita Lil (Maria Bello) dove le bariste sexy oltre a servire ballano sul bancone in mezzo ai giovani clienti eccitati e "fuori di testa", pronti a spendere in bevute.

Però che voce la ragazzina.

Perdonami papà ho sbagliato tutto.

LE RAGAZZE DEL COYOTE UGLY è un' esile favoletta del successo scorrevole, la solita giovane di talento, bella ma di sani principi, che lascia la provincia per andare a sfondare nella Grande Mela.
La pellicola lascia da parte gli stereotipi cattivi di quegli ambienti (nemmeno uno spacciatore, un travestito o un pappone): scatenata, ingenua e pulita, divertente, quasi vecchia maniera.

Anche gli ammiccamenti e le sbirciatine nelle zone hot (le interpreti sono notevoli e perfette per l'immaginario da riviste per maschietti arrapati) vengono spenti dalla melassa.

Il finale è nella norma.

BEVERLY HILLS CHIHUAHUA

Los Angeles. Ti affido la mia piccola Chloe, una cagnetta chihuahua decisamente viziata, raccomanda (o meglio impone) la manager Viv (Jamie Lee Curtis), prima di volare in Europa, alla nipote Rachel (Piper Perabo).

La ragazza scorda subito la promessa e va a zonzo con due amiche, mentre la cagnetta, malgrado i gadget a disposizione si sprechino, ivi compreso un collare tempestato di diamanti (ma siamo a Beverly Hills quindi...)esce dalla villa a curiosare un pò.
Mal gliene incoglie, perchè finisce nel vicino Messico tra le grinfie del cinico Vasquez, un losco figuro che prima la vuole impegnare nei combattimenti clandestini di cani e poi la fa inseguire da un dobermann, il feroce El Diablo, perché si sono accorti del prezioso collare.

Per fortuna il coraggioso e saggio pastore tedesco Delgado la sottre alle fauci del dobermann con l'aiuto di Papi, chihuahua maschio innamorato, che appartine a Sam (Manolo Cardona), giardiniere della villa di Viv che ha aiutato nella ricerca la temporanea padroncina.

Buffa commedia animalista Disney (quindi per bambini) che mette in pista la bellezza di duecento e passa simpaticissimi cani (parlanti, grazie al doppiaggio) perfettamente addestrati, pronti a rubare la scena agli attori adue gambe, ben consci di essere semplici comprimari.

Siccome però oggi non bastano più diverse razze di cani fatte parlare grazie al computer per raccontare una storia di solidarietà animale, occorre creare un contesto. Il contesto è quello alla Paris Hilton (che non casualmente suscita resse da stadio quando appare, per i più disparati e futili motivi) con glamour e gadget per amici dell'uomo a quattro zampe a profusione. Che poi Chloe inizialmente subisca e poi accetti l’intercultura (leggi: l’interesse di Papi) non muta di un millimetro canino la sua appartenenza alle animal’s beauty farms e ai vantaggi di quel mondo tanto dorato quanto falso.

Insomma i dialoghi spiritosi indirizzati a colpire il bersaglio dell'intollerante snobismo di certi padroni, che coccolano e addobbano fino alla nausea i loro incolpevoli cagnolini.
Tutto ciò se guardiamo il film come adulti. Se invece pensiamo ai più piccoli sappiamo che vi troveranno i cattivi (ovviamente sconfitti al momento giusto), tanti inseguimenti, qualche gag pregevole (vedi quella dell’’abbaiamento’ umano) e anche un po’ di paura che peraltro nei film Disney non manca fin dai tempi di Biancaneve e i sette nani.

Con l'aggiunta di una valanga di stereotipi sui messicani.