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YADO

Medio Evo o giù di lì, chissà dove. La malvagia e perfida regina Gedren ha sterminato la famiglia della principessa Red Sonja (Brigitte Nielsen) per impossessarsi del talismano del potere, una pietra verde che le consentirà di dominare il mondo.

La rossocrinita e monumentale ragazzona derubata parte per riprendersi il maltolto con la scorta del nerboruto cavalier Yado (Arnold Schwarzenegger).

Un film di genere fantasy sull'ovvia falsariga di pellicole come Conan il barbaro.
Non per niente il protagonista è proprio il nerboruto Arnold Schwarzenegger, probabilmente qui riciclato per bissare i successi dei suoi film precedenti, anche se qui Schwarzy se ne sta discretamente nell'ombra e sfodera pettorali e lo spadone lo stretto necessario.

Infatti è promosso protagonista nel titolo italiano ma in realtà fiancheggiatore della protofemminista Red Sonja, le cui scarse vesti sono sommariamente indossate dalla statuaria Nielsen, in grande forma fisica e che appaga decisamente l'occhio.




Nonostante la professionalità della regia (al timone l’abile tuttofare Richard Fleisher che già aveva sostituito John Milius nel semi-parodistico Conan il distruttore), le belle vedute del'Abruzzo e il tremendo frastuono con la complicità di Morricone, la storia è mediocre, come pure le interpretazioni.

Beverly Hills Cop 2 - Un piedipiatti a Beverly Hills 2

Detroit. Axel Foley (Eddie Murphy), piedipiatti nero svelto di mano quasi come di lingua, fa impazzire i superiori con una condotta spregiudicata.

Quando il collega e amico Andrew Bogomil è ferito gravemente durante una missione da una dama nera, l'amico fa partire le indagini che lo portano fino a Beverly Hills.
Nonostante la polizia locale, il testardo agente approda a un club riservato, dove ufficialmente si fa il tiro a segno ma dietro le quinte si preparano rapine, sotto la regia della giunonica cattiva Karla Fry (Brigitte Nielsen).

Martin Brest, regista della prima “puntata”, è stato sostituito da Tony Scott, ma il cambio non è stato vantaggioso, anche perchè l'atroce seguito delle avventure del poliziotto più pagato dello schermo cucinato è la rifrittura del primo film: la storia, a dir poco prevedibile, fa più acqua del Titanic e il turpiloquio tocca indisponenti livelli di guardia.

Scott prova a dare il suo marchio togliendo un po' di commedia, accentuando il versante d'azione del film, gonfiando lo schermo a panoramico. In pratica confeziona un blockbuster estivo.




Eddie Murphy ride come un deficiente; la vichinga Brigitte Nielsen, probabilmente reclutata solo per ragioni di gossip, è imponente come la Statua della Libertà ma non così espressiva.
Però, per il resto, l'articolo poteva interessare, eccome, ai maschietti.


BRIGITTE NIELSEN

ROCKY IV

Stati Uniti. Ivan Drago (Dolph Lundgren), il campione sovietico dei pesi massimi, giunge in America accompagnato da una moglie-manager, Ludmilla Drago, altissima e altera (Brigitte Nielsen, nel pieno dello splendore nda).

Il primo a raccogliere l’impossibile sfida al corazzato sovietico è l’ormai ex-pugile nero Apollo Creed (Carl Weathers), l’antico avversario di Rocky, che viene messo senza pietà al tappeto.

Per poi giungere cadavere al cimitero.

Rocky Balboa (Silvestre Stallone), sconvolto dalla morte dell’amico, abbandona la moglie (Talia Shire), la vita da poltrona e le pantofole e si lancia nell’impresa: oltre al titolo, ci sono in gioco l’onore degli Stati Uniti e la pace nel mondo.

Andrà lui stesso nella tana dell’orso sovietico: appuntamento a Mosca il giorno di Natale.

Dopo sfibranti e grezzi allenamenti tra le nevi arriva l’ora della verità e sul ring volano cazzotti e schizza il sangue.

Povero Drago. Ovvero povera URSS.



ROCKY IV è la terza regia cinematografica per Sylvester Stallone. I sobborghi di Philadelphia ormai sono solo un lontano ricordo e Adriana pure ha fatto strada e non è più bruttina come nel primo film.

La pellicola segna il debutto per l’attore svedese Dolph Lundgren che nel film, prima dell’incontro, si rivolge a Rocky con la famosa frase a cui resterà per sempre legato: “Ti spiezzo in due!”. 

Bisogna ammettere che praticamente non esiste nessuno che non conosca questa frase .

La quarta puntata della Rocky story è contraddistinta dal ritmo convulso, dai colori sgargianti, dialoghi rasoterra e ironia sottozero. In sintesi gli sceneggiatori mostrano di essere ormai "alle corde" in fatto di idee.

Il trio Sylvester Stallone, Brigitte Nielsen (splendida e statuaria valchiria nda), Dolph Lundgren fa a gara a chi recita peggio.

Il pugilato?

Beh! Anche in ROCKY IV, e non poteva essere diversamente, il pugilato è ancora una volta da barzelletta, con finte mattanze che nella realtà non andrebbero al secondo round con un qualsiasi arbitro decente.

La nota positiva? Si respira ad ogni fotogramma il clima reaganiano di quegli anni (forse anche troppo...) e Rocky era dalla parte giusta del Muro.

COBRA

Los Angeles. Il grosso agente italo-americano Marion Cobretti (Sylvester Stallone), in arte Cobra, per la fulminietà con cui, a bordo della sua Mercury d’antan, inchioda i nemici della legge, fa parte della “zombie squad” (squadra gasati) di Los Angeles che dà la caccia a maniaci sanguinari, assassini psicopatici, varie ed eventuali.

Guai a finire nel suo mirino: non resta neanche il tempo per l’ultima preghiera dopo la sentenza (“Tu sei la malattia, io sono la cura” oppure “Qui la legge si ferma e comincio io”).

Ed eccolo sulle tracce di una squadraccia paramilitare di fanatici sciroccati che da qualche tempo riempie la città di morti nel tentativo di rigenerare l’Occidente corrotto.

Il terribile capo dei neonazisti, battezzato simpaticamente “Belva della Notte” (Brian Thompson), è sorpreso sul fatto dalla bella stangona platinata Ingrid (Brigitte Nielsen) che rischierebbe grosso senza l’intervento del nostro eroe.

Film grezzo e abbondantemente kitsch, del regista greco Georges Pan Cosmatos, che va preso per quello che è: una smargiassata violenta, fragorosa e senza trama (credibile), sulla linea estetica dei videoclip.

Sylvester Stallone schiva proiettili e vamp allo stesso modo.

Vamp vichinga che all’epoca era la sua consorte nella realtà.