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AVATAR

Usa, anno 2154. Anche costretto su una sedia a rotelle l’ex marine Jake Sully (Sam Worthington) si sente ancora un combattente.
Viene quindi reclutato come contractor al posto del fratello morto, per una missione la cui esecuzione richiede il trasferimento sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra), dove si estrae un raro ( e prezioso) minerale ma con un atmosfera tossica e un ambiente inospitale per gli umani.

Il fratello era infatti uno degli scienziati cooptati per il programma Avatar, con cui piloti umani controllano dal laboratorio un corpo organico con le fattezze esteriori in tutto e per tutto simili a quelle dei nativi, per poter quindi esplorare il pianeta restando al sicuro dentro la base.
Insomma proiettare la propria coscienza in corpi creati con l'ingegneria genetica.

Pandora e i suoi giacimenti sono di un importanza vitale per gli umani visto che sulla Terra una catastrofe ecologica ha ridotto praticamente a zero le fonti di energia. Uomini d’affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta.

Il problema è che i Na’vi, gli indigeni del pianeta colorati come i puffi ed alti come i watussi, una razza che vive in perfetta simbiosi ed estremo rispetto con e per la natura circostante, non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare e sono così diventati l’ostacolo maggiore. Il compito iniziale di Jake, rinato nel suo corpo di Avatar, sarà quello di infiltrarsi tra gli indigeni, conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all’interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli.

Esplora, esplora, esplora Jake conosce Neytiri (Zoe Saldana), una guerriera Na’vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell’impresa cambia. L’amore fa brutti scherzi.

Così il guerriero che si credeva l’avanguardia del bene si ritrova ad essere, questa volta cosciente, al servizio del male.

Diretto dal regista James Cameron, AVATAR, elefantiaco kolossal futuribile, parla ben chiaro del presente e del recente passato degli Stati Uniti. Potremmo anche spingerci a dire che è la prima super produzione di Hollywood a giustificare, anzi auspicare la disfatta di Washington. E questa è il sottinteso, non condivisibile ma chiaro, politico.

Per la parte filmica invece James Cameron è tornato lanciando la sua sfida molto personale al mondo del cinema. Così come in Titanic, snobbato a torto dalla critica più vetero-conservatrice, anche in Avatar decide di basare l’impresa su una sceneggiatura che a un primo sguardo non può non apparire decisamente elementare (guadagnandosi anche facili e ironici riferimenti a Pocahontas).

Cameron si rivela, proprio grazie agli stereotipi narrativi di cui fa ampio uso, un vero autore pescando citazioni a piene mani dalla storia del cinema (non rinunciando, ad esempio, a citarsi richiamando in servizio la Sigourney Weaver, un tempo Ripley, però stavolta sta con gli alieni, offrendole un’entrata in scena provocatoria con sigaretta accesa o attingendo per il personaggio di Tsu’tey al Vento nei Capelli di Balla coi lupi) ma riesce a trasferirle nelle proprie ossessioni narrative. Che sono quelle (tanto per citarne solo alcune) della scoperta di ”nuovi mondi” da Abyss al già citato Titanic o del cosa significhi sentirsi alieno e sul cosa accade quando la prospettiva si rovescia.

Ma è soprattutto il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la Scienza e con i suoi prodotti (siano essi macchine come in Terminator o corpi che sono al contempo un sé e un’ altro da sé come gli avatar) che lo affascina. Non facendogli però mancare al pubblico (al più vasto possibile, indispensabile per riassorbire gli enormi capitali investiti e trarre un profitto) la tecnologia più avanzata (che qui non manca e lascia veramente a bocca aperta, un 3D quasi perfetto).

Anche se nel modo più accessibile è fondamentale suscitare un pensiero. In Titanic ci si immergeva alla ricerca di un tesoro e se ne riportava invece una traccia di memoria (il ritratto) che spingeva poi lo spettatore a interrogarsi su una nave che diveniva, senza superflue sottolineature, il simbolo della divisione in classi di una società.

In AVATAR, pensato 15 anni fa ma realizzato negli ultimi 4, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Ancor più del discorso ecologico che sottende tutto il film (con la sua visione di un’energia da rispettare) è quello sulla facile identificazione nei nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche che abbisognano ai più forti che maggiormente segna la narrazione. È storia di sempre, si dirà, già vista (al cinema) e sentita. Ma ci vogliono registi capaci di osare, consapevoli che tutte le storie sono già state narrate ma che alcune meritano di essere ribadite con tutta la forza della spettacolarità che è possibile mettere in campo.

Ultima considerazione: AVATAR  non è un film da divi: Sam Worthington prima del film era solo un bel ragazzo, anche se Cameron l'ha definito "Un Russell Crowe, ma più giovane".




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