Bangkok Dangerous - Il Codice dell'assassino

Bangkok (Thailandia). È arrivato fresco da Praga, dove ha fatto secco un informatore della polizia, il taciturno e scorbutico killer su commissione Joe (Nicolas Cage).
Il capoclan locale Surat lo ha ingaggiato per compiere quattro omicidi, così il finto turista recluta a sua volta lo sveglio ladruncolo Kong (Shahkrit Yamnarm), perchè gli faccia da ufficiale di collegamento con il boss.

Ecco le istruzioni, recapitate in una valigetta e consegnate al ragazzotto dalla cubista Aom.
Il primo della lista è un politico, freddato dal meticoloso sicario in moto. Un fastidioso graffio alla spalla gli fa incontrare la dolce farmacista sordomuta Fon (Charlie Yeung): allora anche lui ha un cuore. Ma il lavoro chiama.

Ambizioso, concitato e violento poliziesco dei fratelli hongkonghesi Pang, che, nella pratica abusata del remake, riciclano, con l'identico titolo, un loro precedente successo, allora con bandiera thailandese.
Le analisi psicologiche si alternano alle sparatorie, i morti ammazzati si accatastano sui ripensamenti dell'imperscrutabile Nicolas Cage, deciso a tenere la bocca ben chiusa, ma poi pronto a svuotare l'anima davanti al pupillo adottivo.

Hollywood, che spesso saccheggia da cinematografie altre con spirito colonialista e/o curiosità da turista (naturalmente quello con camicia a fiori, cartina in pugno e macchina fotografica a tracolla) questa volta affida allo stesso autore dell'originale per cercare di non tradirne lo spirito,operazione che non pare di per sé è sufficiente come garanzia di genuinità.

I fratelli Pang, Danny e Oxide, ci provano a restituire linfa a un canovaccio che a suo tempo regalò loro la notorietà, ma forse quel Bangkok Dangerous era troppo figlio di un'epoca, di una moda, assai difficile da ricreare in laboratorio.

L'idea dei Pang è quella di un falso remake, in cui i nomi dei personaggi, i luoghi cardine della vicenda e i suoi momenti salienti si scambino vorticosamente, sempre diversi ma sempre uguali. Kong non è più protagonista e non è più muto, mentre lo è Fon, impossibile oggetto d'amore e strumento di redenzione; Joe si chiama ancora Joe ma è tutt'altro, un killer straniero (nel senso di non thailandese) in cerca dell'ultimo colpo, cliché consunto della luce in fondo a un tunnel che pare non finire mai. Un tocco di crepuscolo noir e un rimescolamento delle carte che tengono viva l'attenzione e conferiscono un senso all'operazione, anche se Cage – curiosamente protagonista nello stesso anno di un altro falso remake, il Cattivo tenente herzoghiano – da luogo ad una prova opaca.

Inoltre lo stucchevole ancorarsi frame per frame all'originale – la sparatoria fra i boccioni d'acqua, il ring – finisce per annegare il potenziale effetto amarcord in un malinconico immobilismo creativo.

Buone l'ambientazione (la messa in scena è alquanto spartana) e la realizzazione delle scene d'azione.

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