L'UOMO CHE VOLLE FARSI RE

India, seconda metà dell'Ottocento. I due ex sergenti dell'esercito britannico Daniel Dravot (Sean Connery) e Peacy Carnehan (Michael Caine) partono alla conquista di un regno tra le montagne del Kafiristan, regione che più di venti secoli prima era stata dominata da Alessandro Magno, e si tirano dietro il giornalista Rudyard Kipling (Christopher Plummer).

Ostacoli e pericoli non li preoccupano ed eccoli finalmente in uno sperduto paese, che ben presto salvano dai predoni

Inaudito colpo di fortuna: il simbolo della massoneria appeso al collo è identico a quello scolpito su un antico sarcofago.

Il popolino, stupefatto e genuflesso, grida al miracolo e prontamente offre a Daniel lo scettro reale.

Già che ci sono, mi sposo anche la nobile e bellissima Roxana.

Ma dopo l'ascesa segue la caduta.

L'UOMO CHE VOLLE FARSI RE è una monumentale, lenta e maestosa favola del possente regista John Houston, tratta dall'opera giovanile omonima pubblicata da Rudyard Kipling nel 1888 nella raccolta "Wlee Willie Winkie and Other Stories".

Il regista iniziò a pensare ad un adattamento cinematografico negli anni '50, con Clark Gable e Humphrey Bogart come protagonisti. Man mano che la sceneggiatura prendeva corpo i nomi degli attori divennero Burt Lancaster e Kirk Douglas e in seguito Robert Redford e Paul Newman.

Fu quest'ultimo a suggerire al regista di scritturare le due "terribili canaglie" Sean Connery e Michael Caine, e il film, dopo anni di gestazione, viene infine realizzato nel 1975 proprio con Connery e Caine nei panni di due massoni.

Sospeso tra storia ed avventura, girato in Marocco e sulle Alpi francesi abilmente contrabbandate per il magico Oriente, benchè caratterizzato da un ritmo non irresistibile, il film è interessante per il "taglio" ironico che la sceneggiatura dà alla vicenda e per il buon uso della fotografia che sfrutta a dovere paesaggi naturali di grande bellezza.

Il film ottenne quattro nomination all'Oscar e l'attore scozzese con licenza di uccidere conquistò finalmente il favore della critica (ma qui Caine è più bravo).

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