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LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

Milano. Il ruvido Lulu' Massa (Gian Maria Volonte'), operaio metalmeccanico sui trent'anni, lavora come un ossesso in fabbrica. E' l'operaio su cui tutti devono basare i tempi di produzione.

Chiaramente il suo stakanovismo fa la gioia dei dirigenti e la rabbia dei colleghi di lavoro.

Unici svaghi il calcio e la televisione. Oltre che moglie, la parrucchiera Lidia (Mariangela Melato), che lo ama tiepidamente, e figlio.

Più ore fa, più la busta paga s'ingrossa.

Ma quando perde un dito in un ingranaggio della macchina a cui è addetto e quasi contemporaneamente il posto dopo uno scontro con la polizia, comincia ad avere dei dubbi.

Finito come pedina nelle mani di chi chiede maggiore tutela dei lavoratori, ma che non bada alle possibili conseguenze della lotta sulla pelle di chi dovrebbe essere protetto, è abbandonato da tutti.

Alla fine i sindacati costringono l'azienda a riassumerlo, ma il poveretto ormai non ci sta più con la testa.

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO vede all'opera un superlativo Gian Maria Volonte', tanto sanguigno, bilioso e strabordante da farsi irresistibile.

Il perfetto protagonista della grottesca, beffarda, urlata ed amara denuncia anticapitalista del compagno Elio Petri. Ovviamente targata PCI.

La morale è chiara. Cosa non si fa sulla pelle degli operai per il tornaconto degli avidi Padroni. Sorvolando sull'insoluta nevrosi del proletariato: cottimo, alienazione, massificazione, lusinghe borghesi e del consumismo.

Comunque nel descrivere il percorso del protagonista da operaio modello ad accanito contestatore, il regista sembra lanciare critiche a largo raggio: alla classe industriale, al movimento studentesco e ai sindacati.

Peccato che sui pericoli della civiltà industriale avesse manifestato qualche perplessità con trentacinque anni di anticipo, anche un certo Chaplin (TEMPI MODERNI).

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO è un film partigiano, vietato ancor oggi a tutti i padroni cattivi.

Bisogna ammettere che rivedendolo ci accorge che risulta invecchiato peggio rispetto al precedente INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO.

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

Roma. Ti taglierò la gola, annuncia il 'dottore', l'arrogante capo della squadra omicidi (Gian Maria Volontè), appena promosso all'ufficio politico, alla bella e viziosa amante, Augusta Terzi (Florinda Bolkan), e, deriso durante un amplesso sadomasochistico, mantiene l'impegno.

Poi, invece di cercare di occultare le prove, semina una serie di indizi contro di sé: ruba i gioielli della vittima, senza toccare i contanti, cammina sul sangue lasciando vistose impronte e si fa notare da un giovane inquilino mentre esce dal cancello del palazzo.

Conduce lui stesso le indagini, scagionando però l'effemminato marito della defunta, e ne riferisce puntualmente al questore.

Finchè le tante tracce, rese sempre più evidenti, ne fanno un insospettabile sospettato.

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO è eccellente giallo, anche se ancorato agli anni '70, paradossale e grottesco, di Elio Petri (Oscar al miglior film straniero più che meritato), che ruota attorno alla figura di un poliziotto psicopatico, afflitto da un irrefrenabile delirio di onnipotenza, pronto a trasformarsi in un assassino solo per dimostrare che il Potere lo salverà.

Il film risente chiaramente del clima politico del tempo e della religione di riferimento.

Però la scena dell'interrogatorio dello studente resta negli annali del cinema come sintesi di un delirio di onnipotenza di chi, nella confusione più totale e con pretese di cultura, mentre umilia chi ha di fronte si proclama socialista e cita Petrarca.




Chiaramente per una parte così complessa ci voleva un attore superlativo: il grandioso e mostruoso Gian Maria Volontè, brillantina, abiti di lino, sentore di lucido da scarpe, truccato (col senno di poi, un po' maldestramente) in modo da apparire identico al povero commissario Calabresi, non ha un momento, un'espressione schizoide, una battuta che non siano memorabili.

Le kafkiane figurine di contorno gli fanno da coorte, la Bolkan ammaliante e magnifica, mentre Morricone indovina una delle sue più ossessive ed incalzanti marcette.

Fondamentale per la storia del cinema italiano. E non solo.