30 GIORNI DI BUIO II: DARK DAYS

Sono passati numero mesi 12 da quando le nevi artiche della cittadina di Barrow si sono tenti di rosso del sangue della sua popolazione: decimata dai vampiri durante il tramonto annuale lungo un mese. Un mese di buio totale.

Non paghi e non domi, dall'Alaska i pronipoti di sua maestà transilvana hanno fatto canini e bagagli per appollaiarsi nelle viscere di Los Angeles.

Piena di dolore per la morte del marito, provata da incubi e priva di qualsiasi emozione oltre all'odio e al dolore, Stella (Kiele Sanchez) ha trascorso gli ultimi mesi in giro per il mondo, cercando di convincere gli altri che i vampiri esistono.

Accolta con scetticismo e risate, malgrado qualche "bruciante" prova, Stella, l'unica sopravvissuta alla carneficina, è pronta a gettare la spugna quando un gruppo di anime perse le offrono un'incredibile opportunità: la possibilità di vendicarsi di Lilith (Mia Kirshner), la regina vampira responsabile per l'assalto sulla sua sonnolenta cittadina dell'Alaska.

Con niente per cui rimanere in vita, e niente da temere, Stella si unisce alla loro missione e si avventura nell'inesplorato ventre di Los Angeles, per ingaggiare una lotta all'ultimo colpo di luce e arma da fuoco per fermare il male prima che colpisca di nuovo.

Anonimo e scialbo sequel privo di mordente (soprattutto se rapportata a ciò che accadeva nel capitolo precedente, una pellicola decente), che non riesce ad alzare la tensione, malgrado le scene truculenti non manchino, nemmeno di pochi volts.
La sceneggiatura piena di falle raggiunge l'apice, al netto di una scena di sesso sexy come una foto di Antonio Di Pietro, con un finale di rara implausibilità che fa ribollire il sangue (visto l'argomento) per la rabbia.

Tra i diversi difetti di cui si fa portatore 30 GIORNI DI BUIO II diretto da Ben Ketai, il maggiore riguarda proprio il diverso approccio alla tematica.

Se da una parte c’era un assedio vampiresco ai danni di una piccola comunità isolata a causa delle intemperie e del buio polare, qui abbiamo una varietà di location urbane che appiattiscono l’idea di base del film e lo annettono concettualmente a una miriade di altri film di vampiri metropolitani che da “Blade" in poi hanno proliferato sul grande e piccolo schermo.

Dunque l’originalità che contraddistingueva “30 giorni di buio” qui viene a mancare, ma il problema è che manca anche quell’alone di inquietante mistero che avvolgeva le figure dei vampiri, che qui si standardizzano a tizi palliducci con spolverino nero e occhiali da sole che spuntano dai vicoli umidi dei bassifondi losangelini, altro stereotipo che, sempre a partire da “Blade”, ha affollato l’immaginario vampirico cinematografico.

Presentato direttamente per il mercato dell' home video, evitando il passaggio in sala. Adesso capiamo il perchè.



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