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THIS MUST BE THE PLACE

Dublino. Occhi bistrati, bocca impiastricciata di rossetto, cipria, chioma cotonata di un nero brillante, proprio come quando saliva sul palcoscenico. Si annoia nella grande villa l'ex celebre rockstar Cheyenne (Sean Penn), sposato da trentacinque anni alla devota moglie-mamma Jane (Frances McDormand).

All'età di 50 anni  vive agiatamente, grazie alle royalties, gioca alla pelota in una piscina vuota, con la vita tutta rivolta al passato, come dimostra il look inchiodato a quando di anni ne aveva la metà ed era il leader di una band che faceva rock per ragazzini depressi, due dei quali ci sono rimasti.


Incapace di perdonarselo, per espiare il senso di colpa, lui continua a visitarne la tomba. E anche l'affetto di una giovane fan (Eve Hewson), con percing al naso di ordinanza, non basta a lenire la malinconia.

Che si acuisce quando arriva la notizia del padre ebreo morente.
Nonostante non ci parli da una vita ("a 15 anni ho deciso che non mi voleva bene").

Così si imbarca per attraversare l'oceano, arrivando a morte avvenuta. A New York scopre che il papà stava dando la caccia a un criminale nazista che lo aveva umiliato ad Auschwitz durante la guerra: porterò io a termine la sua ossessione, anche se il torturatore potrebbe essere già defunto.

Accompagnato da un trolley il cinquantenne intraprende il suo viaggio (alla ricerca di se stesso?) nell'America profonda, dal New Mexico allo Utah, passando per il Michigan, disseminata di personaggi strani, motel e stazioni di servizio.

E' un melodramma ambizioso e lento il primo film americano di Paolo Sorrentino, che utilizza i conti con l'Olocausto (sai la novità), poco più che un pretesto, per innescare il viaggio alla ricerca di una vendetta inutile e tardiva. Che, in realtà, per il protagonista è chiaramente un viaggio per ri/trovare se stesso, anche se lo nega (“Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico non in India”).

Probabilmente mi sarebbe piaciuto di più se avesse trattato solo del confronto del personaggio di un formidabile, poetico e commovente, Sean Penn, espressione da Pierrot moderno (che lo fa assomigliare a un trans strafatto nda), rughe e camminata trascinata, con i suoi fantasmi personali.

Gran bei paesaggi, accarezzati da una splendida colonna sonora. Capolavoro? Non direi. Film da vedere sicuramente si.




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