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IO NON HO PAURA

Italia meridionale, estate, fine anni settanta. I ruderi di un cascinale abbandonato, giochi di ragazzini lontani da casa, in mezzo al grano, al riparo dagli occhi dei genitori.

Ma un pomeriggio, quando è ora di tornare, Michele (Giuseppe Cristiano), dieci anni,  resta solo a cercare gli occhiali smarriti dalla sorellina.
Eccoli lì, accanto a una botola: che cosa nasconderà? E perché si trova proprio in quel luogo?

La curiosità è tanta e quando Michele scoperchia la botola sollevando la lamiera che la copre, quasi non crede ai suoi occhi.

Lì, in fondo, al buio, avvolto in una sudicia coperta, il volto spettrale, i capelli incolti, c’è Filippo (Maffia Di Pierro), un suo coetaneo, con lo sguardo reso cieco dal buio che tende le mani verso il trambusto che ha spalancato la sua prigione e implora: ho sete.
Michele, sconvolto, ricopre il buco, salta in bici con il cuore in gola e corre, corre a perdifiato.
Tornato a casa tace con gli amichetti, nè dice niente al ruvido papà camionista Pino (Dino Abbrescia) e alla triste mamma Anna (Aitana Sanchez-Gijon), ma appena può torna laggiù, armato di pane ed acqua con il ragazzino in catene.
E soprattutto gli parla, gli ridà una speranza.

Al Tg ha sentito una signora elegante scongiurare: ridatemi il mio Filippo.

Ma cosa ne sanno i miei genitori e chi è quell'arrogante milanese Sergio (Diego Abatantuono) che si è installato in casa mia e sembra dare ordini anche al mio papà?

IO NON HO PAURA è una agghiacciante, terribile eppure emozionante favola nera che Gabriele Salvatores ha tratto dal fortunato romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti.

Un cupo dramma psicologico, una storia minacciosa e scarna con scene suggestive e soleggiate, ma che non debordano.

La narrazione è scandita delle frequenti dissolvente al nero e delle riprese con la steadycam che sfiora i lucenti campi di grano.

Il grano e il cielo, gli animali e le colline, tutto concorre alla storia.

Tra gli eccellenti interpreti spicca per spontaneità il giovanissimo debuttante Giuseppe Cristiano.

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