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LA SUPPLENTE VA IN CITTA'

Roma. Rubina (Carmen Villani), maestrina veneta, non avendo più ricevuto notizie del fidanzato Carlo, conosciuto in occasione della leva militare, è partita per la città Eterna per non finire "sedotta e abbandonata".

Rintracciato il giovane borgataro, dedito solo alla disco music e a se stesso, non sembra della stessa idea, insomma accampa scusa per non sposarla.

Ma il Tony Manero all'amatriciana non ha fatto i conti con l'astuzia femminile: Rubina lo denuncia per violenza carnale...

Da maestrina la giovane diventa cameriera e poi commessa del negozio di abbigliamento della famiglia presso cui presta servizio, dove conquista tutti sventolando le sue grazie, e si sposa con il figlio del titolare (Vincenzo Crocitti).
Ma si fa mettere incinta dal fidanzato che nel frattempo è uscito di prigione.

LA SUPPLENTE VA IN CITTA', che nonostante Carmen Villani non è un seguito de' "La supplente", da nettamente l'idea che sia stato girato con due (svalutatissime) lire (si pensi all’arresto in flagranza, senza che si veda la Polizia o il parlatorio del carcere reso tale dall’ombra di una maglia a quadrati).

Gli sceneggiatori attingono all'idea goldoniana della serve che diventa padrona. Il problema è che la recitazione (?) latita e l'innata vis erotica della protagonista non basta a far galleggiare la commediola. Da notare la sorprendente assenza della volgarità in cui si poteva incorrere.

Detto questo alla fine tutto si risolve in un concentrato insopportabile di tutti i luoghi comuni delle peggiori commediacce italiane degli anni '70, prodotto destinato a quell'Italia sbirciona, disposta a divertirsi ed eccitarsi con un nonnulla, bramosa di forme femminili abbondanti e rotonde.

Certo per scappare da pallosissimi cineforum che c'era di meglio che avvenenti e scosciate insegnanti, supplenti, dottoresse?

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