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LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Washington, aprile 1980. Rappresentante per il Texas al congresso americano, il concreto deputato Charlie Wilson (Tom Hanks) ama il whisky e le belle ragazze, ma la donna della sua vita è la platinata miliardaria Joanne Herrings (Julia Roberts), paladina della fede cristiana e della lotta al comunismo.

Inutile aggiungere che i furtivi amplessi , oltre che al piacere, mirano anche al dovere (fondi).

Ora il suo cruccio, in piena Guerra Fredda, è replicare per le rime all'invasione sovietica in Afghanistan: con soli cinque milioni di dollari di aiuti che resistenza possono opporre i valorosi mujaheddin a carri armati ed elicotteri di ultima generazione?

In otto anni, con l'appoggio dello scafato agente della CIA Gustav Avrakatos (Philip Seymour Hoffman) porterà il montepremi bellico a un miliardo di dollari.

Gli odiati comunisti battuti.

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON è un eccellente dramma politico, tratto dalla storia di un personaggio realmente esistito (sembra la cosa più incredibile del film nda), a metà strada dalla commedia, costellato di dialoghi scintillanti e diretto con brio dal veterano regista Mike Nichols (IL LAUREATO, per dire).

Amante di donne, alcol e cocaina, Wilson riuscì attraverso un'improbabile alleanza tra il Mossad israeliano, l'Egitto e il Pakistan a far avere alla resistenza afgana ciò di cui aveva più bisogno: armi, missili controcarro e terra-aria per abbattere gli elicotteri russi.

Mentre Robert Redford è solito lanciarsi contro la politica americana con dei quasi-trattato (l'ottimo LEONI PER AGNELLI per esempio), Mike Nichols punta sulla farsa. Le due pellicole, in ogni caso, sembrano condividere un punto di vista, quello di mostrare una strategia estera americana un po' casuale, per motivi interni e spesso con ignoranza. Fermandosi di solito quando le armi tacciono e bisognerebbe aiutare la ricostruzione "civile".

Hollywood mette dunque in luce gli aspetti più sconclusionati e casuali della politica, tra religione e nazionalismo, esibendo una sfiducia nelle istituzioni dal sapore di campagna elettorale, comunque efficace nel dissacrare quei monumenti intoccabili dell'autorità trattati spesso con reverenza (la CIA, il Congresso).

Il personaggio lo consentiva e Tom Hanks, nel valzer dei cinici,  seppur inadatto al ruolo del deputato dai facili costumi con occhiali, whisky e bretelle, si cala nella parte con intensità burlesca, anche grazie alla compagnia di Julia Roberts (sempre sexy in bikini) e dello strepitoso ed impagabile Philip Seymour Hoffmann.

Unico appunto: trattato sbrigativamente il punto essenziale, lo scorcio sul futuro, cioè che quegli stessi mujaheddin si sono ritorti contro l'America stessa.

Insomma russi cattivi, l'America è il bene e ci si dimentica di Bin Laden...

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