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NON LASCIARMI

Inghilterra. Un tempo distopico, uguale ma allo stesso tempo differente da quello contemporaneo. I bambini sono bellissimi, il coro impeccabile, la preside Miss Emily (Charlotte Rampling), dritta e severa nel suo tailleur di tweed, emana autorità e insieme fiducia. E allora perché ci assale una tristezza che non ci lascia fino alla fine?

Lo capiamo qualche scena dopo (in uno dei momento più intensi del film nda), quando Miss Lucy, una maestra coraggiosa, spiega agli increduli allievi di Hailsham, privi dei genitori, che cosa faranno da grandi.


Faranno i “donatori”, ovvero inizieranno a tempo debito a cedere i loro organi (compresi quelli vitali) a qualcuno più bisognoso (e facoltoso, pare di capire) di loro. In pratica sono dei cloni creati per essere funzionali agli esseri umani "originali". Polli da batteria, per essere crudi.

Malgrado l'atroce scoperta tra di loro però si sviluppano i normali sentimenti di infanzia ed adolescenza, dall'amicizia alle prime pulsioni, compreso il triangolo amoroso che finirà prima per dividerli e poi per riunirli.

Kathy H. (Carey Mulligan), Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley) sono però condannati ad una morte prematura ed ingiusta, passando da un ambiente senza grosse responsabilità, ad un purgatorio di consapevolezza ed impotenza, fino ad un inferno che non lascia speranze se non quella di un amore reciproco che nessuno può togliere loro.

Il sorprendente e, per certi versi, inquitante NON LASCIARMI , tratto da un romanzo del nipponico Ishiguro, è un film di fantascienza ma chiunque alla visione se ne scorderà presto, travolto da una storia di passione, gelosia e tradimenti che obbligherà le femmine e i cantanti all'utilizzo frequente del fazzoletto, perchè commuovono le passioni di questi tre cloni pezzi di ricambio.

Ciò che colpisce è questi bambini diventati poi adulti sono creature che non diranno mai ‘io', non tentino mai di infrangere il sistema o di sfuggire al loro destino: al massimo, provano a chiedere un "rinvio", fittizia speranza alimentata ad arte, in un eleganza (???)  tipicamente nipponica, senza atti di forza o ribellioni.

La pellicola, mai banale, ha un ritmo soffuso, cadenzato, con tinte fosche e angoscianti. Prevalgono tonalità grigie dalle divise collegiali alle mura degli ospedali.
Lo spunto di riflessione è lapalissiano: i limiti dell'eugenetica, dell'omologazione e quelli del consumatore che si trasforma in oggetto di consumo non bastandogli più ciò che Madre Natura ci offre ma diventando egli stesso risorsa per il genere umano.

Arriveremo mai a tanto? Oppure tutto si scontrerebbe con l'istinto di sopravvivenza, che negli animali è più forte di qualsiasi cosa?



 

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