QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI

Brooklyn, 22 agosto 1972. Nell'assalto alla piccola banca senza troppi soldi in cassa, il reduce dal Vietnam Sonny (Al Pacino) e il pregiudicato Sal (John Cazale) restano intrappolati con il direttore e sette impiegate.
Il terzo balordo non se l'era sentita e aveva preso presto il volo, lasciando i compagni di sventura.

Arrivano gli sbirri e il comprensivo tenete Moretti (Charles Durning) apre un'estenuante trattativa per snidarli: lungo sarà l'assedio della polizia.

E sanguinoso.

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI, calibratissima ricostruzione di un fatto di cronaca nera del 1972, è un amaro e veemente dramma sociale di Sidney Lumet che immette in un film d'azione una massiccia dose di critica sociale (polizia, mass media, intolleranza). Film chiaramente marcato anni '70, con una equlibrata miscela di impegno civile ed intrattenimento di grande classe: è  sicuramente una delle opere più riuscite del grande (e forse ancora troppo sottovalutato) regista.

Sostenuto da una suspense che soltanto verso la fine ha qualche smagliatura, da un sagace equilibrio tra pathos e umorismo, da un'attenta cura dell'ambientazione e da una ricostruzione minuziosa, fu premiato con l'Oscar per la sceneggiatura.

Dialoghi fittissimi con Al Pacino, ora iroso, ora infantile, che non tace mai (sicuramente una delle sue migliori interpretazioni ma scegliere è difficile) e dal linguaggio colorito, Cazale con una faccia che non si dimentica, una maschera da tragedia greca, che pronuncia pochissime battute e pare quasi in trance.

Di chi è la colpa se uno ruba per sopravvivere? Ovvio, della società.

Bello il finale, secco, incisivo e memorabile.


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