MILANO CALIBRO 9

Milano. E' appena uscito dal carcere di San Vittore dopo aver scontato tre anni per rapina (la buona condotta funzionava anche allora, visto che la condanna era di quattro nda) il malavitoso Ugo Piazza (Gastone Moschin) che viene subito agganciato dal vecchio compare, il malavitoso Rocco (Mario Adorf), galoppino dell'Americano (Lionel Stander).

La banda di criminali sospetta che il Piazza abbia intascato 300000 dollari proprio di proprietà del capo, che è incazzato come una iena, ma meno educata.



Parla Ugo, dove hai messo i soldi? E vai con il pestaggio. L'assicurazione sulla vita sono proprio il desiderio di rimettere le mani sul malloppo sparito: perdonato, per il momento, e riassunto.

E d'altra parte neanche la polizia sembra trattarlo con i guanti, anche grazie a un commissario capo che sta sempre a parlare, tutto "legge e ordine": delinquenti si nasce, sorvolando su tutte le variabili etiche, esistenziali, estetiche, insospettabili sfumature di un universo che dall'esterno appare uniforme, dominato da un plumbeo ed elementare codice d'onore, e invece è variegato e profondo.

Così Ugo cerca l'unica faccia (e corpo...) amica, la spogliarellista Nelly Bordon (Barbara Bouchet).

Colpi di scena a raffica.

MILANO CALIBRO 9 diretto da Fernando Di Leo è un film d'azione violenta senza fronzoli, dalle inquadrature sporche, ma venato da risvolti di critica e denuncia sociale (influenzati in maniera evidente dal clima politico sociale del tempo, uno spaccato dell'Italia dei primi anni '70).

Dopo un inizio letteralmente "esplosivo" (i primi 10 minuti sono assolutamente memorabili), il film prosegue col suo ritmo avvolgente, teso e frenetico fino ad arrivare ad un finale che è tra i più violenti e senza speranza che ci possano essere.

Se il personaggio dello sbirro democratico Pistilli è quasi caricaturale (sul suo personaggio cade l'onere di ridicole sparate sociologiche nda), gli altri sono invece ineguagliabili per tensione emotiva e credibilità: grande Moschin mentre si muove nei bassifondi di Milano nella sua lucida imperturbabilità, fantastico Adorf nella sua irruenza.
Impossibile non menzionare il tocco di eros che una splendida e seducente Barbara Bouchet, che si fa guardare, sa regalare sin dalla sua prima entrata in scena, quel siparietto pop a piedi nudi nel night club.
Completano il quadro i tanti caratteristi del cinema italiano e l'incalzante colonna sonora di Luis Bacalov.

Conta almeno una battuta fatidica: “Se si va avanti così, vedrai che dovranno creare l'antimafia anche a Milano”. Incredibile!



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