GAMER

Usa, imprecisato futuro (non troppo lontano?). Fa ascolti strabilianti il gioco online Slayers, evoluzione realizzata dal produttore di videogames Ken Castle (Michael C. Hall) che ha ottenuto un grande successo con "Society"”.

Si tratta di un gioco in cui si può ordinare a distanza a un essere umano, dietro pagamento da parte di chi può permetterselo, di vivere una vita che obbedisce agli ordini del soggetto pagante.

Come funziona Slayers? Semplice, chiunque da casa propria , può controllare i detenuti del braccio della morte come fossero i protagonisti virtuali di un normale videogioco. I galeotti accettano missioni pericolosissime e combattimenti all'ultimo sangue con la speranza di giungere alla fine del gioco vivi ed ottenere in premio la liberazione.

Ciascuno è quindi guidato con uno speciale telecomando da giocatori come il giovanissimo Simon, un diciasettenne abilissimo che manovra l'erculeo Kable (Gerard Butler), reduce da ventinove scontri vittoriosi. Kabel quindi non è solo un carcerato condannato a morte per omicidio il cui sogno è quello di potersi ricongiungere a moglie Angie (Amber Valletta) e figlia ma, suo malgrado, è diventato il protagonista televisivo della prima edizione del gioco che appassiona miliardi di persone, usando tutte le sue straordinarie capacità di combattimento per sottrarsi ai pericoli del gioco.

Ma riuscirà ad arrivare vivo al termine dei 50 combattimenti previsti per la libertà e scrivere game over su tutta la faccenda?

GAMER è una indecente, sconclusionata storiaccia tra avventura e fantascienza, con un numero indecifrabile di cadaveri e una tensione praticamente inesistente, diretta da Mark Neveldine e Brian Taylor, che fanno il gioco sporco. Mentre infatti si pretende di mettere in guardia lo spettatore dalla degenerazione di cui i media sono pervasi se ne esaltano le potenzialità proprio con lo stile di ripresa e con i ritmi di montaggio.

Gli interpreti sono abili a mimetizzarsi, a partire da Gerard Butler, ma resta la spiacevole sensazione di assistere a una truffa ideologica che punta proprio sugli spettatori più giovani e meno attrezzati culturalmente. La virtualità che finge di denunciare se stessa in realtà vuole solo produrre assuefazione.

La speranza è che il sanguinoso statuto del gioco si possa estendere al «Grande Fratello» e all' «Isola dei famosi».




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