RATATOUILLE

Parigi. L'intraprendente topolino Remy, dotato di un olfatto straordinario e di un talento naturale per la buona cucina, ha un desiderio nel cuore: emuluare il grande gourmet Auguste Gusteau, autore del vendutissimo libro "Chiunque può cucinare'.

Per una serie di rocamboleschi accadimenti e uno scherzo del destino, si trova separato dalla sua colonia e finisce proprio nel ristorante del suo idolo, morto per una stroncatura del cinico critico culinario Anton Ego, ora gestito dallo spocchioso nanerottolo Skinner.

Nascosto nel cappello da cuoco del giovane e imbranato lavapiatti Linguini, figlio di una vecchia fiamma del defunto proprietario, inventa le ghiottonerie più succulente, per l'incredulità del rancoroso piccoletto.
Grazie ai consigli del topo-chef, diventa ben presto famoso e celebrato. I due sembrano invincibili ma resta da superare il giudizio del temibile e feroce Anton Ego ed ecco che i nodi vengono al pettine. Almeno per un po'.

Grazioso e divertente film d'animazione della Pixar, nata da una costola della Disney, che, come pretende la moda, strizza più volentieri l'occhio ai grandi piuttosto che ai bambini. Infatti, per dirne una, probabilmente i mini spettatori che si avvicinano alla visione non capiranno le feroci allusioni al mondo ultrasnob dei ridicoli critici dei fornelli.

La tecnica poi, di alto livello, raggiunta dagli animatori Pixar (i peli dei ratti sono impressionanti e così pure le vedute sulla skyline di Parigi) permette ai personaggi di acquisire un realismo tangibile.

La sceneggiatura è perfetta, mai banale e ricchissima di spunti su cui riflettere: si pensi ad esempio alla difficoltà, denunciata dall'unica protagonista di sesso femminile del film, di riuscire ad entrare e farsi largo in un mondo prevalentemente maschile come è quello della cucina "d'elite" o la mercificazione di un marchio di qualità, quale è quello di Gusteau, svilito per soldi e associato a prodotti precotti da banco.

A fare ronzare le orecchie dei "critici" di professione (culinari, ma non solo…) c'è poi la geniale e lucida analisi autocritica che il feroce Anton Ego fa della sua professione…

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