SLEVIN - PATTO CRIMINALE

New York. Io non sono Nick Fisher, grida invano il giovane Slevin (alla lettera “cane rabbioso”) Kelevra (Josh Hartnett), sfortunato e sprovveduto ragazzo, che ha appena perso in un colpo solo il lavoro, la fidanzata e il portafoglio al Boss (Morgan Freeman), che l'ha fatto prelevare, in assenza dell'amico, in accappatoio da un paio di robusti e maneschi tirapiedi.
Ti abbonerò i 96 mila dollari che mi devi, tuona il capo clan, ma tu dovrai ammazzare la Fatina, il rampollo gay del mio dirimpettaio di grattacielo, il Rabbino (Ben Kingsley), che ha ucciso mio figlio.

Toh, anche l'altro capoccia convoca con la forza lo spaurito ragazzotto: sono in credito di 33 mila bigliettoni, come pensi di saldare?

In che guaio mi sono cacciato, mormora Slevin, apparentemente imperturbabile (soffre di atarassia), alla dolcissima vicina di casa con gli occhi a mandorla, la bella dottoressa dell'obitorio Lindsey (Lucy Liu).

E oltre che dai tirapiedi dei due gruppi mafiosi, il ragazzo è tallonato anche dal cinico killer Goodkat (Bruce Willis) e dal detective Brikowski (Stanley Tucci), convinto che il suo comportamento nasconda del marcio.

Ma l'inganno è dietro l'angolo e non tutto è quel che sembra, grazie alla "mossa Kansas City". Che cos'è la "mossa Kansas City"? È quella per cui qualcuno ti fa guardare da una parte mentre ti sta ingannando dall'altra. Lo spiega Mr. Smith (Bruce Willis) su sedia a rotelle, nel vorticoso incipit.

Violento, ingarbugliato, incalzante e teso poliziesco, elegante nello stile e nella forma attentissima ai dettagli, del regista Paul McGuigan che prende tutte le regole del gangster-movie e le ribalta condendo trama e dialoghi con un irresistibile tono ironico.

Niente appare verosimile, ma per scelta precisa: i personaggi si muovono all'interno di un oliato gioco a incastro, gonfio di flashback e di cadaveri che richiama le atmosfere pulp di Tarantino, a partire dal prologo, dove Mr. Goodkat spiega con una storiella crudele come sia facile, nella vita, ritrovarsi a essere pedine del caso nel momento e nel luogo sbagliato.

Il risultato è più che godibile, con babyface Hartnett, novella icona della giovane Hollywood, al centro di un grande cast (dal vendicativo Freeman e il serafico britannico Kinglsey, che si fronteggiano nella memorabile sequenza finale, all'imperturbabile spietato Willis e all'insolitamente sbarazzina Lucy Liu), e sfodera la faccia giusta per interpretare il piccolo Golia che si destreggia tra i giganti dei crimine. E alla fine quadra perfettamente il cerchio, con una soluzione che non ci saremmo aspettati. Perché ci aveva fatto guardare da un'altra parte, con una perfetta "mossa Kansas City".


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