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LA BATTAGLIA DEI TRE REGNI

Cina, II secolo d.C., dinastia di Han. Lo spietato primo ministro Cao Cao muove guerra ai regni ribelli del sud della Cina, divisa in diversi reami ostili uno all'altro e ciascuno aspirante a ricomporre l'unità nazionale sotto il proprio dominio, per annetterli all'Impero, o meglio, a se stesso, vista l'inettitudine dell'Imperatore.

Forte di un esercito imperiale, di nome e di fatto, di 800mila soldati muove per sbrigare la facile faccenda e ai due regni ribelli, che possono schierare truppe dieci volte inferiori al nemico, non resterà, come flebile speranza, che unire le loro forze per resistere all'ambizioso invasore.

Il regista hongkonghese John Woo, dopo la lunga e proficua (per il portafoglio) trasferta a Hollywood, si ispira all'opera letteraria fondativa della letterattura cinese, "Il romanzo dei tre regni" di Luo Guanzong, che divenne, con un millennio di distacco rispetto a ciò che racconta, per i cinesi quel che l'Iliade era diventata, con circa cinque secoli di distacco, per gli europei.
Fa impressione realizzare quanto già allora i cinesi pensassero per continenti. Infatti l'estensione dell'area da loro abitata andava dai freddipolari al tropico, dai confini con gli arabi e con gli sciti all'Oceano Pacifico.
Tenere unito tutto ciò costava fatica e sangue, entrambi in immense proprorzioni.

John Woo affronta il film (titolo internazionale "Scogliera rossa", in senso geologico, non in senso politico) e la storia senza badare a spese (ottanta milioni di dollari fanno del film la produzione più costosa della storia del cinema cinese) e cercando di convogliare nel kolossal tutte le sfaccettature di uno stile peculiare, a volte discusso, ma senza dubbio unico. Gli appassionati del regista possono immaginare quanti scannamenti possa ideare con una storia simile. Ebbene qui, nella prima mezz'ora si muore più che in tutti i suoi altri film.


Storia di (super)uomini, di amicizie virili che nascono e si consolidano in breve tempo, eccessi affrontati senza alcun timore (lo zoom per evidenziare i timori dell'Imperatore), i consueti omaggi a Sergio Leone e a John Ford.
Il film non vuole condannare la guerra e nemmeno il potere, non ci affligge dicendo che "triste il paese che ha bisogno di eroi". No, qui di eroi c'è moltissimo bisogno e se ne fa amplissimo uso.

Scontri su terra e sull'acqua. Il mondo in fiamme, 200 mila navi incendiate nella battaglia finale sulle rive dello Yangtze. Nuvole di frecce e di lance, capolavori d'intelligenza e di esperienza bellica, un esercito di 800 mila soldati, astuzie, tranelli, attacchi a sorpresa, coreografie militari perfette,vittoria dei più deboli, il destino della Cina mutato per sempre, il tutto nello stile di John Woo, che da sempre ama iniettare elementi dell'Occidente in un corpus che rimane, e non potrebbe essere altrimenti, figlio dell'Oriente.


L'interpretazione dei quattro elementi fondamentali e della loro mutevole natura gioca un ruolo chiave nell'esito della battaglia, sancendo il trionfo dell'umanità capace di convivere con il mondo circostante e la sua bellezza sulla macchina mortifera del potere e della sopraffazione.
E poi gli uomini di comando: micidiali in guerra, ma che ad essa ricorrono solo per preservare i piaceri della vita, dell'amore, dell'arte e della natura dalla tirannia violenta dell'usurpatore Cao Cao; uomini che parlano per mezzo della musica o che leggono il futuro nelle nuvole, che combattono ma che pensano solo alla fine della guerra.

Si vis pacem para bellum, ancora una volta. E infine ci sarebbe la Cina di oggi, unita (salvo Taiwan e le periferie indocino-malesi), rica, potente, rispettata, se non ci fosse il suo passatto, tutto il suo passato, nel bene e nel male?

Totale: due ore e mezza di "rallenti" e di furia visiva.



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