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GIORNI E NUVOLE

Genova. Non te l'ho detto prima per lasciarti preparare in pace la laurea in storia dell'arte e lavorare al recupero di quell' affresco che forse è del Boniforti.
Così lo stagionato dirigente/socio di un cantiere navale Michele (Antonio Albanese) confessa alla sbigottita moglie Elsa (Margherita Buy) di essere senza lavoro (e relative entrate) da due mesi: è stato il mio ex socio Roberto a sbattermi fuori dall'azienda che proprio io ho fondato perchè riteneva la mia gestione poco competitiva.

Elsa e Michele sono felicemente sposati, hanno una figlia Alice (Alba Rohrwacher) (che assolutamente non deve sapere. Per ora, visto che in banca abbiamo solo 21 mila euro) e una splendida casa dove coltivano il loro amore.
Ma dopo la confessione del licenziamento, sono costretti a riconsiderare e ridimensionare il loro (alto) tenore di vita. Beh, venderemo casa e barca.

Lui si adatta a fare il pony express e s'improvvisa imbianchino con due ex dipendenti, poi cade in depressione, lei abbandona i restauri e s'impiega in un call center e da un broker, per guadagnare abbastanza e tornare nella "normalità".

Insomma a quarant'anni si confronteranno drammaticamente col mutato mercato del lavoro e la ricerca di quel nuovo lavoro diventerà un incubo, promesse e stop.


Malinconica commedia social-familiare di Silvio Soldini che dimostra ancora una volta l'originalità dello sguardo e una straordinaria capacità di sapere tradurre questioni esistenziali in metafore estetiche.
Soldini sceglie di raccontare una storia dolorosa dentro un paesaggio sociale popolato dal disagio e dall'insicurezza, scavando con sobrietà, delicatezza e perfino un pizzico di poesia (la scena finale con i due distesi a contemplare l'affresco del Boniforti) nel dramma di chi resta senza lavoro , pur partendo da una situazione alquanto agiata, e non ha più l'età (nè le palle) per ripartire.


Secondo un procedimento ripreso in tutti i suoi lavori, Soldini fa (sempre) accadere qualcosa ai personaggi che genera nella loro esistenza un vuoto, una disponibilità di tempo sgombro dalle occupazioni consuete. Questo intervallo permette ai protagonisti di guardare le cose con altri occhi e di considerare e sperimentare altre possibilità. Lo scarto temporale si accompagna a un'analoga dislocazione dello spazio: dopo aver perso il lavoro Elsa e Michele traslocano.


Anche se non ci sono fughe deliberate. C'è una città di mare attraversata da una luce fredda (Genova) dove (re)stare, dove le nuvole "vanno, vengono e ogni tanto si fermano" (Fabrizio De' Andrè), c'è un lavoro perso e un altro da trovare, c'è una vita a cui rinunciare e un'altra da "campare".
Soldini riflette sull'equazione tra lavoro e tempo: il lavoro organizza il nostro tempo, se si lavora poco si perde tempo, se si lavora molto si guadagna tempo. Quando il Michele di Albanese perde il lavoro entra perciò in un tempo dell'attesa e dell'introspezione. Incapace di ri-organizzarsi la vita senza i ritmi dell'azienda, il protagonista vive una progressiva perdita di definizione.

Rischiando di perdere anche la dignità.

Lasciando da parte incongruenze e inverosimiglianza della sceneggiatura resta da dire che se la misurata Margherita Buy è una garanzia, il magnifico Antonio Albanese è una rivelazione.


1 commento:

Gegio ha detto...

Non so come, ma forse lo devo rivalutare. Forse non ne ho parlato benissimo, ma rispetto ad altri film italiani sono riuscito a sopportarlo.