UA-30503982-1

BRUBAKER

Arkansas (Usa). Il combattivo Harry Brubaker (Robert Redford), criminologo progressista, chiamato a dirigere la prigione in quel di Wakefield, vi entra, all'insaputa di tutti, camuffato da detenuto e confuso con i reclusi.

L'intenzione è di guardare prima coi propri occhi, ha spiegato agli scettici superiori.

In due settimane tocca con mano le ignominie fatte di violenze assortite (strapotere dei prigionieri incaricati della sorveglianza, quindici ore di lavoro al giorno, cibo con i vermi, frustate a culo nudo, torture naziste e sodomizzazioni a ruota libera, per capirci), soprusi, la corruzione di guardie, impiegati e perfino del medico che, come novello Dracula, vende il sangue sottobanco.

Adesso ho visto abbastanza! Si toglie la maschera e instaura qualcosa di molto simile alla giustizia, raccogliend ovviamente vasti consensi tra i reclusi, ma facendosi nemici i capoccetti che hanno perduti gli squallidi ma redditizi privilegi. E anche più su visto che la catena della fraternità mafiosa, fondata sullo sfruttamento e sull’imbroglio, coinvolge le più alte cariche politiche dello stato, sicché ogni gesto di buona volontà non fa che peggiorare la situazione.

Quando fa dissotterre i corpi di ben duecento detenuti torturati a morte, uccisi e seppelliti clandestinamente dai secondini, su spiata di un anziano recluso puntualmente ucciso, viene destituito.

BRUBAKER è un robusto ed emozionante dramma di denuncia, che nel filone del cinema carcerario occupa un posto di decoro, diretto da Stuart Rosenberg, che sposa l'impegno civile strizzando l'occhio al pubblico grazie alla presenza del bel Robert Redford, assai bravo, riuscendo nel tentativo di sposare il divismo con la responsabilità sociale, il grande spettacolo con il film di denuncia.
La storia è basata sulle vere esperienze di Thomas O. Murlan che nel 1968 diede le dimissioni da direttore del Penitenziario Statale dell'Arkansas perché le sue riforme carcerarie avevano messo nell'imbarazzo il governatore dello Stato.

Film godibile con un piccolo appunto: duecento cadaveri da nascondere nel prato sarebbero stati troppi anche per Beppe Stalin che era un fuoriclasse (nell'ammazzamento).

2 commenti:

Gegio ha detto...

A me piace Redford proprio per questo: impegno sociale con la scusa di un cinema pure commerciale.
Da dire che c'era anche un giovane Morgan Freeman, se l'hai individuato.

SOLO FILM ha detto...

Sacrosanto! Sapevo della presenza del grande Morgan e ad uno attento come te non poteva sfuggire.