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LA GIURIA

New Orleans. Per la morte del marito la vedova Celeste Wood fa causa al potentie consorzio di produttori d'armi che ha venduto la micidiale pistola omicida. Una causa sicuramente difficile da vincere.

A battersi per lei, convinto di farcela, c'è il famoso e probo avvocato Wendell Rohr (Dustin Hoffman) che deve vedersela con l'arrogante collega, nonchè instancabile corruttore, Rankin Fitch (Gene Hackman), rappresentato in aula, attraverso l'auricolare che neanche Ambra Angioli ai tempi di "Non è la Rai", dallo scendiletto Durwood Cable (Bruce Davison).

Tanto per capirci, teorizza il cinico e dai modi poco ortodossi Gene Hackman, con la voce tonante di Sergio Fiorentini: «I processi sono troppo importanti per lasciarli in mano alle giurie» e si capisce subito da che parte andrà il film.

Appare cristallino che è fondamentale la scelta della giuria, o meglio selezionare la giuria perfetta frugando negli angoli più nascosti della vita dei potenziali giurati.

Giuria in cui brama inspiegabilmente di entrare l'impiegatino Nicholas Easter (John Cusack), apparentemente innocuo, spalleggiato dalla graziosa fidanzata Marlee (Rachel Weisz).

Adesso vi faccio vedere io come si pilota un verdetto.

LA GIURIA è un emozionante giallo processuale tratto dall'omonimo best-seller di John Grisham, ricco di suspance, tensione e ritmo.
Un cast prestigioso con il duello Hackman – Hoffman, nobili padroni decaduti di Hollywood (ma quanta classe!) riuniti per la prima volta sullo schermo, presenti per tutto il film ma con un solo scambio di battute insieme nel bagno degli uomini (ma ragazzi che scena!)

Dei personaggi né buoni né cattivi con una sfumatura di natura umana: Fitch spregiudicato ed inquietante ma che riesce a mettere il pubblico nella sua ottica, Rohr un avvocato del vecchio stampo con un forte senso morale però messo alla prova, e John Cusack, vendicativo mascalzone con la maschera del bravo ragazzo.
Un solo neo: John Grisham, con armamento forse troppo moralista, spara con veemenza sul cinismo dei mercanti d'armi.

Storia abbastanza originale visto che invece di mettere in scena il classico duello, armati di codice, tra due avvocati, con questo film Hollywood ha volentieri raccontato le dinamiche psicologiche che si sviluppano all’interno di quei delicati consessi di cittadini chiamati a caricarsi della pesante responsabilità di assolvere o condannare.
La giuria, insomma, come metafora della società, come specchio di una nazione, come termometro dell’integrazione possibile: perché è la composizione sociale che può determinare il verdetto, specie quando le prove sono evanescenti o preminente è la forza degli interessi economici.

1 commento:

Gegio ha detto...

Cos'è, sono passati più di dieci anni da Il socio, il miglior film tratto da Grisham? Ogni tanto fanno qualcosa di buono, e ti ritrovi come al solito a rivedere il film, anche se sai come va a finire, per capire i meccanismi...