LA MASCHERA DI ZORRO

California. Nel 1822, quando la California spagnola sta per diventare provincia messicana, il nobile Diego de la Vega (Anthony Hopkins), invincibile raddrizzatore di ingiustizie e corruzioni con la maschera e la spada di Zorro (“volpe” in spagnolo), è arrestato e messo in galera, per vent'anni, dal governatore spagnolo Don Rafaele Montero (Stuart Wilson) che non solo gli ammazza la moglie Esperanza ma gli rapisce anche la bella figlia Elèna (Catherine Zeta-Jones), convinta che il marrano sia il suo vero padre, portandosela con sé in Spagna.

Nel 1842, evaso dal carcere, l'ormai vecchio spadaccino, per vendicarsi, addestra alla scherma, alle acrobazie e, cosa più difficile, alle buone maniere della nobiltà (“Un gentiluomo è qualcuno che dice una cosa e ne pensa un'altra.”) il giovane bandito proletario Alejandro Murrieta (Antonio Banderas), trasformandolo in un secondo Zorro.

Metti la maschera e vai, figliolo.

Il finto damerino farà scintille a palazzo, conquistando anche la miss.

Coloratissimo e movimentato kolossal avventuroso, l'antico cappa e spada rispolverato con grande senso dello spettacolo dal regista Martin Campbell.

Fondata sulla figura del doppio (due Zorro, due “cattivi”, due banditi, due vendette),mescola con divertita e divertente sagacia gli ingredienti del romanzo d'appendice ottocentesco, i marchingegni avventurosi di Johnston McCulley, inventore di Zorro (1919) e, a sua volta, debitore verso la Baronessa Orczy e la sua Primula Rossa (1905), le citazioni dei vecchi film di Niblo (1920) e di Mamoulian (1940), gli aggiornamenti pirotecnici alla Superman e alla James Bond.

Ne viene fuori un film scattante e baldanzoso che ha il merito di durare più di due ore senza stancare.
Antonio Banderas salta come un trapezista dai lampadari ai balconi per rovinare la fiesta al cattivo di turno.

Se però in premio c'è la sensuale Catherine Zeta-Jones, il faticoso lavorio è sicuramente ricompensato.

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