EL ALAMEIN - LA LINEA DEL FUOCO

Egitto, ottobre 1942. Marcisce da quattro mesi sotto il sole del deserto e le cannonate inglesi, la malridotta compagnia del rassegnato Tenente Fiore (un credibile Emilio Solfrizzi).

L’esercito italiano è bloccato presso El Alamein a un centinaio di chilometri da Alessandria. L’avanzata dell’Asse è stata fermata dalla depressione di El-Qattara, una striscia desertica che si è rivelata insuperabile.

E questa è Storia. Pubblica.

Non è quello che sognava lo studentello idealista volontario Serra (Paolo Briguglia). E questa è storia privata.

Quella che dà le linee guida al film, seguendo le vicende di alcuni soldati della divisione Pavia ed è narrata in una sorta di diario, tenuto dal suddetto soldato Serra, volontario
universitario, come già detto, che è partito entusiasta di servire la Patria e vedere l’Africa e convinto che la vittoria fosse una pura e semplice formalità. La propaganda fa brutti scherzi.

Purtroppo per noi El Alamein fu una sconfitta (onorevole e con sprazzi di eroismo) e determinò, con Stalingrado, probabilmente (chi può dirlo?) l’inversione di tendenza della seconda guerra mondiale.
Del gruppo fanno parte anche il sergente Rizzo (Pierfrancesco Favino) e Spagna (Luciano Scarpa).

Di giorno tutti rintanati in trincea, pregando che la bomba in arrivo non c’entri proprio la tua buca, a divincolarsi tra noia e dissenteria; di notte fuori, a zonzo per il deserto, a caccia di mine.
Viveri e acqua scarseggiano, non arrivano nè i rinforzi, nè i rifornimenti promessi, ma l’ordine è di tenere la posizione ad ogni costo, anzi no, bisogna ripiegare.

Nel momento dello sbando il gruppo cammina e cammina, non si sa per dove.

Il nemico bombarda dal cielo, grazie alla sua superiorità aerea, e ora attacca anche via terra
Sfiniti e abbandonati al proprio destino i pochi superstiti sentono avvicinarsi il nemico sempre più. Motivato ed organizzato (soprattutto). E con esso la fine.

L’ultimo pensiero alla cara Italia, chissà se ti rivedremo dopo.

E poi la battaglia furibonda. Fino all’ ultimo uomo degno di questo nome.

Tutti sappiamo (o dovremmo saperlo, comprese femmine e cantanti) che El Alamein significa sconfitta eroica con gravi perdite inflitte al nemico, con soldati che affrontarono i carri armati con le bottiglie incendiarie.

Significa anche divisione Folgore, diventata leggendaria e citata nel film solo casualmente.
Appassionato, scarno e toccante (perche no?) film di guerra, diretto con una certa sobrietà dal regista Enzo Monteleone, basato sulle vicende tratte dai diari quotidiani dei nostri soldati, non adeguatamente supportati in un avventura bellica che si è rivelata, alla fine, disastrosa.

Ma siccome l’Italia non è un popolo di eserciti ma un popolo di eroi, rimane il mito e l’eroismo, senza dimenticare che molti di quei soldati era povera gente portata via da casa per andare nel deserto, la famosa avventura coloniale (che non fu solo negativa).

Il sergente veneto dice “che mi manca sono i prati dietro casa mia” e lo dice bene, senza banalità e retorica, come lo poteva dire un contadino veneto.

Dopo la battaglia notturna la scena si apre ai giorni nostri, nel cimitero di El Alamein, con migliaia di nomi e di “ignoto” sulle tombe. Per un momento la camera inquadra un uomo di spalle. Probabilmente è il soldato Serra, sopravvissuto.

EL ALAMEIN - LA LINEA DEL FUOCO è un buon film italiano, un eroismo senza grancassa ne effetti speciali all’americana, con protagonisti misurati e spontanei, per certi versi struggenti, tra vita in trincea, discorsi e dolore.

Tanto dolore.

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