D-TOX

Usa. E' sconvolto l'agente dell'Fbi Jake Malloy (Sylvester Stallone): il serial killer che rincorreva, che per una volta non uccide prostitute ma poliziotti, ne ha trucidato dieci.

Ha fatto una sola eccezione, la donna di Malloy, Mary, che è stata straziata in maniera orrenda.

Così comincia a tracannare whisky.

Finchè dopo tre mesi interviene il suo comprensivo capo Chuck Hendricks, che lo spinge in un centro specializzato, un edificio agghiacciante che sembra un sottomarino, immerso nelle nevi del Wyoming, ad uso dei piedipiatti psichicamente compromessi, diretto dall'ex sbirro John Mitchell (Kris Kristofferson).

I "pazienti", tutti stranissimi e insospettabili, durante una tempesta di neve, che isola la casa di cura, cominciano a morire: l'assassino si è rifatto vivo.

Malloy, che sente un pò di trasporto per la bella dottoressa Jenny Munroe (Polly Walker), prende in mano la situazione e trova il colpevole. Uno che già… conosceva e che, ma sì', credeva morto.

D-TOX è un rozzo, truculento e inverosimile giallo, diretto da Jim Gillespie, che racchiude due film diversi, il primo è un thriller metropolitano alla Seven, poi diventa qualcosa fra Shining e Agatha Christie ("Dieci piccoli indiani"), per la verità rievocati in maniera maldestra.

Qui si agita il solito matto armato di coltello, utile per squartare poliziotti, con grande spargimento di conserva di pomodoro.

L'appesantito Sylvester Stallone dà il suo meglio soprattutto quando si toglie la lama che gli ha trapassato il braccio come se fosse una piuma.

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