CLOCKERS

New York. Nessuna trappola estetica. Ed è subito chiaro. Nei frammenti di immagini della scientifica, crude e realistiche, oserei dire sincere, che mostrano corpi distesi al suolo in una cornice di sangue rappreso e volti privi di vita inchiodati nel vuoto.Con i fori dei proiettili ben in vista a far capire che non si trattava di un incidente domestico mentre maneggiavano l'apriscatole elettrico.
E i dialoghi acidi e assuefatti a tanto sangue dei poliziotti tolgono ogni residua speranza di umanità.
E' uno dei tratti distintivi del regista, quello che parte della critica ha definito il "Woody Allen nero", aprire cioè con immagini che segnano il percorso, in qualche caso dei veri e propri minifilm (Malcom X). Per me è affetto da negritudine, ma comunque, stilisticamente, apprezzabile anche dai critici iscritti nella "Fratellanza ariana".
Le immagini ci trasportano nella periferia di Brooklyn (dove il regista è cresciuto nda), da quelle parti, come ovunque, c'è una piazza con delle panchine dove si può rimediare del crack (siamo negli anni novanta, in piena diffusione della medesima) da giovani spacciatori (neri) soprannominati gergalmente "clockers". Nel gruppo di pushers autoctoni,ultimi anelli della catena alimentare di un mondo violento, c'è, a dirigerlo, Ronald Dunham (Mekhi Phifer) (il Dr. Pratt di E.R., per capirci), detto Strike, (nero)il fil-rouge che porta dritto dritto a Rodney Little (nero) (Delroy Lindo), "Signore" dello spaccio più importante della zona. Anima maledetta tra anime maledette. Per Rodney il diciannovenne Strike è (forse) l'immagine della propria giovinezza, un figlio spirituale al quale si sente così legato da offrirgli il proprio medico per i controlli clinici necessari per la sua ulcera cronica ed ascoltare la sua ambiziosa richiesta di fare il salto dalle panchine della piazza ad un posto di maggiore responsabilità, quello di primo tirapiedi. Rodney così informa il suo giovane socio di minoranza di Darryl Adams (Steve White), direttore di un merdoso fast food a tempo perso, in realtà un clocker indisciplinato da eliminare: sta lì il salto di qualità per fuggire dalle panchine, adempiere al suo volere eliminando una cellula impazzita che rallenta e danneggia l'organismo "sano" del sistema. Si tratta di affari.
Armato di pistola, ma non pronto all'idea di uccidere Darryl, Strike cerca un espediente per prendere tempo e forza rivolgendosi a suo fratello maggiore Victor (Isaiah Washington), incontrato in un bar,padre e marito esemplare, che è riuscito a non sporcarsi neanche le scarpe in quel mare di fango che è il ghetto in cui vive.Quindi pulito e fuori dal giro mortale (per chi spaccia e per chi consuma) della droga. Strike gli racconta che Darryl è un figlio di puttana stupratore di minorenni, sperando così di far leva sulla sua integrità morale. Victor però sembra lasciar cadere le parole del fratello.
Cambio scena. Darryl è steso a terra con quattro fori di proiettile. Un altro regolamento di conti, o semplicemente Strike che ha trovato il coraggio di fare fuoco per conto di Rodney? Sul caso scende in campo la "omocidi" e i detective Rocco Klein (un efficace e stazzonato Harvey Keitel) (bianco), diverso dai suoi colleghi ai quali non importa cosa succeda dalle parti delle panchine e del quartiere dei neri e il suo collega (un onesto e sonnacchioso John Turturro) (bianco) e, ben prima che le indagini inizino a puntare, come da copione, verso Strike ,che nel frattempo cerca di iniziare allo smercio del crack il piccolo Tyron (Pee Wee Love),profondamente attratto dalla vita "miseramente" agiata che sembra regnare dietro quel mondo, Victor si costituisce come colpevole dell'omicidio di Darryl Adams.
Disorientato e poco convinto dalla confessione di Victor, scavando scavando, investigando investigando,seguendo un progetto coerentissimo e lineare, con fatti e circostanze accumulati, dedotti, seguiti, trovati, scartati, riesumati, e sempre più dell'idea che il costituirsi di Victor sia solo una copertura per la reale colpevolezza di Strike, il detective Klein, in un conflitto di mezzi e possibilità (poliziottocontrodelinquente) più che di logiche, si lancia nelle indagini trovandosi davanti il prevedibile, impenetrabile silenzio del ghetto dove gli "affari" di Rodney continuano , neanche tanto nascosti (ma si sa ci vogliono prove o testimonianze nelle democrazie), e Strike, appassionato di trenini elettrici (simbologia) tira su Tyron come Rodney fece a suo tempo con lui, creando le premesse che lo porteranno persino ad uccidere. A metà tra la guida paterna (che Tyron non ha) e il crearsi un discepolo.

Vita del ghetto, leggi da osservare e da rispettare che vanno oltre la semplice legislazione della società "normale": da quelle parti nessuno parla, e se un uomo modello come il buon lavoratore Victor si costituisce come colpevole di omicidio, può stonare come idea come può benissimo essere accettato. In fondo da quelle parti la vita non è gioco al quale prendere parte e le pistole sono rapide. E non giocano. Il film in questione , sceneggiato da Richard Price (1995) e' la cronaca grigia e quasi millimetrica di un indagine.
Diretto da Spike Lee , prodotto dal mostro sacro Martin Scorsese (che quell'anno diresse anche Casinò)presentato a Venezia, dove fu ignorato(giustamente?) dalla critica, Clockers oltre che vedere una buona interpretazione di Harvey Keitel (Pulp fiction, Il cattivo Tenente) nei panni di un detective ancora saldato a dei saldi principi morali o forse solo voglioso di affermare la sua verità , vanta l'ottima rivelazione di Mekhi Phifer, all'esordio con questa pellicola, nei panni del giovane spacciatore dalle mille sfaccettature caratteriali e perno della vicenda. La figura di Victor, suo fratello maggiore, così onesto in ogni sua giornata e apprezzato dai suoi datori di lavoro da portare persino lo spettatore a puntare il dito contro Strike in merito all'omicidio Adams, è l'estrema antitesi. E il colpo di scena si paleserà in maniera fragorosa quando il detective dovrà arrendersi all'evidenza. E' stato proprio il cittadino modello Victor in uno scoppio di incontrollato cedimento, lo sfogo della rabbia incamerata in anni e anni di vita tra anime maledette. Magari solleticato anche dal fatto di fare, fondamentalmente, "la cosa giusta", ammazzando un pervertito. Copione non rispettato.Il cinico ma ormai compromesso Strike (Rodney crede che è stato tradito) è innocente.
Il sistema del mercato di droga è descritto in maniera fedele, con le scene dei tossicodipendenti che si recano dai clockers per i loro acquisti (emblematica l'immagine della ragazza incinta che acquista una dose di crack rimproverata da un giovane spacciatore).
A sostenere il quadro realistico da pseudo denuncia della vita delle panchine e del quartiere, Spike utilizza il personaggio di Tyron, bambino (il futuro?) attratto dai ragazzi più grandi impegnati nello spaccio e che ripone in Strike il suo interesse per le faccende di quartiere, e lo inquadra come suo mentore di vita. Tyron è testimonianza del fatto che l'ambiente contribuisce di gran lunga a formare le menti nonostante attorno ad esso ruoti il mondo onesto di una madre che cerca in ogni modo di allontanarlo dalle cattive compagnie che circolano sotto casa.Che si è soli davanti alla tenaglia tra il bene e il male.
L'atmosfera viene resa attraverso immagini secche e strettamente informative: il quartiere, le leggi che lo governano, il gergo (fin troppo realistico) e i fatti narrati attraverso i già citati Tyron e Victor, fino ad arrivare all'elevazione dell'impotenza, sentimento sullo sfondo e perennemente dominate. Nonostante la fuga di Strike (a mezzo treno) da quel mondo , e l'arresto di alcune delle cellule più importanti del sistema dello smercio di crack, i cadaveri saranno sempre presenti, o per uno sgarro o per affari e a lasciare questo messaggio è Rocco Klein che negli ultimi attimi della storia si trova davanti all'ennesimo cadavere riverso al suolo in una pozza di sangue. Un ciclo che si chiude quasi riprendendo quelle frammentarie immagini di inizio, e la consapevolezza di quell'impotenza di fondo, marcata secondo la realtà della vita che nonostante tutto, è impossibile arrestare.
Lo stile di Spike Lee si riconosce per il virtuosismo dei movimenti della macchina da presa, per un uso iperrealista della musica e della fotografia.Con la presenza della scena più ricorrente nei suoi film che è quella in cui il regista posiziona un attore o un'attrice sul carrello della macchina da presa e lo fa muovere, dando l'impressione di un movimento metafisico, fluido e sognante. E molto intrigante è anche la visione della deposizione di Tyron (deposizione pilotata per salvare un anima forse ancora non compromessa, che ha ucciso solo un rifiuto, materiale già scartato) con i personaggi illuminati da una fortissima luce bianca,perimetrale ed aureolare. Originale.
E in questo film sui regala anche due di quelli che vengono definiti, da chi parla bene di cinematografia, cameo. All'inizio e alla fine del film, quando è tra la folla, con caschetto giallo da operaio di ordinanza, che si assiepa dietro la striscia a bande nero/gialle "Crime scene- Do not cross". E fantastica è la domanda che il detective gli propone con assoluta semplicità: "Allora, com'è andata?".
Come se fosse così maledettamente facile saperla. La verità.
In conclusione "The clockers" ti lascia nello stomaco gli stessi buchi della locandina.
Non so che cazzo voglia dire, ma è un complimento.

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