AMERICAN BEAUTY

California, giorni nostri.

“ Tra un anno sarò morto”, dice la voce fuori campo di Lester Bumham (Kevin Spacey). Ma in fondo, aggiunge, “sono già morto”. L’io narrante di American Beauty parla da un luogo e da un tempo paradossali, che stanno oltre il film che stiamo guardando, al di là della vicenda che narra. La storia: perde il lavoro e anche la pazienza lo scostante pubblicitario quarantenne Lester, in crisi esistenziale, professionale e familiare.

Ma non c’è tragedia, in quest’angolo ricco e misero, ordinato e vuoto d’America. Non ci sono vette dell’anima, e neppure abissi da raccontare. Solo la rappresentazione di vite mediocri e mediocri aspettative. Borghesi, potremmo aggiungere con un linguaggio di altri tempi.

Con la moglie arrivista Carolyn (Annette Bening), che lo cornifica non per passione o desiderio ma per amor di carriera. E che coltiva,nel giardino più preciso ed ordinato del quartiere, con pignola passione di moglie frustrata, una rosa rossa e snella: l’American Beauty del titolo, appunto. Con una forma mentis votata al salvare le apparenze, un concentrato di manie formali e velleitarismi di perfezione, irrealistici quanto impossibili.

E con l’imbronciata figlia adolescente Jane (Thora Birch) con cui scambia scarni dialoghi che sono l’anticamera di violente scenate domestiche. Finchè la ragazza gli presenta la disinvolta coetanea Angela (Mena Suvari), un adolescente bionda e majorette del college. Subito idealizzata da quello che potremmo sbrigativamente chiamare “vecchio porco”. Quanto gli piace la ninfetta. Ed è così che cerca di dare sfogo alla sua patetica passione senile, con palestra, qualche spinello, una vecchia auto sportiva, risposte crudeli alla moglie Carolyn. E’ difficile, per uomini vicini alla sua età come me identificarsi con lui. Piuttosto provare una gran pena. E allontanare con fastidio l’idea che possa capitarci anche a noi, piccolo borghesi sul divano di taffettà.

Ma Lester non fa altro che cercare la vita, proprio quella vita che nelle vie tranquille e silenziose d’un quartiere tranquillo e silenzioso, nelle case piene di rispettabilità esibita e pacchiana, manca. Ma la sua ricerca avviene sostituendo la vita con una sua caricatura, con sforzi di cambiamento anche tragicomici. Infatti già si è trasformato in un uomo cordiale, pronto a fare amicizia col taciturno Ricky (Wes Bentley), il ribelle e giovane vicino di casa, afflitto dall’autoritarismo del proprio genitore, il rude colonnello Fitts (Chris Cooper).

La tragedia è dietro l’angolo. E il colpo di pistola risolutore.

AMERICAN BEAUTY è un crudele, cinico e scabroso dramma social-familiare di un regista esordiente (Sam Mendes), con una sapiente miscela di trasgressione (tentata o idealizzata), immagini perfette e scioccanti, con fotografia e sceneggiatura che vanno a braccetto nel sottolineare i passi dalla finta perfezione formale alla tragedia reale e finale. Sceneggiatura che non si risparmia qualche banalità (il militare represso che fa outing non è il massimo dell’inventiva cinematografica ).

E anche la morale è discutibile (come tutte le idee): questa è la buona borghesia americana, c’è poco da stare allegri, avverte il giovane (e rabbioso?) regista.



Rimane nella mente l’immagine della novella Marylin, ricoperta nei sogni e nei desideri, di petali purpurei.

Finale: cinque oscar (film, regia,sceneggiatura, Kevin Spacey e fotografia) ne fanno comunque un film da vedere.

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